Dal n° 2 / anno 2: Nella sofferenza la fonte dei diritti


Tempo di lettura stimato:
3 minuti

cagnone.jpg

Nel 1789 Jeremy Bentham pubblicò The Principles of Morals and Legislation, un testo fondamentale alla base del moderno pensiero filosofico utilitarista (*): l’essenza dell’uguaglianza morale si fonda sul principio per cui ciascuno deve contare per uno e nessuno per più di uno. In altre parole gli interessi di ogni essere coinvolto in un’azione devono essere presi in considerazione e valutati alla stregua degli interessi analoghi di ogni altro essere. Un utilitarista posteriore, Henry Sidgwick, pose la questione in termini più espliciti: “Il bene di ciascun individuo non è di maggiore importanza, dal punto di vista (se così si può dire) dell’Universo, del bene di ogni altro individuo”. L’implicazione più importante di questo principio è che la nostra preoccupazione per gli altri (dove per altri si intende qui qualsiasi altro essere senziente) e la nostra propensione a considerare i loro interessi non devono dipendere da come loro sono e dalle capacità  che possiedono. Riguardo ai diritti degli Animali la caratteristica basilare che attribuisce a un essere vivente il diritto ad un’eguale considerazione, secondo Bentham, è il suo interesse minimo fondamentale: la possibilità  di provare piacere o dolore. Il problema non è quindi: “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”.

Se un Animale soffre non può esistere nessuna giustificazione morale per rifiutarsi di prendere in considerazione tale sofferenza. Ed è su questo fondamento che si basa l’attuale antispecismo inaugurato da Peter Singer (Animal Liberation edito nel 1975): lo specismo (termine coniato da filosofo inglese Richard Ryder) è un pregiudizio o atteggiamento di prevenzione nei confronti di altre specie, a favore degli interessi dei membri della propria specie. Nella stragrande maggioranza dei casi la mentalità  “comune” è quella per cui il valore di un Umano è superiore di quello di un altro Animale, questo in modo assoluto (etim. ab-solutus, slegato), cioè a prescindere dalle condizioni dei due esseri, ma sulla base appunto dell’appartenenza a una specie diversa. In Etica Pratica (1979) Singer riformula il principio utilitarista in questi termini: “Gli interessi di un individuo comprendono tutto ciò che.. può desiderare..” E ancora: “Se solo X e Y sono riguardati dalle conseguenze di un’azione, e se X perde di più di quanto Y guadagni, è meglio non compiere quell’azione”. Dunque secondo Singer il fatto che un’azione sia giusta o sbagliata dipende dal fatto che le sue conseguenze siano buone o cattive: un’azione ha buone conseguenze se promuove nella misura migliore (massimizza) il benessere generale.

E’ evidente come sia possibile applicare questo principio alle questioni riguardanti il nostro rapporto con gli Animali; e come il risultato sia inevitabilmente uno stile di vita che contribuisca a danneggiare il meno possibile gli altri, come ad esempio quello vegano. Consideriamo, quindi, l’esempio dell’alimentazione. La dieta onnivora prevede la sofferenza e la morte di numerosissimi Animali, spesso allevati in condizioni terribili, in spazi angusti e con metodi industriali che necessariamente (inseguendo il massimo profitto con la minor spesa) riducono questi esseri viventi a oggetti. Noi Umani non necessitiamo per la sopravvivenza di alimenti di origine animale.

Applichiamo ora il principio utilitarista di Singer. L’Animale X, destinato a divenire il nostro cibo, perde la vita (dopo un’esistenza di atroci sofferenze). L’Animale Umano Y nella stessa situazione ottiene il “soddisfacimento” del proprio palato. Da che parte pende la bilancia utilitarista? E’ più importante l’ingordigia dell’Umano (che può vivere, e con più salute, anche senza alimenti animali) o la vita dell’Animale? Soffre di più l’Umano a rinunciare alla carne o l’Animale che è ucciso? Lo stesso semplice principio può essere applicato in ogni ambito che veda un rapporto tra Umano e Animale.

Andrea Landini

Note:
*utilitarismo = L’ utilitarismo (dal latino utilis, utile) è una dottrina filosofica di natura etica per la quale è “bene” (o “giusto”) ciò che aumenta la felicità  degli esseri sensibili. Si definisce perciò utilità  la misura della felicità  di un essere sensibile.
Secondo questa dottrina si deve sempre compiere quell’azione la quale tra le alternative produce le conseguenze migliori.

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/7wok1

Commenta per prima/o

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *