Dal n° 3 / anno 2: La strategia virale (seconda parte)


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Per fortuna, nel secondo medioevo verso cui ci stiamo buttando a capofitto, sarà  l’economia ad avere lo stesso ruolo totalizzante che nel primo ha avuto la teologia. Ma perché “per fortuna”? Riassumiamo innanzi tutto alcuni punti fondamentali. Abbiamo da una parte un consolidato sistema economico e socioculturale e dall’altra delle istanze di cambiamento che adombrano un’ipotesi di alternativa ma che ancora non hanno preso i definiti contorni di un progetto. Sappiamo che in un animale sociale (e l’Umano lo è) i cambiamenti positivi partono sempre dal basso e che essi si diffondono per spirito gregario, non grazie a elementi esterni quali ad esempio gli apparati legislativi. Il potere è indifferente a ogni cambiamento a meno che non lo percepisca come immediatamente lesivo della propria stabilità , condizione questa che al contrario scatena la sua reazione immunitaria repressiva. Pertanto, condizione per la solidità  dei cambiamenti è il loro attuarsi senza scontro col potere. Il conflitto, in quanto metodo e terreno d’azione congeniale al potere, non è mai mezzo del cambiamento ma al contrario efficace strumento di conservazione. Il potere infine non è riformabile, è tuttavia estinguibile. Se dunque questo sistema non è né modificabile dall’interno né cancellabile con una prova di forza non rimane che cercare altre vie.

Una di esse consiste nell’impiantare al margine del sistema degli embrioni di una società  parallela attorno ai quali si possa sviluppare nel tempo una federazione di comunità  alternative in grado di sostituirsi progressivamente alla struttura economica e socioculturale oggi dominante. Essa intanto continuerà , inevitabilmente, a svolgere la sua azione cancerosa ma con sempre minore forza, fino al progressivo esaurimento. Inizialmente questi embrioni saranno realtà  estremamente piccole, quasi impercettibili, occuperanno territori considerati marginali dal sistema economico perché inadatti alle attività  produttive intensive, e la loro funzione non andrà  al di là  di quella, puramente conservativa, che ebbero nel primo medioevo i monasteri, e non è certamente nullo il rischio che essi non riescano mai a superare questa fase, fino a giungere all’estinzione. Tutto dipenderà  da quanto essi sapranno gestire, adattativamente, il loro rapporto col mondo esterno mantenendo nel tempo la propria natura di corpo estraneo ma interagente, e sapendo gestire l’interazione senza creare situazioni che possano scatenare le difese immunitarie del sistema o consentire sue infiltrazioni. La strategia sarà  insomma affine a quella dei virus che si infiltrano nella cellula e ne usano le risorse per replicare numerose copie di se stessi eludendo i meccanismi del sistema immunitario.

Che ruolo può avere l’impegno politico in un simile scenario? Diciamo subito che la prospettiva politica, col suo essere totalmente interna al presente, è insufficiente non meno di quella morale perché quando si tratta di mettere in discussione l’economia “sviluppista” e quel suo sostegno ideologico che è lo specismo, non si sta lottando contro un potere politico o economico e meno che mai contro un sistema filosofico. L’obiettivo è estinguere e riscrivere l’intero divenire della storia umana dal neolitico in poi: l’orizzonte temporale dell’analisi è costituito dai millenni, quello del programma d’azione, probabilmente dai secoli, orizzonti sconosciuti alla visione semplicemente politica. Evitare la conflittualità  politica naturalmente non significa essere indifferenti alle storture del presente, non significa sentirsi egoisticamente sazi della propria isola felice (anche perché nessuna isola è “felice” quando è stretta d’assedio da un mare in perenne tempesta).

Ci saranno sempre, nei confronti del sistema, azioni di difesa (evitare che le cose peggiorino) o correzione (intervenire su aspetti parziali) ma con la consapevolezza che si tratta comunque di “mettere le toppe” e che la vera azione risolutiva è quella operata fuori dal sistema. La principale forma d’interazione con esso consisterà  piuttosto nell’usare quelle risorse utili (soprattutto tecnologiche) che il sistema stesso produce, per far crescere gli embrioni e potenziare costantemente la loro impalpabile opera di infiltrazione nelle vecchie strutture del sistema competitivo. Il processo di sostituzione del sistema della crescita e dello specismo con la federazione di comunità  sarà  dunque progressivo, secondo un percorso di infiltrazione lenta e programmata.

Sarà  di grande utilità  in ciò, come accennavo in apertura, la dominanza ormai esclusiva che l’economia ha assunto nel sistema stesso: l’economia a sua volta dominata da quel criterio fondante che è il principio edonistico, grazie al quale essa percepisce un orizzonte temporale ridottissimo sia nella valutazione dei vantaggi che dei pericoli. L’Umano immerso nella prospettiva economica non concepisce ciò che accadrà  al di là  dell’esiguo orizzonte temporale del suo piano d’investimento. Dunque un qualsiasi programma di cambiamento i cui effetti cominceranno a essere percepibili al di là  di quell’orizzonte sarà  invisibile al sistema ma non per questo inefficace. Un percorso programmato che sappia sfruttare a suo vantaggio quella cortina di nebbia temporale che il principio edonistico pone davanti al sistema, è oggi probabilmente la sola arma di cambiamento profondo che abbiamo.

Filippo Schillaci

Le idee fondamentali di questo articolo sono liberamente elaborate da: I monasteri del terzo millennio di Maurizio Pallante e Il sistema federativo di Piero Nigra.

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