Dal n° 2/Inverno 2010: universale singolare


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«Dovremmo saperci elevare al di sopra del nostro amore e distruggere col pensiero ciò che adoriamo: diversamente ci mancherebbe ciò che è proprio anche di nostre altre capacità , il senso dell’universo. Perché non si dovrebbe aspirare il profumo di un fiore e poi nondimeno osservare le infinite venature di ogni singola foglia e sapersi perdere completamente in questa osservazione?» (Friedrich Schlegel)

Gli Animali “domestici”, i “pet” come si dice anglicizzando, sono ormai parte della vita di milioni di individui in ogni parte del mondo ricco. Protetti dall’interno e dall’esterno, amati e vezzeggiati, posseduti come proprietà , antropomorfizzati quanto basta perché ci possiamo riconoscere in essi, vivono una vita parallela che ha poco a che spartire con quel che erano prima di entrare nei recinti della proprietà  e dell’affetto privati, per non parlare di tutti quelli che sono esclusi dal cerchio della protezione umana.
Deprivati della libertà  in cambio della sicurezza, condividono con gli Umani le trasformazioni della vita nella contemporaneità , l’isolamento progressivo, l’ansia, un tempo parcellizzato legato a esigenze esteriori. Rappresentano per molti un legame affettivo così profondo da essere incomparabile con quello verso i conspecifici Umani, non perché qualitativamente o quantitativamente inferiore, ma perché anche se incrociano per molti aspetti il nostro mondo, non sono davvero del tutto nel nostro mondo. Sono quell’altro in dimensione tascabile che possiamo guardare senza paura, e tuttavia, forse, non senza il rimpianto per un’altra vita.

Dei nostri alieni compagni di vita crediamo di sapere più di quanto in realtà  sappiamo. Applichiamo anche a loro gli schemi con cui cerchiamo di decifrare, prevedere e controllare il nostro e l’altrui comportamento. Tanto più ci avviciniamo a loro con uno sguardo (e tutti gli altri sensi) aperto all’imprevisto, quanto più ci appaiono unici, non sacrificabili entro le gabbie di una tassonomia (né tanto meno di altre gabbie). Perché, come diceva Proust, l’amore trae fuori gli individui dalle categorie (e potremmo aggiungere dai recinti). Ma anche perché questi compagni di vita non sono soltanto il nostro riflesso, e ad ascoltarla ci raccontano anche un’altra storia. Scompigliano il nostro immaginario (“ma come, un Coniglio ringhia!”), disfano i nostri pregiudizi specisti (“non potrà  mai capire”), ci immergono nel grande oceano delle differenze, si fanno portavoce di un lamento universale per un mondo dominato dall’equivalenza generale e dal calcolo, rimettono in agenda la speranza della liberazione.
In questo senso sono insostituibili maestri: per quanto facciamo per loro, è immensamente di più quanto loro fanno e possono fare per noi.

Filippo Trasatti

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