Dal n° 2 / anno 2: La strategia virale (parte prima)


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Sappiamo in che mondo viviamo. Sappiamo di essere in un mondo lanciato in una plurimillenaria pratica di dominio violento su ogni forma di vita, conseguente alla pretesa di crescita illimitata dell’economia. Sappiamo che questa pratica devastante si fa scudo di un altrettanto plurimillenario modello culturale che le fornisce la giustificazione ideologica: l’antropocentrismo o specismo. Sappiamo che un mondo liberato, un mondo del rispetto e del bene comune necessariamente esteso a ogni forma di vita implica la radicale trasformazione non solo del modello culturale ma anche dell’assetto economico-produttivo. Implica in altre, brevi, parole, la costruzione di un’altra società . Non sappiamo ancora come essa dovrà  essere ma certamente sappiamo cha la nonviolenza nella sua forma più estesa dovrà  esserne il cardine. Un’altra cosa non sappiamo ancora: come fare a costruirla, ad aprire a essa una strada nell’invadenza e nell’onnipresenza del “sistema”. Ma sappiamo che esiste un gigantesco divario fra le forze in mano a esso e quelle di coloro che ne vorrebbero mutare le basi.

E abbiamo la meta di una società  nonviolenta verso ogni vita e verso la biosfera come punto di riferimento. Forse è abbastanza per capire come muoversi per arrivarci davvero. Udiamo spesso termini come “scontro”, “situazioni conflittuali”, “strategie di disturbo”, in altre parole la proposta della forza come utile piano di lotta. Aprirsi la strada introducendo un crescente “rumore di fondo” nella società  che contrasti in campo più o meno aperto il “sistema” destandone, inevitabilmente, la reazione. Quest’ultimo punto non solo non è ritenuto negativo ma anzi è ritenuto il principale criterio per valutare l’efficacia dell’azione. La prima cosa da fare dunque è capire perché questa via conduce al precipizio. Innanzi tutto, quando si pensa a una conflittualità  bisogna capire fra chi e chi sorge il conflitto, ovvero, per dirla in intellettualese, chi sono i “soggetti storici”. Se pensiamo per un momento alle grandi rivoluzioni del passato, il problema era chiaro: da una parte una tirannia da abbattere, dall’altra grandi masse popolari in stato di oppressione e dunque potenzialmente sensibili alla prospettiva del mutamento radicale. I soggetti storici in gioco insomma erano chiari e facilmente circoscrivibili.

Se pensiamo invece alla società  della crescita illimitata e dell’antropocentrismo, il problema è del tutto diverso. Qui non c’è nessuna tirannia da abbattere ma un’intera sociocultura di proporzioni planetarie da mutare fin dalle fondamenta. E non c’è nessun soggetto rivoluzionario – non c’è nemmeno per le istanze interne all’umanità  – perché il signor Rossi dei Paesi industrializzati ha ormai la pancia piena e ne è totalmente inebetito al punto da eleggere egli stesso i governi che puntualmente provvedono a spennarlo. Eventualmente un tale soggetto potrebbero essere i poveri assoluti del terzo mondo ma la loro sarebbe un’altra lotta di liberazione, che non necessariamente includerebbe quella di cui stiamo parlando qui. Le istanze alternative – e soprattutto quelle antispeciste – vengono oggi portate avanti in occidente da minoranze più o meno dissenzienti che, anche se fossero ben organizzate e collegate sarebbero comunque minoranze.

Mancano dunque le condizioni fondamentali per porre il discorso sul piano della conflittualità : la circoscrivibilità  dell’avversario e un positivo rapporto di forza con esso. Quest’ultimo punto è conseguenza del fatto che chi è vittima dell’oppressione (parliamo qui di tutte le forme di vita senziente non umana che popolano la Terra) non è lo stesso soggetto che può divenire soggetto del cambiamento. E questo è un punto irrimediabile. Dunque ogni strategia di lotta deve avere come suo requisito fondamentale l’applicabilità  sulla base di piccoli numeri. Perché questi sono quelli che abbiamo e avremo a disposizione. Tutto il resto è fantasticheria. Ora, una strategia che certamente non soddisfa questo requisito – insieme a vari altri – è proprio quella della “conflittualità “. Di seguito elenco quattro motivazioni contro questa ipotesi.

a) Essere coerenti. Vogliamo un mondo senza violenza, senza sfruttamento, senza sopraffazione. Un mondo in cui la competizione e la forza non siano più valori fondamentali. E come vogliamo arrivarci? Utilizzando, fra tutti i metodi di lotta, la competizione violenta. Mostrando cioè di essere i primi a non credere nella realistica praticabilità  di ciò che sosteniamo. A meno che non ci facciamo fautori della teoria della “guerra giusta”, la famigerata ultima guerra che metterà  fine a tutte le guerre (la non violenza è praticabile ma solo dopo che avremo violentemente debellato l’avversario). Venendoci però a trovare con ciò, sul piano storico, in pessima, pessima compagnia. “Il fine sta nei mezzi come la pianta nel seme”: diceva Gandhi e, come spesso gli accadeva, aveva ragione. Ovvero, se vogliamo un mondo non violento, non violenta deve essere la via che vi conduce.

b) Motivazione tattica: non affrontare l’avversario sul suo terreno. Il peggior allenatore sa che le partite più sfavorevoli sono quelle in cui l’avversario gioca in casa. E lo scontro aperto, la prova di forza è proprio il terreno di lotta più congeniale al potere, qualunque forma esso assuma. Il potere, proprio perché tale, è attrezzatissimo su questo campo. In più lo scontro è l’unica circostanza in cui esso non ha bisogno di ricorrere a nessuna “astuzia storica” ma può tranquillamente mostrarsi a viso aperto. Perché dunque rendergli le cose più facili?

c) Motivazione strategica. E’ il discorso di prima: non c’è un avversario ben circoscrivibile (contro chi esattamente andiamo a fare le barricate in piazza?), non c’è un soggetto rivoluzionario solido (chi va a fare le barricate in piazza?) né esistono le condizioni storiche per la sua formazione.

d) Motivazione culturale: Immaginiamo di insistere nel voler affrontare l’avversario sul terreno della prova di forza. Sappiamo che egli ha uomini e mezzi specificamente addestrati e concepiti per lo scopo. Per avere speranza di vittoria dobbiamo, oltre che essere anche noi abbastanza numerosi, diventare anche noi bravi, molto bravi in questo campo. Più bravi dell’avversario (dobbiamo vincere, no?).

Per ottenere ciò dobbiamo impegnarci a fondo, molto a fondo, praticamente tutte le nostre risorse materiali e intellettuali devono essere finalizzate a questo scopo. Solo a questo punto potremo fare la nostra brava rivoluzione e vincerla. Solo che poi ci accorgeremmo che il mondo non è cambiato se non in peggio. Perché nell’impegnarci così a fondo nell’acquisire il loro modo di fare avremo provocato anche un piccolo, inavvertito effetto collaterale: avremo acquisito anche il loro modo di essere: saremo diventati loro. Anzi no, ancora di più: non dimentichiamo che siamo dovuti diventare “più bravi” di loro nell’uso della forza, ovvero peggiori di loro. Se questo sarà  il modo in cui li affronteremo dovremo augurarci una sola cosa: che vincano loro; almeno le cose non peggioreranno.

Quanto alla reazione del sistema come criterio per valutare l’efficacia dell’azione di chi vuol cambiarlo, immaginiamo una iniziativa conflittuale “efficace”, cioè fastidiosa. Immaginiamo una reazione del sistema. E poi? Due scenari possibili: o la reazione è stata più efficace e allora ne siamo usciti con le ossa rotte o noi siamo stati più efficaci e allora incorriamo nella situazione descritta sopra al punto d).
Alternative? Sì, c’è un altro scenario: quando l’azione è stata condotta in maniera tale da mettere il sistema nell’impossibilità  di reagire. Qui forse avremmo qualcosa da imparare dalla dottrina della non azione del buon vecchio taoismo: non azione che non significa assenza di azione ma un’azione che non provoca una reazione. Vincere senza contendere.
Fantasie?

Filippo Schillaci

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/9u05s

2 Commenti

  1. animale ha scritto:

    Ho letto velocemente l’articolo, quindi è possibile che alcune cose mi siano sfuggite, tuttavia voglio domandare: Come sviluppare queste idee?

    Non affrontare il tuo avversario sul suo campo di battaglia, per esempio, è giusto, e tante volte ci ho pensato, ma come fare per non affrontarlo?Quali sono i mezzi e le strategie adoperabili?
    Per esempio, segnalo quest’articolo che si sofferma sullo stesso concetto espresso da Schillaci:
    http://ita.anarchopedia.org/Antropologia_anarchica#La_rivoluzione_del_non_confronto …però noi viviamo in un altro contesto.Quindi, come agire?

    17 maggio, 2008
    Rispondi
  2. Andrea ha scritto:

    Mi spiace togliere la “sorpresa” ma mi pare doveroso annunciare che nel prossimo numero della Veganzetta (in uscita a metà  giugno) vi sarà  la secnda parte di questo articolo di Schillaci, che appunto continuerà  le considerazioni qui esposte anche con delle proposte “operative”.

    Si tratta di un tema di grandissiam importanza e auspichiamo che possa avviare un dibattito e un confronto costruttivo di idee.

    Andrea
    Redazione Veganzetta

    21 maggio, 2008
    Rispondi

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