Dal n° 2/anno 3: Una rivoluzione culturale e’ politica


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Come per i numeri scorsi continua il dialogo con Aldo Sottofattori scaturito dalla pubblicazione dell’articolo “Le isole vegane”.

L’articolo “Molte isole creano un arcipelago”, scritto per rispondere ad alcune perplessità  sollevate, lungi dal fugarle, ne apre di nuove. Tenterò di esprimerle in un quadro quanto più sintetico possibile. Fragano si chiede “Chi si deve occupare di pensare, chiarire, divulgare, propagandare l’idea antispecista se non chi già  l’ha abbracciata? E chi se non i vegani etici?”. Ebbene, bisogna partire da un dato: in maggioranza, i vegan interpretano la propria condizione come una situazione personale a cui “sarebbe bello” che altri aderissero su un piano di pura consapevolezza. àˆ doveroso, prima ancora che legittimo, invocare un coinvolgimento pubblico di quella tipologia di vegan; può persino aver senso insistere a fronte di insuccesso dell’ennesima chiamata, ma, alla fine, si deve pur prendere atto di una ovvia realtà . In ogni ambito, la maggioranza delle persone (anche tra i vegan) è talvolta disponibile (neanche sempre) a scendere sul terreno del fare se qualcuno predispone questo terreno. La prima perplessità  nasce perciò da una richiesta che sembra ignorare una condizione molto “umana”. Ma cosa voglio dire con predisporre il terreno? Qui nasce la seconda perplessità . Fragano fa ampio uso della parola “politica” e di altri termini correlati (Non a caso parliamo di propaganda: di questo si tratta. Di azione politica, fortemente penetrante nel sociale, di divulgazione di idee, di costruzione di movimento, di Agit-Prop se si vuole, ma dal basso.) Il dubbio che qui nasce non poggia su parole ampiamente condivisibili ma sul significato che queste possono assumere. Ci sono molte ragioni per pensare che la dimensione politica di Fragano coincida con quella che è la tipica visione attuale del movimento: e cioè l’uscita dal privato per invadere la sfera pubblica e conquistare al veganismo quante più persone possibili. Iterando indefinitamente questo processo si trasformerebbero le abitudini della popolazione nel quadro di una società  rinnovata. Questo non è un processo politico, bensì culturalista. Per percorrere questa strada non è necessario un soggetto politico dotato di uno specifico profilo, perché la (eventuale) proposta consiste nel rivolgersi al prossimo e chiedergli di effettuare una scelta personale e diventando, a sua volta, un propagatore delle nuove idee. Il pensiero sottostante si basa su un’idea di conquista su base additiva della società , la quale sarebbe composta dalla somma degli individui. Questo approccio è essenzialmente intimista e se appare politico, è soltanto perché non si chiude, ma si apre nel tentativo di contagiare un altro “intimo”. Allora possiamo chiederci: un processo culturalista funziona? Certo, ma fino al punto in cui le nuove idee sono marginali e non costituiscono un problema per nessuno. Basta una piccola flessione sui consumi posta in relazione con le nuove tendenze ed è la fine. Preti, governi, gruppi di pressione e media si uniscono nella santa alleanza per salvare anime, consumi, proprietà  e buon senso. Il fatto è che l’atteggiamento culturalista usa la parola “politica” in modo improprio e il danno che produce è considerevole. Infatti si illude di affrontare la realtà  mentre annaspa a menare fendenti al suo fantasma, perché la società , lungi da essere la somma dei cittadini (come vorremmo tutti che fosse), è il meccanismo rigido e spesso indeformabile delle sue istituzioni pubbliche ed economiche. La dimensione politica, quindi, non è semplicemente “apertura al pubblico”, ma guerra di posizione con le istituzioni esistenti per prefigurare istituzioni nuove e diverse sviluppando, nel contempo, forme intelligenti di conflitto. In questo quadro il soggetto politico diventa una necessità  di cui difficilmente si può fare a meno. Altrimenti “chiarire, divulgare, propagandare l’etica antispecista” non conduce ad altro che a riperpetuare la logica intimista del movimento (…diventa vegan anche tu e vedrai che il mondo cambiera’…). Infine la terza perplessità . L’introduzione della dicotomia alto/basso e la prefigurazione di improbabili moloch burocratici, qualora emergesse un soggetto politico antispecista è una preoccupazione fuori luogo. L’alternativa non è tra iniziative dall'”alto” o dal “basso”. Se proprio si vuole mantenere una metafora legata a dimensioni spaziali si potrebbe parlare di dentro/fuori. Il quadro prima delineato presuppone un dentro costituito da risorse (umane e materiali) sufficientemente integrate su idee, obiettivi e pratiche capace di rapportarsi orizzontalmente con un fuori prettamente culturale che per varie ragioni resiste a un coinvolgimento diretto ma può costituire un luogo ulteriore di diffusione e di sostegno della causa antispecista secondo una pluralità  di modi in parte tradizionali, in parte da innovare. Come si vede, è fuori luogo pensare ad un moloch politico che si autoassegna la responsabilità  di rappresentare in toto l’antispecismo, e di indicare le vie al movimento nel suo complesso. àˆ più ragionevole pensare ad un semplice esploratore attrezzato che cerchi con maggiore determinazione di mettere in tensione la società  specista e le sue istituzioni partendo dal riconoscimento di diritti fondamentali intollerabilmente calpestati.

Aldo Sottofattori

Passiamo a rispondere per ordine alle considerazioni interessanti di Sottofattori:
Prima considerazione: è evidente che non si pone l’adeguata fiducia nei mezzi che una persona eticamente consapevole può avere a disposizione per propagandare la propria visione. In definitiva ogni movimento sociale umano che ha portato ad uno stravolgimento della società  è nato da precise esigenze individuali, che poi tali esigenze siano state fatte proprie da avanguardie organizzate o da partiti politici, è un altro discorso. Chi si occupa di attivismo antispecista ben sa cosa significhi esporre i propri convincimenti con cognizione di causa, con entusiasmo e disponibilità  agli altri (a chi vuol sentire, sia chiaro), e sono numerose le situazioni in cui tali attività  sortiscono risultati insperati. La maggior parte degli antispecisti sono il risultato di un confronto (più o meno serrato) con altre persone, di una rigorosa autocritica, di un processo di adeguamento e di ricostruzione delle proprie attività  individuali secondo un nuovo sentire. Ridurre l’attivismo antispecista solo ad un mero processo di emulazione (sia tale emulazione derivante da rapporti con individui o con gruppi organizzati) è una visione riduttiva della questione. Se non abbiamo noi per primi fiducia in noi stessi, chi potrà  averne in noi?
La seconda perplessità  di Sottofattori è la più importante: Egli afferma che un problema individuale assurto a problema sociale è di natura culturalista e non politica. In parte è vero, ma la domanda sorge spontanea: come potremmo mai sognare di cambiare una società  se gli individui che ne fanno parte non sono fermamente convinti che tale cambiamento debba essere posto in atto?
Siamo tutti figli del nostro tempo, e ben sappiamo cosa significhi lo scollamento tra politica e cultura, l’allontanamento della politica ridotta a mera gestione del potere costituito dalle esigenze della massa, e la netta cisura tra memoria storica e contingente hanno partorito dei mostri che si chiamano iperliberismo e guerra preventiva (tanto per citarne alcuni).
La cultura, le istanze individuali (ponderate, meditate, ostentate) divenute problematiche pubbliche, sono la miccia di un processo sociopolitico che potrebbe portare al reale cambiamento. Dobbiamo tornare al ruolo pubblico dell’esperienza individuale. Il ruolo che Sottofattori riserva ad un soggetto politico, in realtà  meglio sarebbe destinarlo ad una nuova generazione di intellettuali antispecisti, capaci di rielaborare in chiave critica le esperienze sociali e politiche passate ed unirle alle esigenze individuali e di movimento, restituendo una nuova visione “contaminata” e utile alla costruzione (alla fine di tale processo) di un vero soggetto politico*.
Ecco che la cultura diventa una forte sponda della politica, anzi diviene politica essa stessa. Non a caso si è parlato anche di Agit-Prop. Le distanze quindi con Sottofattori possono essere notevolmente ridotte, se si ammette che un cambiamento sociale duraturo è il prodotto di una nuova visione culturale e pertanto anche politica. Considerando inoltre ciò che Sottofattori afferma in relazione “La dimensione politica, quindi, non è semplicemente “apertura al pubblico”, ma guerra di posizione con le istituzioni esistenti per prefigurare istituzioni nuove e diverse sviluppando, nel contempo, forme intelligenti di conflitto” ci troviamo perfettamente d’accordo. L’importante è capire che non potrà  mai bastare una semplice flessione del mercato per annientare o annichilire una nuova visione etica della vita che è in tutto e per tutto rivoluzionaria. I poteri forti e l’economia di mercato non dovrebbero infatti battere solo un soggetto politico, ma dovrebbero annientare un intero movimento fatto di persone eticamente schierate. Ancora una volta è necessario osare ed essere ottimisti.
L’ultima perplessità  parla di “dentro e fuori”, la visione è suggestiva, ma trattasi di una suddivisione artificiosa della questione in abitudini veicolate dal retaggio culturale e una nuova politica antispecista che le combatte. In realtà  ciò è proprio quello che si intende evitare. Se si parte da un movimento culturale e sociale, la politica diverrà  (per le ragioni appena esposte) la punta di diamante dello stesso, la piccozza che sbriciolerà  il sistema, ma ibridandolo, crescendo dall’interno. Non sono pertanto necessarie suddivisioni, ma contaminazioni.

Adriano Fragano

* Interessante è il punto di vista di Norberto Bobbio sul ruolo degli intellettuali in Politica e cultura, Einaudi, 2005

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/lj470

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