Dal n° 3/Primavera 2011: Donne Animali e guerra


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[…] E io domando, qui sola nel guado di un fiume d’acque torbide e crudeli, che può fare una donna, a che serve una donna che grida in mezzo ai morti?
(Ángela Figuera Aymerich,Il grido inutile)

Il sistema culturale, sociale, economico, politico in cui viviamo e che impera sulla Terra è profondamente declinato al dominio. Siamo immersi in una dinamica avvilente che determina meccanismi pervicaci di intrusione e devastazione, di possesso, di consumo, di abuso, di incuranza, verso tutto ciò che vive, respira, gioisce, patisce. Automi emozionali che irridono il vivente, quale forma arcaica di un progresso marcescente inarrestabile. La nostra visione della vita è influenzata dalle progressive contaminazioni che persone, gruppi e istituzioni agiscono su ognuno di noi.
Karen Warren (1) afferma che la logica del dominio implica un sistema di valori e una premessa etica per giustificare la subordinazione, basati di solito su caratteristiche definite naturali e quindi ampiamente accettate e auto-etero convalidate. Questo comporta inevitabilmente l’acquiescenza verso ogni forma di dominio, a partire dalla natura, passando per il dominio degli Umani secondo criteri etnici, di genere, eterosessuali, di classe, economici, e così via, toccando anche gli Animali, quali ultimi degli ultimi. La guerra è un’espressione del dominio che acquista la forma del militarismo, improntato su meccanismi di adesione all’autorità e all’annullamento della volontà personale e dell’autodeterminazione. L’addestramento di base degli eserciti ha dei meccanismi che spingono a disumanizzare (2), creando omologazioni e conformazioni a modelli ritenuti adattivi per la sopravvivenza in ambienti che rendono le persone insensibili e impermeabili alle sofferenze altrui.

Lo scopo è quello di creare delle macchine da guerra programmate per ricevere ordini senza discuterne la bontà. Il militarismo comprende sia la fascistizzazione dei comportamenti che la necessità dell’uso di armi. La gerarchia e la subordinazione si imbevono di questa disciplina neutralizzante per produrre il riconoscimento dell’autorità, quale soggetto costitutivo dell’ordine e della disciplina, alimentati dalla paura e dal mito eroico-machista. La guerra ha spesso la forma distorta del nazionalismo, quale modalità retrogada di riconoscimento di una comunità, la cui cultura è considerata preferibile a quella altrui, che per essere rinforzata necessita del disconoscimento dell’altro da sé: straniero e potenzialmente nemico. Limiti e confini divengono spesso tema di contesa, perché, come scrive Judith Butler (3), sono proprio i limiti e i confini a definire modi e tempi dei passaggi di popolazioni, capitali, guerre. La considerazione che una qualsiasi forma di violenza possa risolvere i conflitti è assolutamente sovrastimata (4) e depone a favore di un ricorso immediato alla guerra e alle armi. Il sistema della guerra implica la corsa agli armamenti e alle armi, l’addestramento di persone, l’uso e l’abuso degli Animali (nelle sperimentazioni, nelle esercitazioni, nelle azioni belliche), l’organizzazione di sistemi di difesa e offesa, l’accumulo e la sistemazione di risorse, la creazione e il sostegno a una cultura della guerra quale metodo morale di risoluzione dei conflitti. Ma la guerra, le guerre, sono fonte di sofferenza, di annullamento, di distruzione e morte. Promuovono instabilità, precarietà, indefinitezza che generano sospettosità e preoccupazione, in una spirale ininterrotta di azioni, comportamenti e atteggiamenti lesivi delle libertà e delle integrità personali, di Umani e Animali. Il sistema guerra è strettamente interconnesso con l’economia della guerra permanente (5), che favorisce la rete di protezione delle decisioni padronali, con lo scopo di accentrare il potere. Ciò significa assicurare il dominio e il controllo sulle persone, sulle risorse, sulla biodiversità. La guerra si colloca in un impianto orientato dal genere e dallo specismo, condizionato e condizionante, a sua volta, il sistema simbolico, che definisce il discorso culturale come insieme di pensieri, immagini, categorie e credenze che modellano l’esperienza, la comprensione e la rappresentazione di ognuno. La pratica e il pensiero della guerra implicano la volontà di infliggere dolore e danno ai corpi, alle menti, per indebolire, negare, distruggere. Ciò a cui si deve mirare sono i metodi nonviolenti di risoluzione dei conflitti, prima di intraprendere qualsiasi azione di guerra, da cui non c’è poi possibilità di ritorno. Non solo, prima di giungere a qualsiasi offesa armata tra Paesi si deve attivare il disarmo, che comporta inoltre la scelta di eliminare tutti le istituzioni militari, fucine di logiche guerrafondaie che concentrano il loro funzionamento sull’idea di dominio, superiorità, intolleranza, prevaricazione. La reale partecipazione delle singole persone alle scelte e alle decisioni deve essere il principio a cui ispirarsi per iniziare un lungo processo di modificazione della mentalità e dei comportamenti. Divenire soggetti attivi nelle scelte che riguardano la propria, e inevitabilmente, l’altrui vita è un cardine fondamentale della conversione a un sistema che abbandoni i meccanismi della guerra. Diffondere cultura, informazione, dare accesso a tutti gli strumenti del sapere e della conoscenza a un sempre maggior numero di persone è la garanzia che diminuisce la forza dell’indottrinamento condizionante. Le rivoluzioni non possono e non debbono passare per l’utilizzo degli stessi mezzi e sistemi della repressione e del dominio, altrimenti il rischio è quello di naufragare e di assomigliare agli stessi sistemi che si volevano sovvertire.

Il grande insegnamento dei movimenti femministi e pacifisti è quello di trovare e diffondere pratiche che facciano prevalere la condivisione, la cooperazione, la circolazione delle idee, i dibattiti per restituire maggiore rilevanza all’ascolto, alla partecipazione, all’empatia, alla compassione (6) e alla commozione (7). La posizione contro la guerra in un’ottica vegfemminista ha sia una proposizione pratica sia una etica. Si deve iniziare a praticare la nonviolenza, innanzitutto come azione e metodo di intervento nella vita quotidiana, e gli antispecisti cominciano proprio da questo assunto basilare: nessuna violenza contro gli Animali per una ridefinizione dei ruoli e dei riconoscimenti. Rompere il cerchio mefitico dell’ordine simbolico patriarcale, per denunciare l’indignazione provata di fronte ad atti che si manifestano come violazione del diritto alla propria autodeterminazione, diritto alla vita, diritto alla libertà. Un percorso che prelude alla rinuncia della seduzione del paradigma universalista per trovare altre concettualizzazioni e altre pratiche. Coinvolgendo pertanto un pensiero che si stacchi dalle logiche di dominazione di alcuni su altri, per denotare e riconoscere la dignità di ognuno/a. Una pratica politica, quindi. Una pratica che gli uomini, in quanto maschi, devono cominciare a usare per poter liberare se stessi da arcaismi di pensiero dominante, nei confronti delle donne e della natura, in primis gli altri Animali, e per consentire di proseguire sulla via della libera e pacifica circolazione di idee e pensieri. Se questo non avviene, ora e subito, c’è il rischio che ogni conquista sociale, culturale, ecologica, politica rimanga cristallizzata nella dissociazione consueta: quella tra ragione e sentimento, tra corpo e mente, tra maschile e femminile, tra eterosessuale e omosessuale, tra Umano e non Umano. Come suggerisce Carol Gilligan, bisogna sostenere e far emergere la resistenza al dominio e al patriarcato, per espellere ogni condizionamento alla guerra come modo di risolvere i conflitti. A guisa di conclusione, risulta intensamente appropriata la definizione di pacifismo proposta da Ynestra King: “[pacifism is] the organic praxis of nonoppositional opposition” (8).

Annalisa Zabonati

Note:

1 Karen J. WARREN (ed.), Ecological Feminist Philosophies, Indiana University Press, Bloomington & Indianapolis, 1996.
2 Animalizzando e quindi permettendo, anzi imponendo la logica della struttura del referente assente animale che diviene così oggettivizzato e spogliato di ogni contatto con il soggetto reale, per meglio gestire pratiche di brutalità
3 Judith BUTLER, Vulnerabilità, capacità di sopravvivenza, in Kainos, nr. 8 – Nudità, 2008
4 Joy MCConnell , Ecofeminism and the Future of Humanism, www.humanismtoday.org/vol8/mcconnell.pdf
5 Noam CHOMSKY (2002), Capire il potere, tr. it. Silvia Accardi et alii, Il Saggiatore, Milano, 2008.
6 Compassione intesa come passione condivisa con tutti gli esseri senzienti, anzi viventi.
7 Commozione quale capacità emozionale partecipata.
8 Ynestra KING, The Ecology of Feminism and the Feminism of Ecology, in The Journal of Social Ecology, 1983, nr, 1 (2): 16-22, cit. da Patricia Jagentowicz Mills, Feminism and Ecology, in Karen J. Warren (ed.), Ecological Feminist Philosophies, Indiana University Press, Bloomington & Indianapolis, 1996.

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