dal n° 2 – immaginare l’antispecismo


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v2_immaginare.jpgUno dei motivi che ci ha spinti a dare il via all’avventura della Veganzetta è il soddisfacimento di alcuni bisogni che sentivamo come attivisti per i diritti animali di fare chiarezza, di fornire degli spunti di riflessione e degli stimoli per una crescita comune. Immaginare l’antispecismo è uno dei compiti più ardui, ma anche esaltanti, che si possano ad oggi affrontare, ed è nostro dovere tentare di redigere un testo che sommariamente, e non esaustivamente, provi a spiegarlo.

Potremmo definire l’antispecismo come una corrente di pensiero che considera l’ecosistema terrestre come una fitta rete orizzontale di relazioni tra punti, una sorta di maglia o tessuto formato da elementi singoli tra di loro strettamente interconnessi ed interdipendenti, l’antispecismo non concepisce pertanto la preponderanza di uno degli elementi rispetto agli altri, anche perché ciò vorrebbe dire che la crescita di tale elemento andrebbe a discapito degli altri causando distorsioni nel tessuto. Il tutto è inserito in una distribuzione orizzontale e paritaria, ogni singolo elemento del gigantesco e complesso tessuto presente nella biosfera* in generale, e nella troposfera** in particolare, è assolutamente unico ma non isolato dagli altri, come gli altri non lo sono da lui, in egual misura. Se quindi considerassimo le specie viventi come singoli elementi del tessuto (potremmo pensare a loro come a delle cellule), potremmo in un sol colpo capire ciò che l’antispecismo intende per relazioni interspecifiche. E’ palese quindi che il nocciolo del problema è l’ipertrofia simile ad un’infezione del tessuto della Terra dell’elemento umano che ha assunto dimensioni spropositate ed insostenibili per la vita sul pianeta. Il tessuto naturale è malato, la specie umana appare essa stessa vittima della propria malattia, una malattia autoindotta e degenerativa.

L’antispecismo si prefigge di ridimensionare tale ipertrofia riportando alle giuste proporzioni l’elemento umano del sistema permettendo il ritorno ad un funzionamento armonioso dell’intero tessuto. L’antispecismo, quindi, nega la supremazia dell’Umano sulla natura, o meglio, rifiuta la visione antropocentrica che colloca l’Umano al di sopra dell’ordine naturale delle cose. I pessimisti temono si tratti di una situazione difficilmente reversibile perché risultato di una predisposizione congenita ed irreversibile della specie umana a dominare e distruggere l’ambiente e le forme di vita che la circondano; affrontando invece il problema in un’ottica antispecista è opinione diffusa che la situazione attuale non sia irrecuperabile, perché dovuta soprattutto a fattori psicologici, culturali, storici e sociali più facilmente modificabili. L’intento antispecista non è solo quello di estendere la sfera morale dei diritti umani anche agli Animali (tralasciamo per il momento lo spinoso problema dei soggetti dei diritti e della formulazione del concetto stesso di diritto, argomenti fondamentali che verranno affrontati in un prossimo futuro), ma di rivoluzionare la stessa società  umana per giungere ad un traguardo di portata epocale: la liberazione animale. Impossibile quindi considerare la questione dei diritti umani separata o indipendente da quelli degli altri Animali proponendone una trattazione particolare, impossibile perseverare sulla via dell’antropocentrismo anche se illuminato e tollerante. La visione antropocentrica del mondo, creata e veicolata da religione, filosofia e scienza – soprattutto occidentali – è la maggiore responsabile dello stato delle cose odierno, una sua revisione, o una sua riforma, non farebbero altro che procrastinare il problema ingigantendolo. Un futuro a-specista (ossia un futuro in cui la lotta antispecista abbia avuto termine con la costruzione della società  a-specista umana), pertanto, è destinato a realizzarsi solo in seno ad una nuova cultura non antropocentrica.

Il ribaltamento di valori sociali fondanti ha una portata che attualmente è difficile, se non impossibile, calcolare, la costruzione di una nuova società  umana a-specista presuppone l’abbandono della visione verticale (specista) e oppressiva che vede la specie umana al vertice di una piramide di sofferenza con alla sua base miliardi di Animali (ed un gradino più sopra anche moltissimi Umani), per abbracciare il concetto di modello orizzontale in cui ogni specie è alla pari delle altre (eguaglianza interpecifica), ed in cui ogni singolo Umano ha pari dignità  rispetto agli altri facenti parte della nuova società  a-specista (eguaglianza intraspecifica). Ciò non prefigura situazioni assurde o surreali molto spesso teorizzate dai detrattori dell’antispecismo, come ad esempio il diritto di voto per gli Animali, ma semplicemente il riconoscimento di una serie di diritti fondamentali ed inalienabili tali da permettere agli appartenenti di ogni specie animale e/o senziente di poter condurre una vita secondo le proprie caratteristiche etologiche senza essere soggiogata e schiavizzata da quella umana. L’abbandono dell’impostazione gerarchica della società  umana contemporanea (società  del dominio) sarà  indubbiamente un passo che comporterà  enormi stravolgimenti, ma che permetterà  la nascita di un inedito rapporto tra le specie animali fondato sulla solidarietà , il rispetto dell’alterità , la giustizia e l’uguaglianza, e, non ultimo, permetterà  al genere umano ed al pianeta Terra stesso di continuare ad esistere. La filosofia antispecista è ancora in divenire, è opportuno però considerare che essa ha potenzialmente enormi ricadute etiche, politiche, sociali e di conseguenza economiche, che devono essere considerate.

Il nucleo fondamentale, l’elemento base di una rete di relazioni, o di un tessuto, o meglio la cellula di base della visione antispecista è il singolo. Sia esso il soggetto umano o animale da tutelare, sia esso il soggetto attivo antispecista, che mira alla liberazione animale. L’antispecismo parte da presupposti ed elaborazioni teoriche complesse, ma nella pratica molto chiare: constatazione del dolore degli Animali, constatazione dello sfruttamento dei più forti nei confronti dei più deboli, constatazione della mancanza di giustizia, constatazione della verticalità  della società  umana. Tramite questa serie di elementi, il singolo individuo è in grado attraverso la pratica vegana (e assunto che la teoria antispecista non si propone di stilare alcun nuovo dogma, è possibile che in futuro la pratica vegana possa anche essere superata a favore di altre pratiche ritenute più efficaci ed eticamente accettabili) di esercitare la sua pressione critica e politica sulla società  in cui vive.

Il ruolo del singolo, il valore del singolo, sia dal punto di vista strategico che come fine è importantissimo, del resto la lotta per la liberazione animale non fa caso ai numeri, come ad esempio accade nel protezionismo o nel movimento ecologista dove si protegge il Panda solo perché è in via di estinzione, ma non si presta attenzione alle indicibili sofferenze delle Mucche solo perché presenti sulla Terra – nei centri di riproduzione eugenetica e sfruttamento industriale costruiti dagli Umani – in gran numero. Il singolo Animale per l’antispecista ha un valore intrinseco da tutelare, da difendere, da riconoscere, egli quindi è il soggetto principale, e la liberazione di tale soggetto, il fine.

Adriano Fragano
Ndr: Grazie a Filippo Schillaci per alcuni interessanti spunti di riflessione forniti

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