Dal n° 2 / anno 2: Abitare i confini


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Cani selvaggi, l’ultimo dei quattro romanzi di Helen Humphreys e il primo ad essere tradotto in italiano (Playground, 2007), ci offre la sua chiave interpretativa già  nell’ossimoro del titolo – almeno per il nostro immaginario, infatti, il Cane è l’animale domestico per antonomasia e quindi quanto di meno selvaggio possa esistere. Ma è proprio in questo accostamento di due termini surrettiziamente antitetici, nello spazio bianco che si apre tra di loro, in quella terra dell’indifferenziato che da sempre costituisce il tabù assoluto della nostra cultura, che si nasconde l’abissale vertigine e il fascino inquietante di questo romanzo. La cornice della storia è esilissima: una fabbrica chiude, l’economia della cittadina di cui costituiva la principale fonte di reddito si contrae e i primi a farne le spese sono un gruppo di Cani domestici, che vengono abbandonati o scappano. Molto più dense sono invece le riflessioni che compongono il corpo del romanzo e che derivano dall’incomprensibile scelta degli Animali di rinunciare agli agi della vita precedente per vivere in branco nel folto del bosco che si apre alle soglie della città .

Gli amici Umani dei Cani, quelli come loro più esposti – due donne lesbiche, una bambina ritardata, un adolescente marginale, un quarantenne con gravi turbe psichiche e un anziano – quelli che non possono accettare che gli Animali siano così lontani da loro, si incontrano ogni sera in quello spazio anfibio tra il bosco e la città , lasciandosi contagiare, come Sherazade moderne, dal perturbante per eccellenza, dal racconto delle loro vulnerabilità  esistenziali, degli amori che finiscono, dei fallimenti e delle speranze del vivere, della morte che scorre carsica sotto gli eventi, in una parola da quel bagliore folgorante e fragile al confine tra un nulla che lo precede e un nulla che lo segue, che è la storia della vita. E in questa terra di nessuno, non più città  e non ancora foresta, gli Umani, come i loro Cani, riscoprono, come in ogni Bildungsroman che si rispetti, quello che realmente sono: corpi viventi che si risvegliano dopo migliaia d’anni di addomesticamento, svalutazione e vergogna.

Il racconto polifonico e a spirale dei sei io narranti, che ripercorrono la stessa vicenda da prospettive diverse aggiungendo particolari alla storia che viene così progressivamente a delinearsi, ci descrive una sospensione del tempo che permette allo spazio di farsi luogo della convivialità , luogo meraviglioso proprio per la sua fragile delicatezza, per la sua costante instabilità . A causa della velocità  con cui lo attraversiamo, a causa dell’iperaccelerazione del tempo che la modernità  ci impone, abbiamo contratto lo spazio, il luogo della compassione, fino a farlo diventare il nonluogo neutro e neutralizzante delle autostrade e dei centri commerciali, il nonluogo che ci fa consumatori-consumati, cadaveri perennemente sostituibili come gli Animali della nostra catena produttiva. Sospendere il tempo vuol dire, allora, rinegoziare i confini dello spazio, allargarne le maglie per far emergere la trama delle storie individuali, mettersi al limitare della foresta (che, guarda caso, ha la stessa radice di forestiero), come fanno gli Umani di questo romanzo per ridiscutere le antitesi – fasulle – che reggono la nostra società , quelle tra uomo e donna, sanità  e malattia, amore eterosessuale e amore omosessuale, istinto e ragione, mente e corpo, selvaggio e domestico, natura e cultura, insomma quella serie di dicotomie gerarchizzate e gerarchizzanti che riconoscono la loro cifra più profonda nell’antitesi fondativa della nostra cultura – quella che la cultura si inventa per regolare il traffico di confine e che, a sua volta, giustifica la cultura come dispositivo normativo e normalizzante – che è l’antitesi tra umano ed animale. àˆ in questo terrain vague che la Humpreys ci invita ad abitare, a vivere e non semplicemente ad attraversarlo nel tempo della sopravvivenza più spietata.

Poiché invertire l’ordine dei fattori dell’antitesi non cambierebbe il risultato, siamo qui chiamati ad una operazione più complessa che non è equiparare gli animali ad un ulteriore, ancorché più benigno, “noi”, ma divenire noi i divenire-animali che sempre siamo. Operazione difficile da rendere con il linguaggio del concetto, perché questo già  si situa nell’aldilà  dell’antitesi “Uomo/Animale” (il concetto è cioè il già  morto), e che, quindi, la Humphreys sapientemente risolve nelle storie che corpi (ancora) vivi si e ci raccontano nel tentativo di interpretare (e non di inventariare, catalogare, classificare) il fluire del mondo e la caducità  dell’essere Animale. Leggendo la Humphreys con gli occhiali di Bookchin capiamo l’importanza per il pensiero antispecista delle riflessioni che questo romanzo suscita e cioè la necessità  di affiancare al principio di uguaglianza – fondamentale e inaggirabile, ma che “può essere subdolamente” trasformato “da una società  che […] non prende in considerazione le condizioni fisiche o mentali delle persone” in “disuguaglianza tra uguali” – quell’ “uguaglianza tra disuguali” che “costituisce il fondamento dell’ideale di libertà “. Accettando così quel confine insuperabile che è la finitezza dei corpi, la loro vulnerabilità  e mortalità .

Come fanno i Cani e gli Umani di questo romanzo, inselvatichitisi in quell’abbraccio fraterno che solo la hybris delirante di una banda di allevatori-cacciatori decisi a ripulire le campagne dai Cani selvaggi, può credere di interrompere per sempre. Quasi cento anni fa, Rilke chiudeva così le sue Elegie Duinesi: “E noi che pensiamo la felicità  / come un’ascesa, ne avremmo l’emozione / quasi sconcertante / di quando cosa ch’è felice, cade”. Nella salvifica sospensione del tempo a cui questo romanzo allude, la Humphreys così chiude oggi: “La tua partenza non si risolverà  con il tuo ritorno. Ma l’una non esclude l’altro. […] E alla fine, questa fine, ecco quello in cui credo. Il cuore è una creatura selvaggia e in fuga. Il cuore è un Cane che torna a casa”.

Massimo Filippi

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