Dal n° 3 / anno 2: La vergogna d’esser uomo – “La honte d’être homme”


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In un passo molto intenso dello straordinario Abbecedario (1), Gilles Deleuze richiama Primo Levi per proporre il concetto della “vergogna di essere uomini”, come centro generatore della resistenza e della creazione. Che cosa significa resistere, perché abbiamo bisogno di resistere e a che cosa? In primo luogo resistiamo alle opinioni correnti, alla betise, alla menzogna dominante, all’oppressione. Ma come resistere? Per Deleuze creare è resistere: gli artisti, gli scienziati, i filosofi creando resistono. Non solo loro, come testimonia ammirevolmente proprio Primo Levi, ma in alcuni si trova e diventa visibile un’intensità  superiore della resistenza, di una resistenza della vita contro la dominazione e la morte.
L’esperienza del campo di sterminio funziona come una sorta di agghiacciante, ma limpidissima lente di ingrandimento di una condizione di imprigionamento della vita, della vita umana certo, ma che riflette uno stato più generale di dominio, imprigionamento e sfruttamento della vita. D’altra parte lo diceva bene Agamben in Che cos’è un campo, descrivendo il campo come stato d’eccezione che diviene norma: “in quanto i suoi abitanti sono stati spogliati di ogni statuto politico e ridotti integralmente a nuda vita, il campo è anche il più assoluto spazio biopolitico che sia mai stato realizzato, in cui il potere non ha di fronte a sé che la pura vita biologica senza alcuna mediazione” (2).

Ora questo medesimo insieme di dispositivi agisce in quella eterna Treblinka che è il sistema mondiale di sfruttamento e riduzione a cose degli Animali. Ci si può scandalizzare di questo paragone (3), ma ciò avviene in virtù di una denegazione antropocentrica che produce una cecità  della reale condizione degli altri Animali: l’esperienza umana è l’unica degna di essere rappresentata, in quanto ontologicamente altra e dunque non è paragonabile in nessun modo a quella animale. E’ tutta una metafisica implicita che sorregge questo stato d’eccezione degli Animali, che innanzitutto e per lo più non viene colto, un abito mentale che oscura del tutto un immenso ambito del mondo che abbiamo in comune con gli Animali. Ma è proprio qui che con Primo Levi si manifesta uno straordinario rovesciamento. In realtà  in molta letteratura sull’esperienza concentrazionaria il confronto con gli Animali è costante (4) e se resta all’opera uno sguardo essenzialmente antropocentrico, tuttavia rovesciando il punto di vista, scambiando lo sfondo con la figura, viene proprio in primo piano la condizione animale (5). Nel campo è all’opera quel meccanismo di internamento e di esclusione che si basa proprio su un insieme di dispositivi che fanno sì che tutto sia possibile nei confronti degli Animali, che qualsiasi atto nei loro confronti non appaia come un delitto, ma una conseguenza della sospensione della loro condizione in uno stato di eccezione dall’umano.

E qui torniamo a Primo Levi e alla sua riflessione sulla vergogna. Alla liberazione, dice, invece di provare contentezza, ci si sentiva schiacciati dal peso dell’essere ri-diventati Umani, si provava vergogna. “Il senso di vergogna o di colpa che coincideva con la riacquistata libertà , dice Levi, era fortemente composito: conteneva in sé elementi diversi ed in proporzioni diverse per ogni singolo individuo” (6). Innanzitutto c’era la vergogna per aver vissuto in una condizione animalesca, patendo fame, fatica, freddo, paura. In altre parole, milioni di Umani hanno provato a vivere, non per loro volontà , la condizione animale, ossia quella in cui sono costretti a vivere permanentemente miliardi di esseri senzienti. Passato, identità , futuro erano tutti schiacciati sul momento presente, come antropocentricamente si considera sia vero per tutti gli Animali. Questa concentrazione sulla sopravvivenza ha portato a un mutamento del metro morale, così che si facevano cose che comunemente non avremmo mai fatto. Ossia: la condizione estrema spingeva a sopravvivere come accade comunemente per gli Animali sottoposti a internamento e sfruttamento intensivo, costretti a sopravvivere in attesa di essere usati o annientati.

C’era poi una vergogna per essersi lasciati asservire da quel sistema e non aver resistito, per quanto era possibile. La ribellione certo era stroncata dalle condizioni di vita sfibranti fin dal principio, dalle gabbie, dai recinti elettrificati, dalla violenza estrema; eppure restava l’esempio di altri che avevano resistito e per questo erano morti. Qui il discrimine tra la morte e la vita assume una dimensione del tutto diversa: sopravvivere diviene una colpa che fa provar vergogna. C’è poi la vergogna di essere sopravvissuti al posto di un altro, magari più degno e innocente di me, cosicché ogni spiegazione (religiosa o di altro tipo) che in qualche modo giustifichi la sopravvivenza mia al posto di qualcun altro, appare mostruosa. Infine “c’è una vergogna più vasta, la vergogna del mondo”. Quella che dimostrava che “(…) il genere umano, noi insomma eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare” (7).

Passo straordinario che mostra che la vergogna di essere uomo appartiene a tutti, pur non essendo tutti dalla stessa parte. Non significa affatto che siamo tutti sullo stesso piano, tutti egualmente colpevoli, ma che ciascun Umano potenzialmente può creare una quantità  infinita di dolore in circostanze estreme, ma anche normali e quotidiane attraverso l’omissione: non vedo, non sento, non faccio. E’ la tematica nota della banalità  del male. In più si potrebbe aggiungere, se, come secondo alcuni l’Umano è l’Animale che si vergogna, in primis della propria nudità  (8), la vergogna di essere uomo produce quel rovesciamento, quella scossa ontologica, si potrebbe dire, che ci scalza, seppur per un momento, dalla nostra posizione antropocentrica. Ed è proprio questa complessità  del sentimento della vergogna ci serve ad esplorare il lato oscuro della nostra condizione umana nei confronti nei nostri fratelli Animali. In effetti dal punto di vista fenomenologico il senso della vergogna può venir descritto come uno smascheramento, un senso improvviso di nudità , di sentirsi scoperti, spogliati che produce il desiderio di nascondersi, sparire, sprofondare. La vergogna ci serve a vedere tutte le innumerevoli situazioni in cui imprigioniamo la vita e ancora ci serve a pensare il nostro compito di liberare la vita dalle prigioni dell’Umano. Ciascuno incontra quotidianamente nella sua vita, direttamente o attraverso i media, situazioni in cui prova la vergogna d’essere uomo: la macelleria ruandese, il Cane invalido preso a calci dai marines in Iraq, l’orrore quotidiano della normalità  televisiva, il sopruso intollerabile contro il compagno più debole. Ciascuno ha i propri innumerevoli casi da proporre, senza dubbio.

Ma poi, che accade? In che misura la rimuoviamo, questa vergogna, e ci rendiamo complici con l’omissione (9)? Oppure come accade che prendiamo la via impervia della resistenza? E che significa nella nostra vita quotidiana resistere e reagire alla vergogna di essere uomini? In che modo ritroviamo la strada dell’essere in comune che demolisce alla base lo stato di eccezione in cui vivono gli Animali? E qui ritorniamo alla riflessione di Deleuze, sull’arte e sulla creazione come resistenza, o si potrebbe anche dire di un’arte della resistenza. Deleuze pensa che alla base dell’arte, in generale, ma anche del pensiero quando infrange le convenzioni e le opinioni acquisite, quando s’infrange contro un presente intollerabile, ci sia proprio questa “honte d’etre homme”, questa vergogna di essere uomini. “L’uomo imprigiona continuamente la vita, continuamente la uccide (…) L’artista è colui che libera una vita, una vita più che personale” (10).

Perché in questa liberazione non ne va tanto di me, come persona, come io individuale, ma piuttosto della vita come potenza d’essere che si esplica in innumerevoli modi nel mondo. La vergogna d’essere uomo diventa il punto di partenza di una rivolta etica (“mi rivolto, dunque siamo”, diceva Camus) e l’opera di questa liberazione, che avvenga attraverso la scrittura o con un gesto singolare, mi avvicina al punto in cui non sono più neppure me stesso, chiuso nel mio miope egoismo, ma sono in grado di vedere un essere-in-comune a cui prima ero del tutto cieco. “Non per vergogna si fanno le rivoluzioni. Io rispondo: la vergogna è già  una rivoluzione” (11).

Filippo Trasatti

Note:

1) Abbecedario di Gilles Deleuze, a cura di Claire Parnet, 3 Dvd, Derive Approdi, 2005.
2) Giorgio Agamben, Che cos’è un campo? In Mezzi senza fini, Bollati Boringhieri, 1996, p. 38. 
3) Oltre a Adorno e Horkheimer, si consideri questo testo di Derrida che confrontando l’annientamento animale e la Shoah scrive: “Come se ad esempio invece di gettare un popolo nei forni crematori o nelle camere a gas, dei medici o dei genetisti (ad esempio nazisti) avessero deciso di organizzare con l’inseminazione artificiale una sovrapproduzione, una sovrappopolazione di Ebrei, Zingari e omosessuali che, sempre più numerosi e nutriti, venissero destinati, in numero sempre crescente, allo stesso inferno, quello della sperimentazione genetica coatta, dello sterminio col gas o col fuoco. Negli stessi macelli” Jacques Derrida, L’animale che dunque sono, tr. It. Jaca Book, Milano, 2007,p.65.
4) Una delle premesse dell’annientamento degli Untermenschen è la loro animalizzazione. Su questo si veda l’analisi eccellente di Esposito in Bios, Einaudi, Torino, 2007.
5) Bisogna ricordare ancora una volta insieme a Derrida, op.cit., che dire l”Animale” è già  dire una sciocchezza, ma qui il riferimento è a tutti quegli Animali che in vario modo rientrano nel sistema scientifico-industriale di sfruttamento organizzato.
6) Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, p. 57.
7) Ibidem, p. 66-67.
8) Si veda in proposito Jacques Derrida, L’animale che dunque sono, tr. It. Jaca Book, Milano, 2007, che apre la sua riflessione proprio a partire dalla vergogna di essere guardato nudo dalla sua Gatta. Dei tanti temi di questo testo ricchissimo, mi limito a sottolineare quello espresso nel breve brano che segue: “Come ogni sguardo senza fondo, come gli occhi dell’altro, questo sguardo cosiddetto “animale” mi fa vedere il limite abissale dell’umano: l’inumano o l’anumano, le fini dell’uomo, cioè il passaggio delle frontiere oltre il quale l’uomo osa annunciarsi a se stesso, chiamandosi così con il nome che crede di darsi”.
9) C’è una riflessione che a partire da qui, pone il problema della rilevanza della vergogna e di altre emozioni per la fondazione dell’etica; si veda ad es. Martha Nussbaum, Nascondere l’umanità . Il disgusto, la vergogna, la legge, tr. it Carocci, Roma, 2007.
10) Abbecedario di Gille Deleuze, cit. vc. Resistenza.
11) Karl Marx, Lettera a Ruge, marzo 1843

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/nzwfz

2 Commenti

  1. Ariemma ha scritto:

    Articolo molto interessante. Anche io non molto tempo fa ho dedicato alla questione un intero testo, non a caso con il titolo “Il nudo e l’animale”

    3 Giu, 2009
    Rispondi

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