dal n° 3 – Freya, Rosie e tutte le altre


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Anche se l’antropocentrismo di cui siamo contemporaneamente artefici e vittime spesso ci impedisce di rendercene conto, gli Animali abitano (e sovente da protagonisti) molte delle nostre produzioni letterarie. E del resto questa constatazione non dovrebbe stupirci, considerato il ruolo che gli altri Animali hanno avuto e tuttora hanno nella nostra evoluzione biologica e culturale; parafrasando il filosofo morale James Rachels, la nostra mente è animale nel senso che essa è letteralmente creata dagli Animali, sia per motivi evoluzionistici, sia perché l’interazione con loro, al contempo a noi uguali e differenti, ha contribuito e contribuisce in maniera determinante alla sua formazione.

Se dunque è certo che gli Animali da sempre continuano senza sosta ad attraversare i nostri racconti, più recente è l’irruzione in ambito letterario della questione animale, cioè di quella serie di ineludibili problemi morali correlati all’infame trattamento che la nostra società  riserva agli Animali cosiddetti “da reddito”. A questo proposito si pensi ai romanzi e ai racconti di Isaac Bashevis Singer, Milan Kundera, John Maxwell Coetzee e Anna Maria Ortese, per citare solo qualche esempio. Anche quest’anno non fa eccezione dal momento che sono stati pubblicati in Italia almeno due romanzi e una raccolta di racconti di stampo “animalista”: “Il posto dei maiali” di Kitty Fitzgerald (Guanda), “Acqua agli elefanti” di Sara Gruen (Neri Pozza) e “Storie di uomini e animali” di Sholem Aleykhem (Adelphi). Questi tre volumi hanno molto in comune. Innanzitutto, il fatto che la condizione animale non viene presentata in maniera avulsa dal resto della società , ma piuttosto intrecciata con quella di anziani, disadattati e individui portatori di handicap fisici o mentali, cioè di quegli Umani spesso considerati alla stregua di “scarti”.

Tutti e tre questi libri inoltre raccontano le vicende dei loro protagonisti Animali con profonda tenerezza e struggente malinconia. Infine, tutti e tre hanno ben presente la struttura gerarchica della nostra società  al cui fondamento stanno gli Animali e il loro infernale sfruttamento. Il romanzo di Kitty Fitzgerald è una storia tenera e tristissima di un amore platonico tra una giovane adolescente (Holly Lock) e un adulto rimasto bambino (Jack Plum), i quali trovano una momentanea salvezza e una parziale redenzione dall’immedicabile violenza del mondo nell’intensa relazione con un gruppo di Maiali sottratti per un breve intermezzo al loro inesorabile destino di sofferenza e morte. Jack, che soffre di un grave ritardo mentale e di un dismorfismo cranico, è uno di quegli individui che chi lo circonda non esita a definire un “mostro”, uno di quelli che la nostra società  spesso tollera con sufficienza (soprattutto se rinchiuso in una qualche istituzione totale*), ma che talvolta non disdegna di annientare come lebensunwert (vite indegne di essere vissute), esattamente nello stesso modo in cui trasforma esseri senzienti e magnifici in pezzi di carne per i banconi dei supermercati. Il posto dei maiali è il mondo visto con gli occhi dell’adolescente ancora scevra dai pregiudizi di specie, genere e “casta” e con quelli dell’Umano marginale, con una scrittura che a questi si adegua in una fuga di capitoli dove le due voci si alternano nel descriverci lo svolgersi delle vicende.

E gli occhi di questi due individui, che sono poi gli occhi dell’autrice, ci restituiscono un’osservazione profonda e accurata del comportamento di quei “soggetti di una vita” che sono i loro amici Maiali, prima fra tutti Freya, una sorta di grande madre secolarizzata e fulcro intorno a cui ruota tutto il romanzo. Osservazione profonda e accurata che spesso è mancata agli etologi professionisti, ma che non è sfuggita a Jeffrey M. Masson ne “Il maiale che cantava alla luna” (Il Saggiatore, 2005 – un saggio sulla vita degli Animali “da reddito” di cui non ci stancheremo mai di consigliarne la lettura). Sarà  l’invidia e la protervia degli Umani paradigmatici (i cosiddetti “normali”) a distruggere definitivamente quel cerchio sacro che i Maiali insieme a Jack e Holly erano riusciti a creare. Il romanzo di Sara Gruen è la ricostruzione del mondo del circo americano ai tempi della “grande depressione” condotta seguendo il filo dei ricordi di Jacob Jankowski, un veterinario circense, ormai ultranovantenne, pressoché dimenticato dalla sua numerosa progenie e “parcheggiato” in un ospizio. Anche qui assistiamo ad un ininterrotto corteo di poveri, malati e Animali, tutti ugualmente e altrettanto impietosamente sfruttati da un sistema inflessibile e gerarchico come quello del circo.

Anche qui le sofferenze di Rosie (l’Elefantessa protagonista del romanzo) come quelle di Marlena e Jacob (i protagonisti Umani) ci vengono restituiti con uno sguardo complice e delicatissimo e anche qui ci viene offerta un’osservazione attenta ed empatica degli Animali “da circo”. In questo ambito, una delle parti più intense del romanzo è quella in cui Jacob capisce che Rosie non risponde a quanto le viene richiesto non perché poco intelligente, ma perché le domande le vengono poste senza garbo, come direbbe Vinciane Despret (“Quando il lupo vivrà  con l’agnello”, Elèuthera 2004), cioè in inglese e non in polacco, la lingua che Rosie ha imparato a conoscere da piccola. Purtroppo, il finale del romanzo delude le aspettative del lettore, in quanto nel tentativo assolutamente non necessario di dare risalto alla nostalgia dell’anziano veterinario per un mondo che non c’è più, l’autrice, che pur si definisce “animalista convinta” nel risvolto di copertina, offre spazio ad una riabilitazione del mondo circense che, seppur parziale, rimane tanto ingiustificata quanto incongrua rispetto alle oltre 300 pagine precedenti. Storie di uomini e animali è una raccolta di cinque racconti pubblicati originariamente all’inizio del secolo scorso da Aleykhem, scrittore ucraino di origini ebree. Ognuno di questi racconti, dove finalmente è restituita agli Animali la facoltà  di parlare e di rispondere, è assolutamente riuscito sia da un punto di vista letterario che “animalista” e tutti insieme ci offrono uno “spaccato” completo dei temi tipici della saggistica antispecista: violenza istituzionalizzata, crudeltà  privata e vissuto esistenziale di chi si dichiara e vive da animalista. Su tutti spiccano i racconti intitolati “La coppia” e “Pietà  per gli esseri viventi. Pensieri di un bambino stupido”.

Il primo, con 40 anni circa di anticipo, ci racconta attraverso gli occhi di due Oche destinate al macello, l’orrore di quella che sarà  la violenza nazista, che diventerà  poi un leitmotiv di molta letteratura e saggistica antispecista. La capacità  di premonizione di queste due Oche dovrebbe dirci molto circa il fatto che la mancata risoluzione della questione animale continuerà  a costituire il “carburante” del sopruso istituzionalizzato verso chi di volta in volta e per i più svariati motivi all’Animale verrà  equiparato (riecheggiano qui le parole del figlio dell’ex-medico di Auschwitz secondo il quale i “”mangiatori di carne” […] potrebbero farlo [l’Olocausto – ndr] succedere di nuovo”, cfr. Charles Patterson, Un’eterna Treblinka. Il massacro degli animali e l’Olocausto, Editori Riuniti, 2003, p. 238). Il secondo ci parla invece di un bambino così affascinato dagli Animali da non esitare a chiedere alla madre conto del perché della violenza istituzionalizzata nei loro confronti, violenza che va a minare la sua stessa possibilità  di credere in un Dio misericordioso.

Alle insistenti domande del fanciullo, la madre lo apostrofa definendolo uno “stupido”, riassumendo così in maniera folgorante la considerazione che tuttora viene riservata a chi si preoccupa delle sofferenze dei più deboli. Ma, come ci insegna Dostojevskij, il sacro e la salvezza spesso usano gli idioti come tramite per trovare spazio in questo mondo. La speranza – e come sostengono Benjamin e Marcuse: “àˆ solo a favore dei disperati che ci è data la speranza” – è che la schiera degli idioti e degli stupidi si infittisca sempre di più fino a mettere definitivamente la parola fine all’era sociale più infausta e infelice della storia di questo sfortunato e bellissimo pianeta.

Massimo Filippi

* “istituzione totale” è un termine della sociologia introdotto negli anni ’70 da Goffman per indicare tutte quelle istituzioni che si prendono “cura” completa dei propri internati: es. carcere, manicomio, ospedale, campi di sterminio, lager… (NdR)”

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/3pyx3

2 Commenti

  1. baba ha scritto:

    …Grazie!!!!…
    Mi è venuta proprio voglia di leggere!!!…

    12 gennaio, 2008
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