Dal n° 2 / anno 2. Etica e scienza alleate contro la vivisezione


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pupazzo - Dal n° 2 / anno 2. Etica e scienza alleate contro la vivisezione

Pensare che antivivisezionismo etico e scientifico siano concetti in antitesi è strategicamente un errore: tentare di indire crociate contro chi si schiera a favore dell’uno piuttosto che dell’altro non solo è dannoso per la causa, ma è addirittura stupido, come stupidi sono i continui scontri tra fazioni animaliste che contribuiscono solo ad aumentare gli sforzi già  enormi di combattere la barbarie della vivisezione. E’ necessario invece considerare che le due anime dell’antivivisezionismo sono distanti concettualmente, diverse metodologicamente, ma né avversarie, né tantomeno nemiche. Dato che risulta impossibile una conciliazione tra di esse, dovrebbe perlomeno esserci un accordo di non belligeranza, ossia, in estrema sintesi, una dimostrazione di intelligenza. Nello scorso numero abbiamo affrontato brevemente alcuni aspetti dell’antivivisezionismo scientifico, in questo articolo per par condicio proponiamo alcune considerazioni di ordine pratico riguardanti l’antivivisezionismo etico.

Per entrambi gli argomenti sono stati pubblicati numerosi ed eruditi scritti, pertanto come redazione abbiamo deciso di non addentrarci in un campo specialistico che non ci compete, ma di fornire a chi legge delle indicazioni di carattere generale ed orientativo. Rimandiamo quindi ad altre letture chi desidera approfondire la questione. Opporsi per motivi morali alla vivisezione è quanto di più efficace vi possa essere dal punto di vista strategico, perché di fatto, una convinzione morale, se supportata dalla coerenza, è effettivamente difficilmente attaccabile. Asserire che, indipendentemente dal fatto che vi possa essere o meno un “beneficio” per la nostra specie dalla sofferenza e la morte di migliaia di altre specie di Animali, tale pratica è moralmente inaccettabile, è un’argomentazione di enorme forza.

A ben pensarci il rifiuto morale può essere considerato una soluzione definitiva al problema, mentre l’approccio scientifico non lo è per il semplice fatto che un’ipotesi scientifica teoricamente può essere confutata (*), e nel momento che la scienza stessa riuscisse a dimostrare per assurdo che l’uso di “modelli animali” (termine meccanicista per indicare Animali sottoposti a sevizie e torture) può rappresentare un reale beneficio per gli interessi specisti umani, allora tutto l’impianto accusatorio dell’antivivisezionismo scientifico crollerebbe. Ciò non significa in alcun modo credere che la vivisezione possa essere utile, ma semplicemente ammettere di non essere in grado di prevedere le evoluzioni della scienza, ad esempio, in materia (tanto per citarne una) di ingegneria genetica. Pertanto l’idea di provare che la vivisezione non ha basi scientifiche, potrebbe rivelarsi un pericoloso boomerang. Lo stesso non si potrebbe dire del rifiuto morale dell’antivivisezionismo etico, per il quale non ha importanza che esista o meno una reale efficacia del metodo, semplicemente perché è il metodo stesso che non è accettato. L’idea che sfruttare, torturare ed uccidere altri esseri senzienti possa favorire dei nostri interessi è il fulcro della questione: è tale idea ad essere rigettata, ma ciò presupporrebbe una visione del problema ben diversa da quella dell’antivivisezionismo scientifico che si propone di combattere la vivisezione dal suo interno, con le sue stesse armi, sul suo stesso piano.

Il versante etico rappresenta una scelta ben più impegnativa, presuppone un rifiuto aprioristico di tutte quelle attività  che prevedano lo sfruttamento dell’altro per interessi personali, anche a costo di privarsi di possibili benefici. Ma un beneficio, una conquista scientifica utile per l’essere umano, se ottenuta con la sofferenza ed il sangue di milioni di vittime innocenti è accettabile? Se lo è, se il fine può in taluni casi giustificare i mezzi, senz’ombra di dubbio ci si ritroverebbe davanti ad un animalismo welfarista, ad una visione riformista della nostra società , che si culla ancora nella speranza che tutto sia recuperabile. Se per contro tutto ciò non può essere accettato, allora l’orizzonte si apre a spazi ancora inesplorati che possono arrivare a concepire l’idea di una nuova società  umana liberata, dove la sofferenza altrui non può essere un mezzo per l’ottenimento di benefici di parte, in nessun caso.

Schierarsi sul versante etico significa quindi ammettere che non è tutto facile ed indolore, che non esiste cambiamento senza sacrificio, senza rinuncia. Schierarsi sul versante etico significa assumersi finalmente le proprie responsabilità  e provare sulla propria pelle (in tutti i sensi) ciò che oggi proviamo con la forza sulla pelle degli altri.

Adriano Fragano

Note:Vedasi: Karl Popper – Logica della scoperta scientifica (1934).

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