Dal n° 2/Inverno 2010: “Anche Hitler era vegetariano”


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porcellino.gifE’ capitato a molti di noi, nel perorare la causa della liberazione animale, di sentirsi prima o poi dire “anche Hitler era vegetariano”, affermazione a volta formulata nel più sofisticato costrutto “anche i nazisti erano amici degli Animali”.
Di fronte a tali affermazioni, la reazione tipica degli attivisti – a parte l’irritazione dovuta al fatto che il primo venuto dei carnivori specisti, che in genere non ha mai fatto nulla contro il razzismo, si permetta di formulare simili obiezioni a chi considera la lotta di liberazione animale come la logica prosecuzione delle lotte antirazziste e antisessiste – è quella di dichiararne la falsità  storica, ripetendo quello che, bene o male, si può leggere su molti testi e siti “animalisti”. Si cerca pertanto di ricordare quale fosse il piatto preferito da Hitler e il nome della cuoca che glielo cucinava(1) , oppure ci si avventura in una ricostruzione storica dell’operato del NSDAP, il partito nazionalsocialista tedesco, in tema di legislazione sui diritti animali, ricordando come le tre leggi emanate nel triennio 1933/1935, ossia la “legge sulla protezione degli animali” (Tierschutgesetz) del 24-11-1933, la “legge per la limitazione della caccia” (Das Reichsjagdgesetz) del 03-07-1934 e la “legge per la protezione della natura” (Reichsnaturschutzgesetz) del 01-07-1935, regolamentassero sì l’utilizzo degli Animali i quali, tuttavia, potevano continuare a essere cacciati, mangiati, usati come cavie ecc.
Se fosse tutta qui, la questione sarebbe molto semplice e facilmente superabile facendo riferimento a una più corretta ricostruzione storica.
In realtà  il discorso è più complicato in quanto tali affermazioni, sia che vengano dette da un perfetto sconosciuto o che vengano riportate da alcuni studiosi come Luc Ferry o Roger Scruton (2) , una volta pronunciate provocano comunque un nocumento al movimento animalista in quanto, facendo leva sull’enorme carica emotiva legata al nazismo, screditano lo stesso agli occhi di chi ci sta ascoltando o, più in generale, dell’opinione pubblica.
Risulta pertanto necessario porsi l’interrogativo se le riposte che comunemente si danno, seppur corrette, siano le più efficaci da un punto di vista comunicativo, nonché se siano grado di ritorcere in qualche modo l’accusa ricevuta nei confronti di chi l’ha lanciata.
Si può dire che delle risposte che si limitano a confutare tali affermazioni esclusivamente sul piano della verità  (falsità  in questo caso) storica sono necessarie ma non sufficienti: necessarie perché ristabilire la verità  storica dei fatti è fondamentale per poter incominciare a riflettere sugli accadimenti, non sufficienti perché limitate e limitanti.
Limitate in quanto prendono in considerazione solo un aspetto del problema: dire che Hitler non era vegetariano, che il mito del vegetarismo del Fuhrer sia stato opera della propaganda di Goebbels, che le associazioni animaliste siano state chiuse dal regime nazista e via discorrendo, non esaurisce la questione. Infatti, a chi fa tali accostamenti della verità  storica non importa nulla; il suo vero fine è, come abbiamo detto, un altro: ossia quello di colpire in tutti i modi il movimento animalista anche attraverso calunnie e falsità.
Limitanti in quanto ci impediscono di (e di far) riflettere su cosa sia l’antispecismo, di parlare di antispecismo. A questo proposito si possono proporre due riflessioni: una di carattere generale riguardante il filo logico dell’argomentazione proposta e una particolare che riguarda l’antispecismo in senso proprio. Accade sovente che, esauriti gli argomenti da portare a sostegno delle proprie tesi, si sostituisca all’argomentazione l’invettiva. In questo caso l’invettiva consiste nel paragonare il movimento animalista al nazismo; è proprio questo lo scopo di usare la locuzione “come Hitler”; tuttavia, è facile dimostrare come la comparazione con l’ideologia nazista si limiti a essere una semplice banalizzazione se non si indicano e se non si analizzano quali sono gli elementi in comune tra il nazismo e l’animalismo e, soprattutto, quali di questi sono riconducibili a ciò che il nazismo ha significato (il razzismo, l’autoritarismo, la violenza, il disprezzo per le minoranze, la volontà  di uccidere). Risulta allora palese che se questo confronto non viene fatto, il paragone con il nazismo perde ogni significato in quanto, sarebbe come dire, che poiché la musica di Wagner era la preferita di molti gerarchi nazisti anche chi la ascolta e la apprezza oggi è un nazista. Nell’ipotesi inversa, ossia che un tale confronto venga fatto e che da esso emergano dei caratteri comuni, il paragone con il nazismo sarebbe, se non inutile, certamente secondario.
Dire poi che “anche i nazisti erano amanti degli Animali” significa sottintendere che l’amore per gli Animali non impedisce l’odio per gli Umani. Anche questa accusa di “antiumanismo” rivolta in generale agli attivisti è un classico: amate più gli Animali che gli Umani.
Ciò che è importante sottolineare è che proprio partendo da questa affermazione si può iniziare a fare una prima importante distinzione tra animalisti zoofili e antispecisti.
E’ di tutta evidenza, infatti, che la contrapposizione zoofilia/antropofilia può esistere solo in una società  specista, in un ambiente cioè in cui all’opposizione umanità /animalità  (nonché, estendendo il concetto, alle contrapposizioni biologiche in genere) viene dato un potente valore morale oltre che simbolico. L’ideologia nazista è chiaramente un’ideologia ultra-specista. Basta una semplice riflessione per comprendere come, se da un lato è pur vero che la zoofilia nazista costituisce un evidente paradosso, dall’altro è facilmente comprensibile come la preoccupazione per una possibile contaminazione della razza pura ariana non poteva certo riguardare gli Animali in quanto, per definizione, non interfecondi con la specie umana. I nazisti, pertanto, non potevano avere questa preoccupazione per odiare i non umani.
In realtà  il movimento antispecista per la liberazione animale si batte proprio per contestare la rilevanza morale che si attribuisce alla semplice appartenenza alla specie Homo sapiens; in un contesto antispecista, l’opposizione zoofilia/antropofilia semplicemente non ha motivo di esistere: l’antispecismo infatti non è una forma estrema di zoofilia, non è affatto zoofilia. Non si chiede di provare simpatia, amore per gli Animali, si pretende invece che li si tratti con rispetto. Oggi nessuno si sognerebbe di condannare l’olocausto compiuto dai nazisti in nome del nostro amore verso gli Ebrei: lo si condanna in nome del rispetto, della giustizia che si doveva loro.
Con questo ovviamente non si vuole affatto dire che gli animalisti non antispecisti siano assimilabili ai nazisti; semplicemente si constata come certe rivendicazioni welfariste e protezionistiche, tipiche sia di molte associazioni organizzate sia di singoli che si definiscono amanti degli Animali, sarebbero possibili anche all’interno di uno stato fascista o nazista. Questo per le rivendicazioni antispeciste non può accadere.
Non può accadere perché non appena si abbandona un’interpretazione letterale del termine specismo (inteso come una preferenza accordata alla propria specie) per dargli un significato forte come ideologia che giustifica lo sfruttamento degli Animali e il dominio sulla terra e sul vivente, si nota subito come esso sia indissolubilmente legato all’antropocentrismo (3) e all’ideologia di dominio.
Ed è per questo che l’antispecismo è quel movimento filosofico, politico e culturale che lottando contro lo specismo e l’antropocentrismo, combatte quindi anche l’ideologia di dominio in tutte le sue forme socialmente istituite, siano esse intra o interspecifiche.
Solo in una società  specista può svilupparsi un’ideologia come quella nazista, in quanto solo in una società  in cui è riconosciuta ancora una valenza morale a mere differenze biologiche si può parlare di razzismo (inteso nel significato classico del temine).
In conclusione, si ritiene che ribattere alle obiezioni “anche Hitler era vegetariano” e “anche i nazisti erano amici degli Animali” articolando una risposta che, andando oltre la mera ricostruzione storica degli eventi, si basi sulle argomentazioni proposte, consentirebbe di ottenere perlomeno i seguenti risultati:
– una specie di inversione dell’onere della prova (4) che lascerebbe al nostro interlocutore il compito di trovare delle analogie che non siano semplici coincidenze tra l’ideologia nazista e il pensiero animalista;
– la possibilità  di illustrare la filosofia antispecista, sottolineando le peculiarità  che caratterizzano tale movimento rispetto alle altre anime che compongono l’eterogenea galassia animalista.
Infine, così facendo, non solo si avrebbe la possibilità  di parlare di “antispecismo” (5) ma, con tutta probabilità , anche di entrare in sintonia con la sensibilità  degli altri interlocutori attirandone le simpatie. E’ quasi certo, purtroppo, che tali simpatie non sarebbero così forti da convincere qualcuno a diventare immediatamente antispecista, ma perlomeno potrebbero instillare in chi le prova il seme del dubbio.

Luca Carli

Note:

(1) Rispettivamente “piccioncini farciti” e Dione Lucas; si veda Charles Patterson, Un’eterna Treblinka, Editori Riuniti, Roma, 2003, pag. 38.
(2) Luc Ferry, Il nuovo ordine ecologico. L’albero, l’animale e l’uomo, Costa & Nolan, 1994. Roger Scruton in Gli animali hanno diritti?, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2008, scrive a pag. 68: «Non è affatto sorprendente che Hitler, per esempio, avesse atteggiamenti sentimentalistici nei confronti degli animali in generale… Proprio l’uomo che ha ordinato lo sterminio di sei milioni di innocenti, la tortura e la distruzione di altri milioni ancora, è stato il primo capo di stato europeo a dichiarare illegale la caccia, con la motivazione che gli animali sono creature innocenti e cacciarli è una forma di crudeltà ». Scruton è un filosofo inglese che ha chiamato Singer (dal nome del filosofo Peter Singer) un Maiale poi trasformato personalmente in salsicce.
(3) Joan Dunayer, in Speciesim, Ryce Publishing, 2004, pag. 5, definisce lo specismo come «l’incapacità , nel modo di pensare o nella vita quotidiana, di accordare ai non umani uguali considerazione e rispetto».
(4) Per Richard Rorty «la discussione filosofica, per la sua stessa natura, è tale che il meglio che si possa sperare è far ricadere sul proprio avversario l’onere della prova».
(5) Poiché il linguaggio è fondamentale per fare e divulgare cultura, il parlare di antispecismo comporta perlomeno due aspetti positivi: da un lato ci consente di esplicitare il nostro pensiero, dall’altro, attraverso un linguaggio appropriato, favorisce il diffondersi di concetti, termini e simboli che sono fondamentali per la divulgazione dello stesso.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/6yxv4

2 Commenti

  1. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Ciao alph, grazie per la segnalazione, ma nulla cambia rispetto a quanto affermato nell’articolo di Veganzetta

    29 Mar, 2014
    Rispondi

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