Dal n° 1 / anno 3: La lontananza uccide?


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Breve premessa

Forse non è inutile per cominciare a parlare di diritto e diritti, evidenziare un’ambiguità  semantica per cui il diritto sembra confondersi con il giusto, che cela il fatto che il diritto e l’ordinamento giuridico possono essere criminali, come quando ammettono la pena di morte o come quando, nel caso che stiamo considerando, consentono il trattamento di esseri senzienti come cose, oppure quando consentono a banchieri e speculatori di affamare in un secondo decine di migliaia di persone con uno spostamento immateriale di investimenti. Se si vuol guardare al passato basta ricordare il celebre esempio della Costituzione Usa del 1787, un documento assai avanzato in teoria sul piano dei diritti, che afferma nello stesso tempo che tutti gli Umani sono creati uguali, mentre in parte del paese continuava ad esistere la schiavitù dei neri e che nega del tutto l’esistenza delle nazioni dei nativi americani, e così recita all’art. 1: “I rappresentanti e le imposte dirette saranno ripartiti fra i diversi Stati che facciano parte della Unione secondo il numero dei loro abitanti; numero che verrà  determinato aggiungendo al totale degli uomini liberi compresi quelli sottoposti a prestazioni di servizio per un periodo limitato ed esclusi gli indiani non soggetti ad imposte tre quinti del rimanente della popolazione” (ossia tre quinti degli schiavi). Questo solo per fare un esempio e per non cadere in una visione ideologica e mistificante del diritto.

E’ però confortante sapere che ci sono valenti studiosi del diritto come Valerio Pocar* che esprimono una concezione conflittuale del diritto pienamente condivisibile, “una visione secondo la quale la condizione dell’esistenza stessa delle regole giuridiche è rappresentata dalla differenziazione della società  e dall’ineguale distribuzione del potere” . Ecco questo mettere in chiaro la relazione tra diritto e potere è un punto estremamente importante. Da queste premesse di partenza: che cosa fonda una possibile obbligazione di una lotta per l’emancipazione animale che porti a diritti codificati? Una risposta del tutto provvisoria può essere questa: la necessità  della difesa degli interessi dei più deboli, di coloro che non hanno voce e che sono schiacciati e massacrati da pratiche crudeli, da una cultura diffusa intrisa di indifferenza e ignoranza e infine da un apparato tecnicoscientifico antropocentrico. Come scrive il filosofo Grayling**, infatti, “in nessun caso l’integrità  di un individuo è messa maggiormente alla prova di quando egli ha potere su una creatura che non può far sentire la propria voce. E tutto sommato la strada che porta dal torturare gli insetti al commettere crimini contro l’umanità  non è poi così tortuosa”.

La lontananza uccide?

Partiamo da due citazioni per sviluppare il nostro discorso su diritti e compassione. La prima riflessione si trova nella Lettera sui ciechi, in cui Denis Diderot*** fa questo ragionamento: “Non cessiamo forse di provare compassione allorché la distanza o l’esiguità  degli oggetti hanno su di noi lo stesso effetto che ha sui ciechi la privazione della vista? A tal punto le nostre virtù dipendono dal nostro modo di sentire e dall’intensità  con cui siamo toccati dalle cose esteriori! Analogamente non dubito che se non fosse per la paura del castigo, molti sarebbero più disposti a uccidere un uomo da una distanza che lo facesse apparire come una rondine, che non a sgozzare un bue con le proprie mani. Se abbiamo compassione per un cavallo che soffre e schiacciamo una formica senza farci alcuno scrupolo, non è forse perché siamo mossi dallo stesso principio?” La seconda proviene invece dal bel libro di Coetzee****, La vita degli animali. Il personaggio di Elisabeth Costello creata dal grande scrittore sudafricano e presente in diversi suoi romanzi, indossa qui la veste della conferenziera che perora la causa degli Animali. A un certo punto quasi all’inizio dice: “L’empatia ha tutto a che fare con il soggetto e poco a che fare con l’oggetto, con l’altro, una cosa di cui ci rendiamo subito conto non appena pensiamo all’oggetto non come a un pipistrello, bensì come un altro essere umano.

Vi sono persone che hanno la capacità  di immaginarsi nei panni di qualcun altro, vi sono persone che non ce l’hanno (se la lacuna è vistosa li chiamiamo psicopatici) e vi sono persone che questa capacità  ce l’hanno ma scelgono di non esercitarla”. E tra questi ci sono indubbiamente i filosofi. Da una parte Elisabeth Costello sostiene che c’è un’incompatibilità  di fondo tra filosofia ed empatia; dall’altra che l’ampliamento dell’empatia, con tutto quel che ne consegue, richiede immaginazione e in questo campo, di nuovo, la filosofia resta indietro di parecchio rispetto ad altri approcci culturali, in particolare la letteratura. Ora mi sembra che qui in questi testi vengano ben descritti alcuni meccanismi di avvicinamento/distanziamento che sono essenziali per definire il modo in cui ci rapportiamo all’altro, se in modo empatico e con compassione, tanto più siamo vicini, o se invece con distacco tanto che anche l’annullamento dell’altro non ci fa né caldo né freddo. Cosa che si può cercare di sintetizzare con una prima domanda:

1) la lontananza uccide? Ossia tanto più ci allontaniamo dall’altro tanto più s’indebolisce la compassione e con ciò di trattare l’altro con violenza.
E una seconda: 2) il diritto può essere uno strumento per ridurre questa lontananza? O per supplire a questa lontananza, cosicché chi è vicino non ne ha bisogno, e chi è lontano deve rispettare una qualche regola più o meno universale?

Filippo Trasatti

Note:
*Valerio Pocar, Gli animali non umani, Laterza, RomaBari 2005 p. 36.
**A.C.Grayling, Specismo, in Il significato delle cose, tr. It Longanesi Milano 2002, p. 103.
***Denis Diderot, Lettre sur les aveugles, cit. in Carlo Ginzburg, Occhiacci di legno, Feltrinelli Milano 1998, p. 198.
****J.M.Coetzee, La vita degli animali, tr. It. Adelphi, Milano p.46.

Continua nel prossimo numero…

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