Dal n° 1 / anno 3: A proposito di “isole vegane”


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Ho letto con attenzione l’articolo di Adriano Fragano “Le isole vegane” (Veganzetta Anno II n° 4) provando un senso di disagio che dapprima non sono riuscito a mettere a fuoco. Ho dovuto riflettere a lungo sull’articolo per riuscire a comprendere i motivi dei miei dubbi. Ma prima di presentare le mie osservazioni è opportuno ricordare sinteticamente il ragionamento dell’autore.
L’articolo, partendo dalla citazione di una frase di Vittorio Foa che sollecita le persone più coscienti ad una presenza attiva nella società , sviluppa una critica a quel corposo numero di persone le quali, avendo fatto la scelta vegan e quindi avendo scorto l’importanza di una vita segnata dal rispetto per tutto il vivente sensibile, si accontentano di vivere lontano da pratiche di militanza effettiva e da iniziative di tipo pubblico come l’azione, la propaganda, l’informazione. Insomma, atti politici. In effetti si rileva come la scelta vegan già  presupponga l’acquisizione di una consapevolezza dei principali problemi che affliggono il nostro mondo. Non si ritiene, dunque, di accettare il veganismo come una scelta di chiusura in cui l’individuo ripiega su se stesso, compiacendosi di un’acquisizione puramente personale ritenuta sufficiente in sé. Capita spesso che il soggetto in questione accompagni il suo comportamento con una dichiarazione del tipo: “se tutti entrassero in questa fase di consapevolezza (la mia) il mondo troverebbe la soluzione ai suoi mali”. Argomentazione che tradisce una preoccupante tendenza idealisticoutopistica.

Infatti, se la sua conquista è avvenuta grazie a relazioni con altri (quasi nessuno è nato vegan, e anche in questi pochi casi il fatto va ricondotto a scelte dei genitori e quindi ad altre situazioni relazionali), come si può pensare di conquistare nuove persone al veganismo se ci si chiude in noi stessi anziché coinvolgersi in relazioni pubbliche e dunque politiche? In altri termini, il vegan che fa suo quel ragionamento sembra vittima di una posizione decisamente ingrata: lui, diventato vegan grazie all’apporto decisivo di una serie di influenze culturali esterne, perciò relazionali, regredisce fino al punto di pensare di esserlo diventato in virtù di una esclusiva “presa di coscienza” personale. Il passo successivo è quello di pretendere che gli altri lo diventino motu proprio. Insomma, una volta ricevuto, non vuole dare. Di qui la metafora del vegan etico interpretato come un’isola, dunque isolato, almeno per quanto riguarda l’aspetto in questione. L’articolo invita dunque a non isolarsi ed a cercare in relazioni pubbliche segnate da un forte attivismo quella fonte di risorse idonee ad un effettivo, sia pur graduale, cambiamento del mondo. La condizione di molti altri suggerisce l’autore dipende dalle nostre azioni e non soltanto dai nostri pensieri.

Fin qui l’articolo. Ma da dove scaturisce quel disagio che ho provato alla sua lettura? Inizialmente ho pensato che l’articolo scontasse una certa vaghezza nei propositi. In effetti non dice molto su “quello che bisogna fare”, limitandosi a criticare la chiusura di certe persone. Ma in effetti non si può pretendere che una critica di questo genere possa andare oltre il cosa fare. Il come farlo è forzatamente destinato a momenti diversi e successivi. Abbandonata questa ipotesi e ragionando più a fondo ho trovato il vero motivo di disagio che è legato a quello che vorrei chiamare “principio della debolezza della prescrizione”. Le prescrizioni etiche si succedono da secoli, se non da millenni, ma, quando si cerca di indurre qualcuno a tradurre in azione quelle che sono profonde convinzioni morali pur dichiarate, l’effetto è quasi sempre nullo.

Si sente sempre lo stesso motivo: “se tutti entrassero in questa fase di consapevolezza il mondo troverebbe la soluzione ai suoi mali”. Per quanto il veganismo rappresenti il massimo di visione etica, considerando l’estremo allargamento del cerchio di soggetti a cui si vorrebbero vedere riconosciuti diritti fondamentali a non subire aggressioni fisiche e psicologiche, in teoria esistono decine di ambiti ideali dello stesso tenore. Situazioni in cui si potrebbe pretendere, da una persona che fa professione di una fede di natura altruistica, un impegno che vada al di là  della semplice coerenza personale. Purtroppo si è costretti a registrare, almeno in questa fase storica, diserzioni di massa rispetto a valori che, per sostanziarsi, richiederebbero ben altro che dichiarazioni di adesioni personali i cui effetti (quando va bene) si limitano al proprio spazio privato. Occorrerebbe comprendere come mai ciò accada, ma non è facile. Concorrono di certo motivi strutturali e culturali. In determinati e rari periodi i valori circolanti si sostanziano nelle masse e sembrano vivere di vita propria. In quelle situazioni non occorre sollecitare perchè quasi naturalmente ognuno trova dentro di sé i motivi per partecipare a processi trasformativi che sembrano inarrestabili. In altri periodi per es. quello in cui viviamo ogni invito cade nel vuoto. La ragione sembrerebbe consistere in una crisi di fiducia e di speranza. Per ritornare al nostro caso, la chiusura nell’isola vegana sembrerebbe corrispondere non tanto ad un esempio personale offerto per essere imitato, bensì inconsciamente ad una presa di distanza da un umanità  disprezzata e da un mondo ritenuto irrecuperabile.

Cosicché preso atto del ferreo “principio della debolezza della prescrizione”, occorrerebbe forse evitare chiamate alle armi (della politica e dell’azione) scarse di effetto, e tentare di concentrarsi sulla costruzione delle condizioni che agiscano da forza gravitazionale di tutte le energie disperse e sfiduciate. In altri termini è difficile chiedere alle isole vegane (ma anche a tutte le altre isole umane depositarie di valori etici diversi) di trovare al loro interno energie non disponibili. Invece coloro che sentono l’urgenza di avviare politiche di trasformazione basate su valori veramente rivoluzionari rivoluzionari perché in grado di offrire agli Umani prospettive di civiltà  inedite dovrebbero, avendone la forza, costruire quel tessuto di idee, di comunanza di obiettivi e di pratiche capace di essere riconosciute dagli individui più passivi e ricreare quell’entusiasmo che oggi si è dissolto. Ma tutto questo chiama in causa concetti come avanguardia, egemonia culturale, organizzazione: in una parola chiama in causa l’esistenza fondamentale del soggetto politico. In assenza di ciò, le azioni antispeciste e liberazioniste attuali, cioè le pratiche frammentate e fortemente caratterizzate da iniziative casuali, non riusciranno ad offrire quel terreno invitante che restituisca la fiducia nel futuro che è la condizione necessaria per attrarre, al di là  delle esortazioni, le energie umane disperse.

Aldo Sottofattori

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/c9g7n

2 Commenti

  1. Antonella ha scritto:

    Concordo con Aldo e anche con Adriano, che hanno visioni differenti ma complementari.
    Come Aldo anch’io ho provato un senso di disagio, e spesso lo provo, quando mi si sprona a fare attivismo.
    Non sono per natura capace di imporre un’idea per quanto io ne sia convinta. E se mi sforzo di essere diversa da come sono, puntualmente fallisco il bersaglio e forse procuro un danno all’ideale che vorrei promuovere.
    Esistono persone carismatiche e comunicative che rendono un servizio alle cause cui appartengono agendo come soggetti politicamente attivi. Ci sono altre persone che offrono il proprio stile di vita silenziosamente, senza sbandierarlo, senza imporlo, come esempio di un modo di vivere possibile, presentandosi così come sono, felici o infelici, ma vive e vegane.
    A modo loro, filosoficamente scelgono di mostrare più che convincere e secondo me anche questa è una strada possibile. Dovremmo essere capaci di accogliere ogni forma di scelta etica, così come accogliamo ogni specie con le sue caratteristiche.

    Per molti non vegan, gli attivisti sono dei disturbatori che inducono a prendere posizione ancora più forte rispetto all’argomento, mentre rispettano e stimano chi dà il buon esempio senza imporsi e senza spingere nessuno ad imitarlo. Quindi si potrebbe anche dire di chi fa attivismo che procura un danno alla causa.

    Credo che non ci sia un modello unico cui conformarsi, sia che si sia vegan sia che si sia appartenenti ad un qualunque movimento rivoluzionario. Ognuno si deve poter comportare secondo le proprie inclinazioni e in base a queste essere accettato dagli altri, soprattutto se si dichiarano antispecisti, antirazzisti, antisessisti, ecc. Dovremmo ampliare il vocabolario aggiungendo una voce che definisca l’intolleranza verso i vegani non attivisti, e spiace che proprio all’interno di uno dei movimenti più pacifisti della storia dell’umanità sia insito questo tipo di autoreferenzialità intollerante delle differenze.

    E’ però vero anche che spesso la pigrizia è la vera causa di questo isolamento di molti vegan, e allora verso questi un po’ di grinta e qualche scrollata possono essere necessarie.

    Grazie Adriano e grazie Aldo per questa utile riflessione.

    Antonella

    24 Agosto, 2012
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  2. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Cara Antonella,

    Grazie per la tua testimonianza molto interessante, però io sono dell’idea che sempre e comunque si debba prendere una posizione. Certamente lo si può fare con proprie modalità, ma astenersi, seppur abbracciando l’etica vegana, è un danno enorme per chi soffre in questo momento a causa delle attività speciste umane.
    Se una persona vegana etica con la sua vita evita di causare dolore, dovrebbe anche cercare di far capire agli altri il dolore che essi invece provocano, perché astenersi non è mai una cosa positiva.
    Non c’è alcun intento discriminatorio, ma solo un invito alla divulgazione del pensiero vegano e antispecista, perché rivoluzionare la propria vita senza comunicarlo agli altri serve a ben poco.

    25 Agosto, 2012
    Rispondi

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