Dal n° 2: Animalismo: troppa carne al fuoco


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Cominciamo questo articolo con un assunto di base: le divisioni interne all’animalismo in Italia hanno causato – e continuano a causare – non poche sconfitte, o quantomeno mitigato alcune importanti vittorie, e ciò, strategicamente parlando, è quanto di più deleterio un movimento politico e culturale – o aspirante tale – possa subire; del resto il criterio del divide et impera di latina memoria è pur sempre valido anche ai giorni nostri, e questo i “nemici” degli Animali lo sanno bene. La madre di tutti i problemi dell’animalismo può essere descritta da una semplice constatazione: non tutti si riconoscono in ciò che dovrebbe essere il minimo comune denominatore, uno stile di vita coerente con le proprie idee. Parafrasando: non contribuire in alcun modo allo sfruttamento degli Animali. Rimandando un’analisi più approfondita sulle diverse scuole di pensiero presenti in seno al fenomeno animalista italiano, vorremmo concentrarci su una ricaduta pratica di estrema gravità  che tale situazione di confusione ha creato tra coloro che attualmente si fregiano dell’appellativo di animalisti: il consumo di “prodotti” di origine Animale.
Logica vuole che solitamente chi si prefigge lo scopo di combattere un’ingiustizia (sia essa sociale, culturale, politica, religiosa o di qualsiasi altra natura) si rifiuti di contribuirvi direttamente o indirettamente con il proprio comportamento. Sarebbe troppo comodo citare esempi come quello di Gandhi e del suo rifiuto di sottostare a leggi, usanze e costumi imposti dall’Impero Britannico alle proprie colonie, che a suo parere ledevano i suoi diritti ed i diritti degli altri suoi connazionali. Ogni attivista, o simpatizzante animalista degno di tale nome, dovrebbe pertanto tentare di non divenire motivo di ulteriore sfruttamento di chi tenta di salvare. Sarebbe del tutto normale, quindi, occuparsi di Cani abbandonati, e contemporaneamente evitare di mangiare, o indossare pezzi di altri Animali, o sarebbe altrettanto logico e condivisibile lavorare contro lo sfruttamento degli Animali uccisi per la loro pelliccia, o nei laboratori di vivisezione, e rifiutarsi di acquistare prodotti che contengano parti di altri Animali che hanno sofferto tanto quanto coloro che si intende tutelare. Ma non basta. Sempre per amor di coerenza, si dovrebbe giungere ad una presa di posizione assolutamente critica nei confronti di una società  consumistica, legata all’interesse ed al capitale, ai privilegi e non alla giustizia, e ad una visione gerarchica e verticale della vita. La logica e la coerenza però, paiono non albergare nelle menti di moltissimi “animalisti”, non è raro quindi imbattersi in feste organizzate per la raccolta di fondi per salvare Cani e Gatti abbandonati a base di “costolette” di Maiale, o in banchetti informativi animalisti che vendono gadgets di dubbia provenienza, spesso confezionati con penne o piume di Uccelli, gli esempi potrebbero continuare ancora. Paradossalmente le energie spese dagli attivisti in favore dei diritti di alcuni Animali, sono tratte da sfruttamento, schiavitù ed uccisione di altri Animali, un’assurdità  inconcepibile ma reale. L’aggettivo coerente nella lingua italiana ha come sinonimi tra l’altro logico e consequenziale e come contrari illogico e incongruente, se di diritti animali* si vuole parlare, se di animalismo ci si interessa, logica vuole che chi per primo debba (leggasi obbligo morale) dare l’esempio con il proprio comportamento, sia l’animalista stesso. Schierarsi per i diritti animali, e contemporaneamente assecondare la visione antropocentrica della società  umana moderna foriera di ineguaglianze e sfruttamento dei più deboli, è una contraddizione palese e stridente. Se proprio si intende tentare di elaborare una base comune concettuale da condividere con tutti coloro che si sentono parte di un possibile movimento animalista maturo, lo si dovrebbe fare da un semplice principio: la comunanza nell’intento nel non contribuire allo sfruttamento degli Animali, il primo fondamentale passo è quindi il veganismo. La pratica vegana, la coerenza personale, la ricerca di nuove soluzioni alternative, o meglio, sostitutive, all’attuale società  umana oppressiva e specista, dovrebbero rappresentare il pane quotidiano per tutti coloro che intendono partecipare direttamente alla lotta per la Liberazione Animale. Potremmo definire questa pratica quotidiana come una sorta di metodo induttivo: dal particolare, dall’esperienza personale e privata costruire una regola generale pubblica e condivisa, una piccola rivoluzione culturale, sociale e di costume scaturita dal basso, dal privato, caratterizzata da una forte spinta verso il pubblico, il sociale, il collettivo. Non più quindi dogmi o principi inamovibili e verità  assolute da cui far ricadere pratiche quotidiane (metodo deduttivo, tipico della visione antropocentrista), ma un’azione socio-politica del singolo quotidiana e costante, che unita a quelle di moltissimi altri potrebbe indurre ad un cambiamento epocale: una società  umana finalmente ricollocata tra le altre società  animali, una nazione umana tra le altre nazioni animali, sempre e solo perseguendo l’intento di impattare il meno possibile (il lavoro è quindi continuo e tende all’infinito) sugli altri e sul Pianeta. In questo progetto ancora in fieri appare lampante l’estrema importanza della coerenza individuale, della logica applicazione di principi morali individuali per l’ottenimento di una conseguenza collettiva. Chi oggi quindi si trova nella condizione di voler agire in favore dei più deboli, ma ancora non ha avuto la volontà  di cambiare le proprie abitudini fondate sul loro sfruttamento, si ritrova in una posizione che Machiavelli definiva metodo dilemmatico o disgiuntivo, ossia si trova a dover scegliere tra due posizioni diametralmente opposte e pertanto inconciliabili. La nostra speranza è che sempre più persone decidano di scegliere di schierarsi dalla parte di chi è sfruttato e non ha voce per urlare le proprie ragioni. La nostra speranza è inoltre che sempre più animalisti abbraccino una visione più ampia del problema animale, prendendo atto che la via per la fine dello sfruttamento degli Animali, passa necessariamente per la liberazione umana da una società  che poggia le sue fondamenta sulla schiena dei più deboli**. Ci piace concludere questo articolo citando una felice frase di Emile Zola che dedichiamo a chi in questo momento sta soffrendo per permetterci di vivere ingiustamente nell’agio della nostra crudele e mortifera società  moderna: “Il compito più alto di un uomo è sottrarre gli Animali alla crudeltà “.

* Parliamo per comodità  di diritti animali solo concependoli come tappa necessaria e fondamentale per un Liberazione Animale, sarebbe arduo non considerare il concetto di diritti fondamentali per gli Animali in un’ottica di lotta per la loro liberazione, anche se il riconoscimento di alcuni diritti elementari agli Animali (si pensi ad esempio al recente dibattito sui diritti da riconoscere alle Scimmie antropomorfe o grandi Scimmie) potrebbe rallentare se non addirittura bloccare la spinta innovatrice della società  umana necessaria al raggiungimento della Liberazione Animale che riguarderebbe tutti gli Animali (umani e non). Preghiamo quindi le lettrici ed i lettori di concepire la conquista dei diritti animali come una tappa obbligata di un cammino di ben altra portata. Uno dei problemi fondamentali dell’animalismo (anche radicale) può essere ricondotto al concetto di diritti animali che diviene non mezzo, ma fine dell’attivismo. Sempre secondo un ragionamento logico e consequenziale, si può affermare che veganismo, attivismo per i diritti animali, critica alla società  umana contemporanea, visione rivoluzionaria della quotidianità , decrescita, ecologia profonda, antispecismo… sono tutti elementi – o meglio singoli pezzi – di un unico mirabile puzzle che si chiama Liberazione Animale e che prelude ad una società  di eguali Umani e non in armonia ed equilibrio tra loro ed il Pianeta.

** Compito del vegano etico è pertanto ricercare nella teoria e nella pratica una nuova via percorribile per non nuocere ai propri simili ed agli Animali, accontentarsi dell’ottenimento di risultati parziali significherebbe solamente accondiscendere nuovamente ad un sistema politico ed economico che tutto fagocita e controlla.

Adriano Fragano

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/zj8iu

14 Commenti

  1. rafferox ha scritto:

    Sicuramente logico e conseguenziale. Ineccepibile. Tra le molteplici iniziative, non sarebbe il caso di bandire un manifesto su tre, quattro principi fondamentali su cui far convergere gli sforzi di tutti i movimenti? Rimarranno sempre e comunque delle contraddizioni più o meno marcate: vogliamo parlare del cibo per cani e gatti? No, non occorre.

    5 febbraio, 2008
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  2. Eva ha scritto:

    Compliementi, articolo molto esaustivo del problema.
    Personalmente il termine animalismo non l’ho mai sentito calzarmi. Trovo che molto animalismo sia vestito di tantissimo specismo mal celato, per ovvi motivi, anche quello più radicale.
    Quello che è necessario è una rivoluzione culturale, il che significa cambiare, tutti noi, verso una nuova visione dell’uomo nel contesto planetario in cui vive. Questo non è facile (anzi cambiamento intimo spesso risulta un po’ doloroso), richiede buone idee, buone parole, saggezza e pazienza. Siamo solo all’inizio, è importante non scoraggiarsi mai :-)

    Ciao ragazzi!

    Telina

    5 febbraio, 2008
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  3. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Ciao Rafferox,

    Ti ringrazio per i complimenti.
    Per quanto riguarda tutto ciò che potrebbe essere utile per un futuro manifesto antispecista, consiglio la visita a questo piccolo sito: http://antispecismo.wordpress.com

    Di contraddizioni temo ve ne saranno sempre, è una nostra (umana) specialità 

    5 febbraio, 2008
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  4. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Ciao Telina,

    Grazie di tutto.
    Hai centrato il problema: serve una rivoluzione culturale, attenzione però a non fare in modo che chi ci legge fraintenda. La rivoluzione che serve è ben diversa e molto più impegnativa di quelle che sono state poste in essere in passato. E soprattutto varrà  a ben poco se una certa parte della specie umana costringerà  ad un cambiamento la restante parte: si rischia – come sempre avvenuto – che ad un potere se ne sostituisca uno nuovo ma uguale nella sostanza.

    5 febbraio, 2008
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  5. Marco ha scritto:

    Il fulcro del bel articolo di Fragano è questo (secondo me):

    la via per la fine dello sfruttamento degli Animali, passa necessariamente per la liberazione umana da una società  che poggia le sue fondamenta sulla schiena dei più deboli..

    Da ciò possiamo vincere che il termine più appropriato da utilizzare, per chi si identifica in questa frase, sarebbe antispecismo e non animalismo. Non perchè la parola animalismo sia brutta o chissà  che…il punto è che non rende chiara l’idea che la liberazione animale deve andare di pari passo con quella umana (animali umani). Può essere animalista anche il fascista e il razzista, ma il termine antispecista non si presta ad equivoci di alcuna sorta e segna un chiaro spartiacque tra “noi” e “loro”.

    p.s A proposito di pseudo animalisti segnalo il caso della signora Rita Dalla Chiesa che dala sua trasmissione, Forum, continua a dichiararsi animalista e talvolta pure vegetariana, salvo poi annunciare che lei ogni tanto mangia carne bianca, che i vecchi e i bambini devono per forza mangiare carne, che certi “animalismi” sono solo fanatismi, mostrandosi addirittura preoccupata quando la crisi dell’aviaria fece calare i consumi del “pollo” (mangiò un pò di carne in diretta..)….Ecco da questi animalisti bisogna guardarsi bene dall’assomigliarli….

    5 febbraio, 2008
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  6. Eva ha scritto:

    Sono d’accordo con voi ragazzi.
    Diciamo che per liberare gli animali è necessario liberarsi del pensiero specista. E di palle non ce ne sono. E questo non può avvenire per imposizione o perchè il dominio si sposta dalle mani degli uni in quella degli altri.

    Pongo però qui un problema non facile, scusate a priori se magari lo tratto in maniera superficiale, ma richiederebeb molto più tempo: dei fascisti o dei razzisti o quel che vi pare…che ne facciamo?
    Il fatto è che spesso noi (con noi intendo antispecisti nella naturale acezione del termine quindi inclusivo di antirazzista etc..), tendiamo a pensare che tutti costoro non hanno facile accesso a questo cambiamento del processo mentale, ma sulla base di questo si instaura il muro, che è molto difficile da abbattere.
    la verità  invece è che il progresso di una rivoluzione culturale non dipende dalla cultura di partenza. Se così fosse, tutti i vegetariani sarebbero automaticamente portati a diventare vegan, ma non è così. E non è affatto detto che un razzista non cambi completamente assetto culturale. La probabilità  non è diversa rispetto a che mia mamma smetta di mangiare carne. Perchè come qualsiasi forma di evoluzione non è lineare, ma concausale.
    Insomma. Io so bene quanto esistano forme di violenza, sopruso, intollerabili. Ma è importante secondo me, non chiudersi a priori. Il che semplicemente significa mantenersi abbastanza lucidi mentalmente da saper distinguere quando e come è possibile aprire delle porte…
    Insomma è piuttosto inutile cantare tra di noi quanto è bello, buono e giusto essere antispecisti ^^ Meglio riuscire a dimostrarlo al resto del mondo…no?

    5 febbraio, 2008
    Rispondi
  7. Laura ha scritto:

    Io la penso così: per partire bene è necessario raggiungere delle conquiste VERE. L’animalismo attuale, con tutte le correnti esistenti (comprese quelle “vecchie” che hanno fatto danni irreparabili), di vittorie e conquiste reali e permanenti non ne ha ancora ottenute. Gli animali e gli umani stanno, di fatto, su gradini distanti, che più distanti non si può. Quando questo divario si sarà  colmato o mitigato, con vittorie concrete appunto, sarà  possibile elevare il pensiero spirituale e antispecista di tutti. Ma credo che nessuno dei presenti sarà  in vita per assistervi. Purtroppo. Non riesco ad essere antispecista quando penso ai vivisettori, penso infatti alla loro morte dolorosa di continuo. STOP. Non riesco ad essere buona quando penso ai PELLICCIAI, li vorrei vedere spelati. Non sono clemente quando penso a chi sa tutto ma mangia carne e si nasconde dietro ad un dito. Su questo sarò indubbiamente meno progredita e antispecista di voi. Ma senza quelle persone il Mondo sarebbe un posto migliore dove vivere. D’altro canto so che ci sono animalisti “sfegatati”, magari pure in buona fede, che gioiscono nel sapere che è sopravvissuto un animale ma è morto un bambino. A questo sono decisamente contraria.

    5 febbraio, 2008
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  8. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Trovo molti interessanti i vostri commenti e credo che si sia ormai individuato abbastanza chiaramente il problema: l’identità  antispecista.
    Credo che sia opportuno tentare di dar vita ad una nuova identità  antispecista che raccolga le aspirazioni di molti di noi. Una nuova identità  che non deve sorgere dalle ceneri di altre esperienze, che non sia una diretta derivazione di qualcosa, ma che sia una visione nuova che trae giovamento da esperienze passate, ma che si fonda su principi nuovi e chiari.
    In tale modo si eviteranno pericolose infiltrazioni razziste o derive animaliste presenti in un movimento che purtroppo ad oggi non ha saputo darsi una precisa connotazione lasciando aperte troppe porte.
    Quindi che rimangano pure i protezionisti come la dalla Chiesa che non si spinge oltre una tiepida benevolenza nei confronti di determinati Animali che evidentemente le sono simpatici, salvo poi mangiarsene altri. Rimangano pure tutte le diverse sfaccettature dell’animalismo: non credo sia compito nostro tentare di unire ciò che in tutta evidenza è praticamente impossibile unire. Ma è assolutamente importante che si pensi, si immagini una nuova entità  che tragga le sue fondamenta da principi di uguaglianza, giustizia, solidarietà , e che quindi sbarri la strada a tutto ciò che è contrario a tali principi e che sarà  destinato ad autoescludersi dal nuovo movimento.
    L’antispecismo non può disgiungersi dalla liberazione animale intesa nel senso più ampio del termine: liberazione umana e non umana, ricostruzione di una nuova società  solidale ed egualitaria, nascita di un nuovo concetto di rapporto con le altre specie, e non un recupero di un paventato antico rapporto che nella realtà  non c’è forse mai stato.
    Quindi ciò che si dovrà  fare è costruire qualcosa che non c’è e non trasformare qualcosa che già  c’è e che fino ad ora non ha funzionato.

    Comprendo i sentimenti negativi che si possono provare nei confronti di chi tortura, sevizia ed ammazza gli Animali quotidianamente, sono sentimenti sinceri e sarebbe ipocrita far finta che non esistano. Però un conto è il sentimento, un altro è una eventuale risposta che è uguale e contraria a quella che la società  umana moderna si aspetta: la violenza, la sopraffazione e la logica del dominio. Non possiamo rispondere con le stesse armi ad una società  che intendiamo cambiare, il rischio è di portare a compimento una rivoluzione culturale per abbattere un potere ed instaurarne uno nuovo. Non è ciò che serve. Bisogna anche in questo campo trovare, sperimentare nuove vie per combattere in modo etico ed efficace l’enorme ingiustizia che ci circonda.
    Forse in questo caso l’esempio di grandi personalità  del passato potrebbero esserci utili, ma anche qui si deve considerare il tutto sempre e solo attraverso la nostra lente antispecista.

    7 febbraio, 2008
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  9. marco ha scritto:

    Io farei un distinguo tra i vivisettori, pelliciai ecc. e chi mangia carne…Sui primi secondo em non c’è margine su cui lavorare, nel senso che ben difficilmente gli si potrà  far cambiare idea, sui secondi invece la mia posizione è diversa. Tutti noi abbiamo mangiato carne da mabini, adolescenti o anche in età  più avanzata ( a meno che non si abbia avuto la fortuna di nascere da genitori vegetariani\vegani), però credo che ugualmente il nostro amore per gli altri nostri fratelli animali fosse ugualmente grande (almeno per me era così..). Ecco io credo che molti di quelli che mangiano carne, siano effettivamente interessati alla sofferenza nimale però non colgono la crudeltà  insita nell’allevamento e la complicità  che si ha quando si mantengono certi atteggiamenti specisti.

    Si tratta quindi di trovare un modo che spinga le persone a ragionare sulla loro vita e sulla loro coerenza e quindi a comportarsi di conseguenza…

    p.s Ho scritto veloce spero di essere stato chiaro o non troppo confusionario

    7 febbraio, 2008
    Rispondi
  10. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Il margine per lavorare c’è su tutti, vivisettori compresi, Croce lo era infatti, prima di divenire un convinto antivivisezionista. La questione fondamentale è capire se c’è la volontà  di cambiare e la disponibilità  a mettersi in gioco. Una volta che si “scopre” ciò che siamo realmente è come stracciare un velo di ipocrisia che ha ammantato tutta la nostra esistenza per anni. C’è chi sa ed è consapevole, chi non sa e chi sa ma è cresciuto o si è formato in un ambiente crudele e pervaso dalla volontà  di dominio, tanto da reprimere il naturale sentimento di empatia nei confronti degli Animali. I secondi ed i terzi sono forse terreno fertile. I primi sono i veri nemici degli Animali

    7 febbraio, 2008
    Rispondi
  11. Laura ha scritto:

    Nel mio commento ho specificato: “chi “sa tutto” e continua a mangiare carne”. Ho messo volontariamente questo distinguo perchè mi rendo conto che la maggior parte dei vegetariani e dei vegani che hanno circa la mia età  (28 anni) sono nati e cresciuti mangiando carne per abitudine e per educazione. Io cerco di diffondere le informazioni sulla dannosità  e sulla crudeltà  insite nel consumo di carne e pesce. Molti mi dicono che non accettano la mia predica perchè anche io ho sempre consumato carne dalla nascita. Come se il mio cambio non fosse da ammirare o da valutare invece che essere guardato con sospetto.
    Sono quindi d’accordo con quanto scrive Marco.
    Quanto invece a quello che scrive Cereal sul fatto che ci sia possibilità  di recupero per tutti, vivisettori compresi…sono abbastanza scettica. Sarei contenta di certo che un vivisettore smettesse di compiere la sua opera mortale e passasse dall’altra parte, ma i crimini commessi rimarebbero…e un diavolo non diventa angelo dall’oggi al domani.

    7 febbraio, 2008
    Rispondi
  12. Marco ha scritto:

    Ma uno che tortura degli animali non può non sapere. Non può non vedere..Certo è probabile che egli si ritenga in buona fede e sia convinto di operare per il meglio..però le sofferenze lui le vede e se la notte riesce a dormire ugualmente vuol dire che forse è irrecuperabile, anche se poi nella vita tutto può succedere…

    p.s Effettivamente anche a me spesso dicono: Un tempo anche tu mangiavi carne….

    Che ragionamento assurdo..come se comprendere di aver sbagliato o comunque essere riuscito finalmente ad aprire gli occhi, fosse una colpa e non un merito…

    8 febbraio, 2008
    Rispondi
  13. Benedetta ha scritto:

    Credo che l’ ostilità  dei non vegetariani ad accettare le ragioni, le spiegazioni di chi ha intrapreso una scelta etica, sia principalmente derivante dalla paura, di due cose: sentirsi inferiori, più stupidi, ipocriti, di qualcun altro; e la paura di dover fare qualcosa di “faticoso” rispetto dalla normale routine per sentirsi in pace con se stessi e con la propria morale. Ed è per questo, credo, che si arrabattano tanto a cercare logiche ed esaurienti giustificazioni alle loro azioni.
    Credo, a proposito di quello che diceva Marco, che l’aver mangiato carne, nei nostri passati, sia un grande punto di forza nel dialogo con un “onnivoro”. Se sappiamo abbandonare l’aggressività , il risentimento, esso può diventare un vero e proprio ponte che ci mette in contatto:
    No, non siamo una razza diversa, che viene da un altro pianeta, a cui hanno inculcato false assurde dottrine; non abbiamo l’antispecismo, la scelta etica, innati. Abbiamo allegramente mangiato carne con gli amici; e magari torturato chissà  quante mosche (come dice De Gregori) da bambini.
    Ma qualcosa, o qualcuno, ci ha fatto capire. Siamo in cammino, anche noi, ovviamente, ma da quando ci si è rivelata la giustizia di questa idea, abbiamo cominciato a camminare…con piccoli passi, va bene, ma abbiamo cominciato a camminare; senza cercare di giustificarci, onesti prima di tutto con noi stessi.
    Credo, dunque, che se proviamo a non mostrarci moralmente superiori a chi ancora non ha capito, sarebbe un grosso beneficio. Anche perchè, se una delle visioni possibili del mondo è il meccanicismo e la necessità , “noi” siamo solamente più fortunati di altri ad aver scoperto qualcosa che ad altri ancora resta oscuro. Con questo non intendo solo chi non conosce (nozionisticamente) la crudeltà  che sta dietro il mattatoio, ma anche l’ingenuità  di chi non è stato folgorato, nella carne, o nell’anima, insomma, in profondità , da questo orrore.
    Io ho fiducia infatti che se il vivisettore fosse stato folgorato dall’atrocità  di quello che fa, non lo farebbe più.
    In questo senso, nessuno è un caso perso, visto che possiamo cercare di rivelare la nostra verità  a tutti.

    10 febbraio, 2008
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  14. stefanover ha scritto:

    certo, troppe divisioni favoriscono i detrattori del movimento veg/animalista, d’altra parte è anche vero che c’è sicuramente più coscienza nei confronti degli animali, proprio e forse perchè, così frammentati e non individuabilmente legati ad un unico grande movimento, riusciamo a non essere troppo etichettati… tant’è che tramite il mio blog riesco a contattare singolarmente le persone, ottenendo più attenzione e risposte che se mi presentassi come un unico grande movimento… non so se è giusto,
    ma finchè non saremo tutti d’accordo almeno contro la vivisezione, la caccia e le pellicce, il sistema “blog a blog” funziona… buon lavoro veganzetta!
    Stefanover e Banjo.

    25 febbraio, 2008
    Rispondi

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