Dal n° 3/Primavera 2011: Attivismo senza limiti?


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visone.jpgInevitabilmente, un interesse sociale generalizzato per la giustizia e per l’equità  e un’enfasi sugli obblighi, piuttosto che su una condiscendente benevolenza nei confronti degli oppressi e di coloro che sono privi di potere, devono certo aver condotto a una nuova visione sociale del trattamento degli animali.
(Bernard Rollin)

Come già  affermato più volte in passato l’attivismo antispecista si esplica mediante il confronto pubblico, la propaganda e la divulgazione di informazioni, notizie e idee. Il contatto con il pubblico è quindi il fulcro di ogni attività : non potrebbe essere altrimenti. Ciò può spingerci verso la convinzione che ogni possibilità  di contatto sociale sia un’occasione preziosa da non farsi sfuggire, in definitiva ogni evento pubblico diverrebbe appetibile e desiderabile.
La domanda che intendiamo porci in questo articolo è se sia realmente opportuno e nel solco della filosofia antispecista, in definitiva utile, avere un tale approccio alla divulgazione.
In linea di principio per un’idea come quella antispecista, per le istanze di cui essa è portatrice, e per la gravità  delle tematiche affrontate che esigono una risposta, e quindi una soluzione, urgente e rivoluzionaria, nulla dovrebbe essere d’ostacolo e tutto pertanto diventerebbe utile per la divulgazione di una nuova visione sociale. In realtà  è la stessa filosofia antispecista che ci aiuta a capire che esistono dei limiti dettati dalla coerenza, e che si dovrebbe valutare con estrema attenzione ogni singola iniziativa per tentare di comprendere se essa possa effettivamente risultare utile alla causa, o se non possa addirittura prefigurarsi come un eventuale danno.

Vivere ed agire immersi in una società  specista non è assolutamente facile: non esistono zone franche bensì tradizioni, culture, leggi, usanze e credenze intrise di un antropocentrismo che tutto permea e trasfigura. Lo specismo è imperante e multiforme, anche l’attivista antispecista ne è parte, pur se chiaramente non integrante. A ben vedere, però, sono facilmente individuabili una serie di elementi-cardine dell’antropocentrismo – e di conseguenza dello specismo – che rappresentano realtà  con le quali non è, a nostro parere, auspicabile avviare una collaborazione, ed anzi, con le quali non si dovrebbero avere rapporti, a costo di penalizzare l’attività  pubblica antispecista.
Senza dubbio tali elementi-cardine possono essere individuati nella religione in quanto elemento fondante dell’ideologia antropocentrica e del diritto dell’Umano di disporre degli altri esseri viventi e della Terra a suo piacimento; lo scientismo in quanto indubbiamente religione laica con la sua fede assoluta nelle capacità  dell’Umano di superare i suoi limiti manipolando e sfruttando la natura; la politica partitica come espressione diretta della volontà  di dominio, coercizione e controllo nella e della società  umana, i poteri dello Stato perché costituenti l’ossatura gerarchica su cui poggia il moderno concetto di società  umana verticale, l’economia basata sull’ideologia della crescita costante della produzione, del profitto e del capitale, e tutte le associazioni culturali e politiche espressioni delle più eclatanti discriminazioni e dell’ideologia del diritto del più forte.

Si evince pertanto che se è sicuramente indispensabile divulgare in luoghi pubblici l’antispecismo, non è utile farlo in luoghi, o con realtà  che rappresentano gerarchie ecclesiastiche, partiti politici, istituzioni statali, enti di ricerca, o associazioni che promuovano la discriminazione intra o inter specifica a qualsiasi livello. Questo per il semplice motivo che se utilitaristicamente collaborazioni del genere potrebbero aiutare a contattare un gran numero di soggetti, dal punto di vista concettuale equivarrebbe a legittimare, se non ad avallare, la presenza nella società  umana di istituzioni e strutture che rappresentano in tutto e per tutto ciò che noi combattiamo, in quanto tali, non realisticamente da considerare come realtà  con cui è possibile collaborare.
Scendendo nel pratico, ciò si può tradurre in un criterio generale che potrebbe essere: valutare caso per caso se e con quali realtà  è opportuno collaborare, ed in base alla situazione, al referente e alla contingenza, capire se tale collaborazione può risultare utile, inutile o dannosa.
Si potrebbe quindi facilmente capire che non è affatto utile collaborare con le gerarchie ecclesiastiche sicuramente fortemente radicate sul territorio in possesso di strutture (oratori, sale parrocchiali, sale conferenze ecc…) ben frequentate, ma simbolo e parte integrante di un messaggio diametralmente opposto a quello antispecista. è facile comprendere che non si farebbe di certo un gran servizio agli Animali collaborando con istituzioni, come gli enti di ricerca, che li considerano creati in funzione del soddisfacimento delle esigenze umane.
E parimenti è facile capire come non sia utile confrontarsi con chi fa del dominio la propria professione (leggasi partiti politici o istituzioni dello Stato), o chi divulga attivamente, e crede, in ideologie fondate su discriminazione, violenza, odio (fascismo, razzismo, sessismo, omofobia e via discorrendo…).
Sicuramente quanto esposto può rivelarsi eccessivamente restrittivo soprattutto nei confronti di chi, mente e corpo, si impegna quotidianamente nella pratica e nella divulgazione antispecista, ma dobbiamo anche pensare che se realmente intendiamo cambiare radicalmente la società  umana, non risulta possibile contribuire a rafforzare, anche indirettamente ed involontariamente, le radici che l’hanno sino ad ora sorretta, e rivolgerci direttamente a chi può divenire a sua volta un attore del cambiamento e non solo rimanere spettatore.
Per tale motivo proponiamo un diverso approccio all’attivismo antispecista, un approccio lungimirante, privo di rigidità  preconcette che tenga in debita considerazione anche la reale percezione che i destinatari del messaggio antispecista possono avere qualora esso venisse veicolato mediante il megafono di coloro che sono stati, e sono tutt’ora, gli artefici della società  che intendiamo cambiare.

Adriano Fragano

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/OP2Er

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