dal n° 3 – Come siamo e come sembriamo: lavorare sull’immagine dei vegani


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4 minuti

Nota per il lettore: gran parte di questo articolo è ispirato, fino al limite, voluto e qui dichiarato, del plagio, all’articolo “Come siamo e come sembriamo: lavorare sull’immagine dei cacciatori trentini”*, di Ettore Zanon, cacciatore, giornalista ed esperto di comunicazione. Il fatto che per trovare concetti, sia pur specularmene, identici a quelli che volevo esprimere, io abbia dovuto saltare dall’altra parte della barricata, che io abbia cioè ritrovato le mie parole negli scritti di un avversario piuttosto che di un alleato, deve costituire per il lettore motivo di riflessione non meno dei concetti stessi.

Alcune settimane fa, passando per caso davanti a un televisore acceso udii un frammento di una trasmissione su Adolf Hitler. Se ne parlava ovviamente male, e fin qui tutto bene; gli venivano attribuite una serie di caratteristiche che formavano il quadro di un perfetto psicopatico, e fin qui nulla di strano. Ma alla fine di quell’elenco, come a volerne dare gli ultimi, coerenti ritocchi, udii che il dittatore veniva definito vegetariano e animalista. Entrambe queste cose, come sappiamo, sono false, ma qui è altro che ci interessa: il fatto che questi due attributi venissero aggiunti con il chiaro intento di completare un quadro da cui risultava la figura di un malato di mente.

Qualche tempo prima, alla radio, avevo udito un’intervista a due note persone vegane. Il primo colpo fu vibrato dall’intervistatrice la quale suggerì che la scelta vegana è alternativa all’essere buongustai (se diventate vegani scordatevi di mangiar bene), le mazzate successive furono date dagli intervistati stessi che, in rapida successione, ci informarono che: diventare vegetariani – neanche vegani – è molto difficile (non provateci neanche se non avete la vocazione al martirio), i vegani vengono rifiutati dagli amici e dai familiari (vegano uguale: cent’anni di solitudine), che ai vegani dà  fastidio se qualcuno accanto a loro mangia carne (vegano uguale: settario e intollerante)*. Stop. Fermiamo il nastro, anche perché siamo ad appena tre minuti di intervista e ne abbiamo ancora per un buon quarto d’ora.

E riflettiamo un po’ su questi due esempi. Il primo non meraviglia più di tanto essendo l’ennesima manifestazione del “come sembriamo”. Già  un po’ più di meraviglia desta il secondo, se consideriamo che tutte queste cose sono state dette nell’intento di promuovere il veganismo. Il che deve farci riflettere su quanta goffaggine comunicativa caratterizza oggi il mondo vegano e in generale tutto ciò che orbita attorno alla cosiddetta “questione animale”. La domanda è dunque: che opinione ha la gente comune del veganismo e di noi persone vegane? E come noi contribuiamo a costruire una più corretta opinione? La prima cosa da dire è che l’uomo comune ha una visione del suo rapporto col cibo fatta di molta astrazione e di poco vissuto. Anche i suoi rapporti più aggressivi con gli Animali sono mediati (noi potremmo dire: falsati): così come il Capriolo non è quello vero, incontrato nel bosco ma il “bambi” visto in televisione, la bistecca avvolta nel cellophane fa “rimuovere” il Manzo ucciso, che pure ne è l’origine. In questo mondo di astrazioni ha buon gioco il comunicatore “di sistema” a introdurre immagini a loro volta falsate di chi rifiuta questo tipo di rapporto sanguinolento col cibo. Appare dunque chiaro come tutte le motivazioni contro il veganismo non siano legate tanto al veganismo per quello che è davvero, quanto alla sua “rappresentazione”. Il problema sta allora nell’immagine del veganismo e nell’immagine del vegano della persona vegana, quindi nella nostra capacità  di costruire l’una e l’altra. Capacità  che oggi, come ci ha mostrato il secondo esempio di apertura, è del tutto assente. Lavorare bene dunque, ma anche… farlo sapere in giro. Se è vero che il problema esiste, sta a noi trovare delle soluzioni.

Bisogna dunque impegnarsi affinché la persona vegana non appaia come un complessato con qualche rotella fuori posto, come il nuovo scemo del paese nell’era della globalizzazione, ma come un uomo positivo, equilibrato, amante della buona tavola come della buona qualità  della vita. La comunicazione non tollera inerzie: o la fai o la subisci. Lo sa benissimo Confindustria che investe da lungo tempo in un proprio, efficientissimo, Settore Comunicazione il cui oggetto di attenzione è uno solo: l’immaginario del “Signor Rossi”. L’immaginario, ovvero la vera sede del suo modello mentale del mondo, quello che dà  forma a sua volta alle sue azioni. Si dovrebbe dunque far tesoro di questo enorme patrimonio di know-how che viene dalla parte opposta, dal “sistema”, comprendere a nostra volta l’importanza della questione e affrontarla nel modo più efficace. Né si tratta di mistificare a nostra volta la realtà , se mai di riorientare verso di essa l’immaginario oggi storpiato dalla comunicazione di sistema. Opporre coinvolgimento emotivo al servizio dell’informazione a coinvolgimento emotivo al servizio della disinformazione. Ma la condizione necessaria è che la persona vegana non faccia propria a sua volta l’immagine suggerita dal sistema di sé come corpo estraneo e antagonista.

Una valida strategia di comunicazione deve necessariamente operare su vari livelli, complementari, ma presuppone a priori la disponibilità  a dialogare, la capacità  di trasmettere valori e l’orgoglio di esserci, nella propria comunità , sul proprio territorio. Anziché inveire sul “Signor Rossi” che se ne frega di tutto, che non ha alcuna etica eccetera, bisogna capire i meccanismi socioculturali, ovvero il complesso sistema di usi e costumi, che lo hanno condotto a divenire ciò che è, e porsi il problema di intervenire su di essi fornendo un sistema capace di insinuarsi come allettante modello alternativo a quello dominante. Bisogna dunque porsi il problema di ideare un vasto, capillare progetto di comunicazione e di concepirlo che possa aver buon gioco in quell’ambiente fortemente ostile che è la megamacchina della comunicazione di sistema.

Filippo Schillaci

* Sul sito web dell’associazione Cacciatori Trentini: www.cacciatoritrentini.it.

** Quest’ultimo punto richiede un commento: se consideriamo cosa nasconde l’eufemismo “mangiare carne” è normale che il fastidio ci sia, ma una cosa è il fastidio rivolto all’atto in sé, un’altra è il fastidio esteso al rifiuto della persona che lo compie. Questa distinzione non è stata fatta.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/8q5jl

12 Commenti

  1. Benedetta ha scritto:

    Perchè non facciamo una sorta di Vegan Pride… un’ occasione colorata, che punti sull’aspetto gioioso di questa scelta: a parte il gusto per la buona cucina vegan, che è da riproporre e recuperare; perchè non mostrare quanto è bello sapere di lottare dalla parte giusta, lottare per gli altri? Servirebbe a noi per avere un confronto, ma anche per vivere, una volta tanto, abituati all’angoscia quotidiana della sofferenza che ci circonda, un momento catartico: un momento di immersione nell’utopia del sentirci tanti, del vederci in marcia verso questa realizzazione di un mondo di uomini nuovi.. Servirebbe ai più scoraggiati tra noi a ricordar loro che quello che fanno non è invano, che cresciamo; e, se di grande impatto, a creare un’immagine positiva, attraente, per ridipingere l’austerità  e l’atmosfera di martirio che domina l’immaginario sul veganismo!
    Io proporrei proprio di lasciare a casa, come lasciare al passato, le agghiaccianti foto della vivisezione, gli slogan aggressivi etc, non per piacere, ma per immergerci del tutto nei suoi aspetti positivi…d’altronde molto spesso facciamo il contrario… Per recuperare, ben inteso, il giorno successivo, il confronto con le terribili realtà  del presente.

    12 gennaio, 2008
    Rispondi
  2. Mattia ha scritto:

    Il vegan pride esiste già , non so dove, non so quando, non so con che cadenza, ma esiste. Se ti iscrivi a qualche newsletter veg (agireora, etcc…) la notizia passerà  sicuramente.

    15 gennaio, 2008
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  3. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Esatto il Veggie Pride esiste già  e si svolge in Francia da vari anni, ora un gruppo di persone sta cercando di organizzarlo anche in Italia: http://www.veggiepride.it/
    Personalmente ho parecchi dubbi su una manifestazione del genere dal momento che ad oggi non esiste una reale e ben definita identità  vegana (perlomeno etica) tale per cui si possa esibirne orgogliosamente l’appartenenza in pubblico.

    15 gennaio, 2008
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  4. Benedetta ha scritto:

    :-) be’, che ingenua! giuro che non sapevo che esisteva già !!
    A Cereal volevo rispondere: non credi che l’identità  sia in continua formazione, e che senza il confronto questa “identità  comune” non si possa proprio definire?
    Poi può darsi che non ce la vogliamo neanche creare questa osannata “identità  standard”…io per esempio preferirei che i confini rimanessero svolazzanti e ben arieggiati…le opinioni diverse sono ciò che ci salva dalla minaccia di una vita paludosa…(con noi stessi e nel rapporto con gli altri) purchè siano nel rispetto degli altri: unico paradosso…non c’è tolleranza per i non tolleranti (ed ampliando il termine anche un assassino è un “non tollerante” nel senso che non rispetta gli altri).
    La formazione unita a testuggine è un utilissimo compromesso per raggiungere dei risultati…ma se dovessimo aspettare in casa di avere un gruppo a nostra immagine e somiglianza, credo che sarebbe inutile, visto che credo che l’unico gruppo a cui l’individuo si senta di appartenere completamente sia solo se stesso…e talvolta neppure quello…mi sembra che quello che propone il sito che hai passato è pienamente sufficiente per meritare di dargli la mia voce o il mio tempo, almeno per una giornata…con tutto il tempo che butto via poi…! grazie del link!
    ps. bravi bravi bravi, gli articoli mi piacciono tantissimo!
    Benedetta

    15 gennaio, 2008
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  5. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Grazie grazie grazie per i complimenti :=)
    Dispensatene a piene mani che ci fanno un gran bene.

    Identità : in definitiva tu hai ragione, nessuno credo voglia un’identità  standard, ma ritengo però assolutamente necessario che si debba creare un’identità  forte che si basa su proincipi condivisi. Ad oggi questa identità  non c’è. I vegani sono una magma di persone che credono in mille cose, o in nessuna. Ciò non è un male, ma francamente ritengo che si debba sempre e comunque partire da una base comune e ben solida. E tale base non credo esista ancora. Mi piacerebbe individuare un filone vegano etico, di persone che lo sono NON perché fa bene alla salute, o perché il nostro stile di vita è in pericolo o perché fa un gran bene allo spirito (per carità  non intendo sminuire chi crede in tutto ciò, ma vorrei che si distinguesse una tipologia di vegani prettamente etici) ma perché è giusto, è solidale, è doveroso, anche se non è a nostro vantaggio, ANZI proprio perché non è anostro vantaggio.

    Quindi la mia considerazione di prima è da inquadrarsi in un’ottica che considera il fenomeno vegano a 360° e proprio per questo mi sento di dire che la confuzione è ancora tanta e ci potrebbero essere 1000 orgogli diversi ed anche a volte opposti. Meglio chiarire, meglio crescere un po’ alla volta ma con un progetto comune.

    15 gennaio, 2008
    Rispondi
  6. Andrea ha scritto:

    Mi sento di condividere sia la posizione di Benedetta, ovvero che

    ——-Poi può darsi che non ce la vogliamo neanche creare questa osannata “identità  standard”…io per esempio preferirei che i confini rimanessero svolazzanti e ben arieggiati…”——

    in quanto ritengo che qualsiasi “pensiero unico” che ispiri più di qualche individuo, possa solo causare problemi sociali e culturali e ritengo altresì che la ricchezza delle individualità  sia uno dei maggiori patrimoni della società .

    D’altro canto capisco e condivido la posizione di Cereal Killer quando afferma che

    ——ritengo però assolutamente necessario che si debba creare un’identità  forte che si basa su proincipi condivisi—–

    Non si tratta infatti di due affermazioni in contraddizione, in quanto (se ho ben capito, come credo) CK non nega assolutamente il valore dei diversi pensieri individuali ma suggerisce che da un punto di vista pratico, politico (nel senso di azione civile) sia fondamentale che la gente si aggreghi attorno a dei nuclei di principi ben chiari, netti e coerenti.
    Questo non significa che ve ne sia uno solo, ma che ve ne siano molti e che gli individui prendano posizione, facendo una scelta di campo e non rimanendo in un limbo di indeterminatezza.
    In sostanza, delle identità  forti stimolano anche la riflessione individuale, ad esempio ci potrebbero portare a porci una serie di domande, tipo:
    ma io sono animalista?
    Ma io sono antispecista?
    Ma io sono vegano?
    Ma io sono razzista?
    Ma io sono dedito al rispetto assoluto della Legge?
    Ma io sono non-violento?
    Ma io sono ambientalista?
    ma io sono per il libero mercato?
    ….

    Detto questo voglio però introdurre anche una mia considerazione cinicamente strategica: noi “animalisti” (uso questo termine vasto per comodità ) siamo pochi e abbiamo risorse limitate.
    Per questo ritengo utile dare supporto personale ad ogni iniziativa coerente, sincera e seria, a favore degli Animali. Questo però deve essere fatto con trasparenza, ovvero supportando ma esplicitando le proprie eventuali opinioni ed idee divergenti.
    Nel caso specifico del VeggiePride io non credo potrò andare a Roma ma sarò felice se ci sarà  molta gente e farò in modo di pubblicizzarlo (e invierò agli organizzatori le mie considerazioni ed i miei dubbi)
    Poi ho alcuni dubbi a riguardo di una iniziativa simile:
    1) è forse troppo “generalista” e rischia di dare un’immagine confusa più che variegata della galassia “animalista”
    2) queste iniziative vanno sempre incontro al rischio di apparire come dimostrazioni di una “branca settaria” della società . Mentre io ritengo che noi siamo e dobbiamo apparire come persone che hanno fatto delle scelte motivate da delle idee ben precise. Non siamo “vegani” ma “persone che seguono l’etica vegana”. Differenza forse sottile ma credo fondamentale
    3) come tutte le iniziative di ampio respiro, può “sfuggire di mano” e assumere connotati differenti (a causa dei media, del comportamento di minoranze rumorose, ecc ecc) da quelli progettati. Questo è un grosso rischio.

    In ogni caso ritengo che i benefici derivanti dall’appoggiare tale iniziativa siano maggiori di quelli derivanti dal non farlo e dei possibili danni. Questa è la mia personalissima e assolutamente “pratica” posizione.

    17 gennaio, 2008
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  7. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Ringraziando Andrea per le sue sempre utili considerazioni, vorrei aggiungere che sarebbe opportuno analizzare meglio il punto 1)
    Con una manifestazione del genere in Italia (conoscendo bene quali sono le tipiche reazioni dei media in questi casi) si rischierebbe non solo di dare un’idea confusa del veganismo (quella c’è già ), ma addirittura di dare un’idea distorna o errata della questione vegana. Ogni manifestazione targata “pride” – a partire dal gaypride – è sempre stata connotata da una tipologia di approccio all’orgoglio di tipo canzonatorio e provocatorio, proprio perché le associazioni di omosessuali avevano la precisa esigenza di mostrarsi al pubblico, di sbattere in faccia ai benpensanti la loro identità  ben precisa e fondata. Lo stesso non potrebbe fare un ipotetico movimento vegan, per il semplice motivo che NON esiste ad oggi un movimento vegan, pertanto quale identità  verrebbe ostentata al pubblico? Di quale orgoglio si sta parlando?
    La mia quindi non è avversione ad una manifestazione del genere, ma solamente preoccupazione. In una società  che ancora confonde un animalista con un ambientalista, in una paese dove chi mangia carne una volta alla settimana o mangia solo pesce si reputa vegetariano, serve un’identità  di vedute, una forte connotazione etica e filosofica da poter mostrare in pubblico, tutti elementi che attualmente non riesco a vedere tra i vegani. In conclusione sarebbe meglio crescere per poi poter dimostrare agli altri che siamo adulti.

    18 gennaio, 2008
    Rispondi
  8. Benedetta ha scritto:

    In parte sono d’accordo con te, Cereal, ma poi penso che anche il Gaypride sfoggia una sua identità  definita e orgogliosa, nonostante dall’esterno per molti non sia affatto chiaro quale essa sia: è la disinformazione che si cerca appunto di arginare. Pensiamo non solo alla confusione che la media famiglia cattolica fa tra omosessuali, bisessuali, transessuali; ma addirittura al ridicolo estremo di un ecclesiastico (non ricordo chi) che ha assimilato omosessualità  e pedofilia.
    Credo proprio che una manifestazione di questo tipo sia adatta ad una identità  in formazione: per farci conoscere come vogliamo noi, appunto.
    Non so a voi, ma a me sembrano piuttosto chiari i requisiti necessari per definirsi vegan, ed è scontato che tra questi il primo sia la motivazione etica. Io credo che se scendiamo in piazza con sopra la bella etichetta “Orgoglio Vegan” e cominciamo a snocciolare che siamo vegani ETICI, ANTISPECISTI, eccetera eccetera eccetera, con tutto il nostro bel corteo di attributi, allora è quella l’idea che il cittadino comincia ad applicare alla parola “vegan”…no?
    Questo d’altronde mi sembra che l’abbiano molto chiaro anche gli organizzatori del Veggie Pride, come leggo dal sito che mi hai mandato:

    “1. Chi può partecipare alla manifestazione?
    Il solo criterio per partecipare alla manifestazione è rifiutare di mangiare carne e pesce per non far soffrire e per non uccidere animali non umani per il nostro consumo, che sia per compassione o per una riflessione di ordine etico e/o politico. Alcuni partecipanti al Veggie Pride si diranno antispecisti, o vegan, oppure sostenitori dei diritti degli animali, o ancora della liberazione animale, altri si presenteranno semplicemente come delle persone che pensano che la soddisfazione delle preferenze gastronomiche è una ragione troppo misera per uccidere degli esseri senzienti. […] Sappiamo che alcuni hanno anche altre ragioni per essere vegetariani o vegan (salute, Terzo Mondo…). Le prime vittime dell’alimentazione carnea, tuttavia, sono gli animali mangiati. Vogliamo che almeno una volta all’anno si possa parlare pubblicamente della violenza commessa nei loro confronti e del nostro rifiuto di parteciparvi: questo è il fine del Veggie Pride.
    Per questo, chiediamo che nel corso del corteo vengano utilizzati slogan o cartelli o bandiere che sostengono il vegetarismo o il veganismo solo per solidarietà  con gli animali mangiati e per nessun’altra ragione.”

    grazie,
    Bene

    20 gennaio, 2008
    Rispondi
  9. Mattia ha scritto:

    L’orgoglio sarebbe quello di preoccuparsi per i più deboli, di non dover sfruttare animali per cibarsi, di non dover vergognarsi di quello che si fa, di non doversi sentir dire “preoccupati degli umani, prima che degli animali”, “ma tu cosa vuoi capirne di cucina, che mangi solo erba?”, etc…

    Quando vai ad una cena e le tue scelte diventano argomento di derisione può darsi che a qualcuno girino un po’, anche perchè spesso ci si trova soli a doversi “difendere”.

    21 gennaio, 2008
    Rispondi
  10. Marco ha scritto:

    ciao a tutt*!
    volevo precisare alcune cose in merito al Veggie Pride in particolare e a iniziative del genere in generale e poi fare qualche considerazione.
    Prendendo spunto da quanto scritto da CK:
    “Mi piacerebbe individuare un filone vegano etico, di persone che lo sono NON perché fa bene alla salute, o perché il nostro stile di vita è in pericolo o perché fa un gran bene allo spirito (per carità  non intendo sminuire chi crede in tutto ciò, ma vorrei che si distinguesse una tipologia di vegani prettamente etici) ma perché è giusto, è solidale, è doveroso, anche se non è a nostro vantaggio, ANZI proprio perché non è anostro vantaggio.”

    Sono pienamente d’accordo, e in effetti il Veggie Pride fa (più o meno) questo. Forse tu intendi qualcosa di connotato in modo ancor più chiaro, ma va precisato che il Veggie Pride NON E’ un corteo di vegetariani e vegani che sono orgogliosi di esserlo per motivi salutistici, religiosi, o quant’altro. E’ un corteo di persone che sono fiere di non mangiare gli animali per non ucciderli. Il che significa che affermano che questo motivo è più che sufficiente per non mangiarli! (al di là  del fatto che molti di loro naturalmente penseranno che anche altre motivazioni sono valide, ma quel giorno saranno lì per affermare questa motivazione, non le altre)
    In tal senso, mi pare molto meno generalista (vd. Andrea) delle pratiche di diffusione del veganesimo che siamo abituati a vedere e praticare, dove spesso, sapendo che all’italiano medio non gliene frega nulla degli animali che muoiono, agitiamo lo spauracchio del cancro, dell’obesità  e così via.
    Naturalmente, in altri sensi, può essere generalista, perchè su alcune cose non chiede ai partecipanti di prendere posizione.
    Rispetto alla distinzione fra “vegani” e “persone che seguono l’etica vegana”, confesso di non capire del tutto: ti riferisci forse alla differenza fra veganismo (etico, salutistico, religioso, ecc.) e veganismo etico?
    Infine, vorrei fare un appunto sull’analogia con il Gay Pride. L’analogia, fin dalla scelta del nome del Veggie Pride, è ovviamente un po’ forzata. Perchè i gay manifestano orgoglio per una cosa che non deriva da una precisa scelta (ma siccome è oggetto di discriminazione affermano pubblicamente che non hanno di che vergognarsi). Noi, in un certo senso, facciamo altrettanto, poichè il veg*anismo è discriminato, e molti di noi infatti se ne vergognano, quindi fare un “pride” significa dire “no, non abbiamo nulla di cui vergognarci”. Ma c’è di più, qui si tratta di una scelta, scelta di cui non solo non dobbiamo vergognarci, ma di cui dobbiamo andare fieri (a differenza, per tornare su quanto detto sopra, dal veganismo puramente salutistico, per cui non c’è nulla di cui andare fieri, visto che deriva dalla normalissima preoccupazione per la propria salute!).
    citazione da ck:
    “ad oggi non esiste una reale e ben definita identità  vegana (perlomeno etica) tale per cui si possa esibirne orgogliosamente l’appartenenza in pubblico.”
    questo probabilmente è vero, però io non credo che andrò al Veggie Pride per esibire orgogliosamente un’identità  vegana collettiva, ma solo per esibire il mio rifiuto di mangiar carne come “animale solidale con gli altri animali”. Che è molto meno, ma non è poco, no?
    Infatti, siamo sicuri che i gay abbiano iniziato a fare i pride per esibire un’identità  gay ben fondata? senza questa identità  gay ben fondata non erano forse gay comunque? e, discriminati sotto questo aspetto, non potevano rivendicarlo con orgoglio comunque? Voglio dire, forse i singoli gay ai vari pride erano lì solo per manifestare il loro orgoglio di essere gay.

    Ciò detto, resta aperto il problema dell'”immagine” che diamo di noi, e del rapporto con i media. Uno dei problemi principali in questo senso, qui ben sottolineato, è in effetti quello di apparire come folkloristici, stravaganti, “simpatici ma inoffensivi” (e sappiamo benissimo che non vogliamo certo essere inoffensivi, dato che vogliamo sconvolgere le abitudini di milioni di persone, no?), e così via.
    Ogni iniziativa di fatto incorre in questo rischio e deve considerare tali problemi, però secondo me l’affermare il carattere etico di questa scelta è un buon punto di partenza (almeno non si può dire che siamo una setta newage, o che siamo una “scuola” di medicina alternativa, …)

    21 gennaio, 2008
    Rispondi
  11. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Rispondo volentieri a tutti e tre gli ultimi commenti sul Veggiepride.

    Le argomentazioni portate per tenere un veggiepride sono assolutamente convincenti e degne di considerazione, però si deve tener conto di una cosa fondamentale: non sto parlando dell’opportunità  o meno di fare “outing” come per un gaypride (ed il veggiepride è esattamente ispirato ad una manifestazione del genere, lo si dichiara esplicitamente nel sito) per far capire agli altri che continuano a cibarsi di cadaveri di Animali chi siamo, sto invece facendo riferimento al fatto che noi stesso (o perlomeno molti di noi) non abbiamo le idee chiare su chi realmente siamo e su cosa realmente vogliamo. Proprio la differenza tra un omosessuale – che durante la sua esistenza ha dovuto fare i conti con il suo orientamento sessuale, capirlo, accettarlo ed andarne poi fiero – è l’elemento che potrebbe dimostrarsi l’anello debole del ragionamento. Noi siamo vegani per scelta, personalmente lo sono solo per una questione etica. Ma non tutti lo sono per tale ragione, vi sono molte persone che diventano vegani per una svariata serie di motivi, anche distanti dall’etica liberazionista, o solo animalista. Si parla di vegani etici, di vegani antispecisti, di vegani animalisti, di vegani salutisti, di vegani credenti, di vegani igienisti etc… etc… All’interno delle stesse “categorie” – brutto termine, ma utile in questo frangente – si possono distinguere un’infinità  di sfaccettature: il vegano etico che non mangia carne ma che usa prodotti delle multinazionali che distruggono la Terra – fino a prova contraria la casa anche degli Animali – altri che non si cibano di esseri senzienti, ma che conducono uno stile di vita occidentale con tutti gli annessi e connessi accettando acriticamente di avallare uno stile di vita distruttivo, ingiusto ed improntato al domino, e via discorrendo. Insomma il vero problema – è palese che ne esiste uno – risiede nella mancanza di una visione unitaria del veganismo, dentro la quale vi possano convivere tutte le anime di cui sopra. Tale visione non c’è, non esiste. Potrebbe anche non essere necessaria che ve ne sia una, ma allora se non si è uniti in nulla, se non si condivide poco o nulla, per quale recondito motivo si dovrebbe fare una manifestazione unitaria?
    Vi siete mai chiesti perché i vegani sono così frammentati? Perché non esiste una reale volontà  di unità , di convivialità , o di incontro? Le statistiche dicono che siamo circa 500-600.000 in Italia, un bel numero davvero! Ma dove siamo? Che facciamo? Chi siamo?
    Questo è il vero problema, un problema di identità , di appartenenza. Ecco quindi che ritengo che prima di urlare il nostro orgoglio, sarebbe opportuno capire di cosa siamo orgogliosi davvero. Quando parlo di etica vegana, parlo di un’etica che abbraccia l’antispecismo, forse l’unica strada che potrebbe davvero dare un senso compiuto alla pratica vegana.

    Concludo dicendo che spero che il veggiepride abbia successo, e che queste mie preoccupazione risultino eccessive o anche inutili. Permettetemi però di dubitarne….

    23 gennaio, 2008
    Rispondi
  12. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Ritengo fondamentale cominciare a rispondere alle domande proposte da Andrea, forse si comincerebbe a fare un po’ di chiarezza anche tra di noi.

    23 gennaio, 2008
    Rispondi

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