Dal n° 2 / anno 2: Doveri umani o diritti animali?


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scimmina - Dal n° 2 / anno 2: Doveri umani o diritti animali?

“La delimitazione della volontà , o ragione pratica, rispetto all’arbitrio consente a Kant di porre in evidenza la specificità  dell’etica rispetto al diritto, ossia della legislazione etica rispetto a quella semplicemente giuridica. Mentre la prima fa dell’azione un dovere e del dovere un movente della volontà , tanto che per poter parlare di eticità  si deve sempre partire dall’idea del dovere, la seconda ammette altri moventi per le azioni, tra i quali, oltre all’inclinazione e repulsione, anche l’idea di una coazione esterna che unita alla legalità  delle azioni, cioè del semplice accordo con le leggi, fondi il diritto in senso stretto. In etica l’uomo è costretto dall’idea del dovere che la ragione assume come massima dell’azione, nell’ambito del diritto vi sono sì doveri ma esterni, poiché non si esige che l’idea di dovere sia motivo determinante soggettivo dell’arbitrio” (*).

Questo passo offre uno stimolante spunto di riflessione sul concetto di dovere, ed ancor meglio sul concetto di dovere antispecista, da contrapporre (o se si vuole, da confrontare) a quello fino ad oggi discusso di diritti animali. Tale differenziazione può sembrare inconsistente, in realtà  la dicotomia è considerevole e non ancora sufficientemente affrontata. Proprio per tale motivo, sarebbe interessante avviare una seria riflessione sull’opportunità  di poter ancora parlare di diritti animali, e non invece della possibilità  di cominciare a discutere di doveri umani. La specificità  etica del concetto di dovere è di primaria importanza per una filosofia, come quella antispecista, che fa della morale, e delle sue implicazioni etiche, un elemento cardinale. Il continuo interrogarsi sul rapporto Umano-Animale, la volontà  di riconoscere agli esclusi (Non-Umani? A-Umani?) una serie di diritti fondamentali di cui giovano gli appartenenti alla nostra specie, implicano l’allargamento della sfera morale umana agli Animali, o meglio ad una parte di essi. Il problema è che tale esercizio, seppur spinto da sincera volontà  di uguaglianza, se posto in atto considerandolo risolto mediante l’allargamento della cerchia di coloro che godono di determinati diritti, ricade forzatamente in un’ottica antropocentrica di chi, dall’alto della propria posizione di dominanza, concede dei diritti sorti da contratti sociali umani ad altri che umani non sono. Conferire diritti a chi è al di fuori di una convenzione sociale specifica, paradossalmente sarebbe arbitrario e specista.

Sorgono infatti spontanee una serie di domande: “chi siamo noi per concedere diritti agli altri?”, o meglio “perché estendere diritti che sussistono nella nostra società  a chi non appartiene, o non vuole appartenere, ad essa perché appartiene ad altre società ?”, e ancora “quanti e quali diritti andrebbero concessi, e perché?”. Riconoscere un diritto è e rimane una concessione. Nel caso del rapporto Umano-Animale, l’espansione della sfera di influenza di tale diritto ad altri che ne sono privi, causerebbe probabilmente un nuovo problema: gli Animali a cui fossero riconosciuti dei diritti facenti capo alla società  umana, in quanto esterni ad essa, finirebbero paradossalmente per subirli in quanto diretta emanazione della volontà  degli Umani. Il diritto stesso, se vogliamo soffermarci a pensarlo in astratto, fonda la sua esistenza sul fatto che sottintende un dovere, e sul fatto che per poter esistere sia rispettato, o meglio, debba essere rispettato. Si potrebbe quindi in linea generale dire che è il diritto che scaturisce dal dovere e non viceversa (**). Seguendo quest’ottica una società  fondata sul diritto, è una società  in cui si accetta per convenzione (ma raramente per convinzione) di esigere un diritto nei confronti di altri, ai quali viene imposto un dovere, e viceversa. In una ipotetica società  libera non dovrebbero per assurdo esistere diritti, ma solo doveri morali. Perché vi sia una piena applicazione dei diritti, deve esistere una volontà  collettiva che costringa il singolo a rispettare una normativa giuridica imposta a tutti, e questa volontà  si identifica con lo stato di diritto, quindi ogni diritto collettivamente riconosciuto diviene di fatto un obbligo, un’imposizione, e non un dovere morale che il soggetto si sente di applicare.

Il concetto di dovere, se fosse solamente di natura morale, sarebbe quindi slegato dall’idea di legge da rispettare per contratto con la società  di cui si fa parte. Ritornando al rapporto Umano-Animale/Umano-Umano in una ipotetica società  umana libera, non si dovrebbe quindi ragionare in un’ottica di diritto imposto come fonte di regola sociale per una corretta convivenza, ma di dovere nei confronti degli altri. Doveri scaturiti direttamente da una morale figlia di una nuova cultura fondata sul rispetto dell’altro, sul senso di giustizia, sulla solidarietà  e sulla libertà . Una società  fondata sul dovere morale individuale, inteso come controllo delle proprie esigenze filtrate dall’etica a-specista che permetterebbe di ponderare le azioni quotidiane dei singoli rendendole le più solidali possibili. Nessuno concederebbe diritti, ma si limiterebbe ad osservare dei doveri morali. L’allargamento della sfera morale, quindi, sarebbe un processo spontaneo e non imposto, indiretto: un processo naturale.

Per poter parlare di eticità  bisognerebbe pertanto abbandonare il concetto di diritto, e soprattutto quello di diritto animale. La speranza è che l’antispecismo faccia proprio il concetto di dovere morale come espressione di libertà  della specie umana, libertà  che si otterrebbe nell’adempimento di obbligazioni morali nei confronti dei nostri simili e di chi non appartiene alla società  umana (non vuole, o non può appartenervi) ma che ha parimenti diritto (perché scaturito dal nostro senso di dovere) al rispetto, e a vivere secondo la propria natura. Verrebbe quindi meno l’esigenza di equiparare gli Animali ai pazienti morali, risulterebbe ininfluente il tentativo di razionalizzare la mente Animale per tentare di fornire una giustificazione morale all’estensione di privilegi a noi riservati. Ma semplicemente si potrebbero considerare gli Animali (al di fuori dalla visione dell’Umano che osserva l’Animale per osservare se stesso) ciò che in realtà  sono: PERSONE (***) non appartenenti alla società  umana, persone da rispettare. Potrà  l’antispecismo giungere a parlare solo di persone?

Adriano Fragano

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Note:
* Vedasi la recensione di Gianluca Verrucci – 10/01/2006 su Kant, Immanuel, Primi principi metafisici della dottrina del diritto, a cura di Filippo Gonnelli.
Roma-Bari, Laterza (Classici della filosofia con testo a fronte).
**In riferimento a: Vanda Fiorillo, Autolimitazione razionale e desiderio. Il dovere nei progetti di riorganizzazione politica dell’illuminismo tedesco, Giappicchelli editore.
“nel binomio diritto soggettivo-dovere giuridico la priorità  logica è data al secondo termine: è il diritto che scaturisce dal dovere e non viceversa” (p. 36)
***Ci riserviamo di affrontare approfonditamente la tematica in futuro

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/ozcou

2 Commenti

  1. Franco Tedaldi ha scritto:

    Trovo questo argomento di grande interesse, e spero di leggerne qualche sviluppo, perché attualmente mi risulta assolutamente poco chiaro. Fanno parte della mia storia di letture e di crescita i personaggi di Vittorini alla costante ricerca di “nuovi doveri”. Nella mia esperienza, però, i diritti vengono vissuti come una spiegazione dei doveri.

    Perché non devo prendere l’aereo? Perché etiopi e pakistani hanno gli stessi miei diritti di non essere soggetti a siccità  e alluvioni che invece le emissioni di vapore e gas serra che causo facendo un viaggio aereo diventano molto più probabili, e ingiustamente colpiscono più i paesi poveri dove nessuno vola che i nostri, da dove magari si può volare a Londra con un euro.

    L’eguaglianza mi spiega tutto, perché se cerco un motivo che mi spieghi perché io sì (io volo, io vivo, ecc.) e lui no (pakistano etiope, ecc.), sono costretto a passare per privilegi che so essere sbagliati, ingiusti, iniqui. A guardare meglio, mi accorgo che assumo la differenza come ovvia, necessaria, indiscutibile, inappellabile.

    Dalla razza alla specie non c’è quasi un passaggio logico avvertibile da fare: la risposta, quando si sostiene che l’uomo ha diritti e che l’animale non li ha, è che l’uomo è diverso, l’uomo è uomo. La differenza di specie, o una tautologia che non significa niente, diventano spiegazioni che ripetute con impegno emotivo nella convinzione di dire qualcosa di pregnante, che invece nessuno sa esprimere in un modo sensato … perché questo modo non c’è, almeno nelle nostre convinzioni fin qui solidamente confermate dall’esperienza.

    Nella nostra paura del diverso si radica la giustificazione della nostra prepotenza. Scegliere l’eguaglianza è istintivo per chi è cresciuto in un ambiente che educava alla tolleranza (oggi bisogna specificare: in senso positivo). Eguaglianza significa che io posso quello che puoi tu, perché valgo quello che vali tu in quanto essere vivente. La mia gente, la mia specie, è importante come lo è la tua, e le regole che ci diamo per convivere assicurandoci la migliore qualità  di vita devono essere compatibili con l’etologia di ciascuno di noi.

    Vedere i nostri doveri discendere dai nostri diritti fa parte del modo in cui noi facciamo esperienza della vita, di noi stessi, dell’altro. Resto in attesa di una spiegazione diversa e di una diversa possibilità . Questa, fin qui, è la mia.

    Un abbraccio
    Franco

    25 aprile, 2008
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  2. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Caro Franco,

    ti ringrazio per questo tuo interessante commento.
    Ti confermo che ci saranno altri articoli in futuro sull’argomento, perché non è stato affrontato quasi per nulla.

    Cercherò di essere il più diretto possibile.

    Vorrei chierire i tuoi dubbi affermando che contrariamente a Vittorini non si intende andare alla ricerca di nuovi doveri, ma di considerare finalmente i nostri doveri.
    Troppo spesso si parla di diritti come di elementi acquisiti – quando invece non lo sono in molti casi – e come tali si considera l’ipotesi di allargarli ad altri soggetti, o gruppi, o popoli o società . L’articolo si pone il problema da un’altra psospettiva e propone: perché non considerare i nostri doveri nei confronti delle altre società  animali, doveri che scaturiscono da un nostro comportamento etico, da una nostra morale, invece di tentare di estendere i diritti acquisiti da parte dei componenti della nostra società  anche ad altre società  che in totta evidenza non vogliono far parte della nostra?
    Sono moltissimi i casi di Animali che una volta assaporata la libertà  tentano in tutti i modi di non avere più contatti con i loro aguzzini (noi), le società  animali hanno loro specificità , regole, culture, diverse dalla nostra, perché tentare di estendere diritti concepiti da umani a società  che non lo sono? Non sarebbe più giusto ed utile autolimitarci, controllare la nostra attività  in modo che non leda la dignità  altrui?
    Ecco che nasce il concetto di dovere umano nei confronti degli Animali.

    Rimaniamo aperti ad ogni confronto.

    21 maggio, 2008
    Rispondi

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