Dal n° 1 / anno 3: Anime silenziose


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Da millenni siamo educati ad un ordine gerarchico della scala degli esseri che si è sempre autosantificato come un’inarrestabile ascesa dalla profondità  del mero esistere delle piante alla sensibilità  rudimentale degli Animali fino alle eteree altezze spirituali dell’Umano. Tale ordine, però, si mostra ogni giorno sempre più insostenibile di fronte all’immane disastro sociale ed ambientale che ha prodotto, agli sviluppi delle riflessioni della filosofia morale e alle acquisizioni delle scienze empiriche. Due libri, Nanna o L’anima delle piante di Gustav Theodor Fechner (fisiologo e filosofo, precursore della moderna psicologia sperimentale, che ha grandemente influenzato il pensiero di Jung) apparso nel 1848, tradotto per la prima volta in italiano nel 1938, ora riproposto da Adelphi e L’ordine animale delle cose di Antonio Prete (filologo e filosofo da sempre attento a questioni relative alla galassia del naturale) pubblicato recentemente da Nottetempo, rappresentano senza dubbio due testimonianze eloquenti della necessità  di rivedere il modo in cui siamo abituati a guardare il vivente.

In Nanna (nella mitologia nordica, Nanna è la dea del mondo dei fiori), Fechner, partendo da posizioni di panpsichismo teistico, presenta una disanima serrata che unisce in una fascinosa prosa poetica osservazioni scientifiche a folgoranti intuizioni extrarazionali della necessità  di riconoscere un’anima alle piante perché “senza di essa rimarrebbe nella natura un vuoto gigantesco”, dove “le creature animate [apparirebbero] in mezzo al resto della natura come circoscritte isole di anima nell’oceano universale dell’inanimato e del morto”. Indipendentemente dal fatto che ci si lasci convincere o meno dalle argomentazioni di Fechner, spesso ingenue e difficilmente sostenibili nel contesto di un pensiero “laico”, questo saggio ha l’indubitabile merito di mettere in discussione una tradizione filosofica consolidata, invitandoci a riflettere su ciò che, in una sorta di automatismo, comunemente definiamo “naturale” e “umano”. Il fulcro del suo discorso risiede nel criticare radicalmente i modi di attribuzione dell’anima all’altro da sé e con “anima” qui potremmo anche intendere diritti o interessi dove dovrebbe contare più quanto ha a che fare con la differenza che quanto attiene all’identità : “Non già  la rende anima ciò che io dell’anima della pianta ho in me, ma precisamente ciò che di essa in me non ho”. La qual cosa ha delle conseguenze inaudite. La semplice idea, infatti, che possano esistere anime altre che non siano ad immagine e somiglianza della nostra (“Perché non ci dovrebbero essere, oltre le anime che camminano, gridano, mangiano, anche anime che silenziosamente fioriscono e spandono odori?”) e che della nostra non facciano parte (costituendone gli strati più “bassi” e “meno evoluti”), mette quantomeno in dubbio quella presunta gerarchia naturale ascendente che da sempre ha reso l’extraumano un mezzo interamente disponibile alle manipolazioni dell’Umano.

Fechner apre così lo spazio di pensabilità  di un ordine “orizzontaleegualitario” che non può non intaccare anche le classiche retoriche discorsive del movimento antispecista, più interessato ad accordare considerabilità  morale al “quasi uguale” piuttosto che al “quasi diverso”. Seppur da una prospettiva filosofica differente, Prete compie un’operazione molto simile, impegnandosi anch’egli nel compito di destabilizzare l’impianto verticale della cosmogonia occidentale, questa volta cercando di rintracciare con delicatezza, ironia e per successive approssimazioni l’ordine animale delle cose che, seppur occultato dalla violenza del potere umano sul mondo, è ancora in grado di parlarci nella forma di “un pensiero che, privo di lingua, si alimenta di un assiduo dialogo con tutte le forme della natura, […], privo di Io, avverte [il] legame tra singolarità  e appartenenza”. Un ordine animale che percorre il mondo come “mancanza”, dove “i corpi e le cose [appaiono] come lo sbalzo di un’apparenza temporanea e per questo preziosa” e che non parla, come gli uomini, “la lingua terrestre” carica della “gravità  del significato”, ma “la lingua dell’aria, con la leggerezza che è oltre ogni significato”, una lingua dove è “il silenzio che sostiene la frase”, una lingua che esprime “il senso di una comune appartenenza”, “il fatto di essere lì”. Una lingua, quindi, che non è condannata all’afasia ma che, al contrario, può farsi grido (come in alcuni brani del libro, uno dei quali è intitolato proprio così) e denunciare senza sconti la “disseminazione della crudeltà ” e la “diffusa stupidità ” della specie umana, così come si manifesta nei mattatoi, nei casotti di caccia e sui gommoni dei migranti.

Entrambi gli autori individuano la possibilità  di un approdo salvifico in una mossa che oltrepassi l’umano (non per negarlo, ma per mostrarne quella “mancanza assoluta” che paradossalmente lo arricchisce): Fechner, nell’immersione nella pura sensibilità  delle piante che, in quanto mancanza di coscienza, si dà  come pienezza di godimento; Prete nella speranza di una “metamorfosi” del genere umano che, “deposta infine la [sua] pretesa superiorità “, apprenda “dagli animali la forma profonda del pensiero”, e il loro silenzio in cui echeggia “una parola misurata, essenziale”. Salvezza, quindi, che non si declina nelle forme incorporee della religione con le sue età  dell’oro o i suoi aldilà  o in quelle supercorporee di un megaorganismo armonico e pacificato (à  la Bateson/Lovelock), ma in un movimento asintotico e necessariamente doloroso verso l’accettazione della finitezza di quella “carne del mondo” che ci condivide con il resto del vivente, di quel corpo che non chiudendosi nella forma delirante di un organismo autosufficiente si faccia finalmente transito silenzioso della compassione. Transito silenzioso che le piante e gli Animali hanno già  raggiunto qui e ora; il che dovrebbe farci quantomeno esitare, come Darwin non si stancava di ripetere, di fronte ai termini fintamente naturalistici di “superiore” e “inferiore”.

Massimo Filippi

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