Dal n° 1 / anno 2: Essere vegani… e comunicatori


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bufalino - Dal n° 1 / anno 2: Essere vegani... e comunicatori

Essere vegani… e comunicatori

In un precedente articolo avevamo posto il problema dell’immagine della persona vegana presso il grosso pubblico utilizzando in più punti le parole di un articolo di Ettore Zanon, cacciatore, giornalista ed esperto di comunicazione il quale poneva l’identico problema con riferimento all’immagine dei cacciatori. Riprenderemo ora il filo di quei ragionamenti, nuovamente basandoci, spesso in maniera letterale, sulle parole di Zanon* e nuovamente avvertendo il lettore che il fatto che si siamo ritrovate le nostre idee espresse nelle parole di un avversario piuttosto che di un alleato, deve costituire motivo di riflessione non meno delle idee stesse.

Abbiamo visto che chi non è vegano sa poco o nulla sul veganismo e ricava dai media le proprie conoscenze, spesso viziate da storture profondissime. Ne risulta un’immagine della persona vegana quale deviante, “masochista” quando non addirittura pericolosa per sé e per gli altri piuttosto che portatrice di una scelta non solo gratificante sul piano gastronomico ma sana e salutare, per sé… e per il mondo. Malgrado ciò molte persone impegnate nella diffusione del veganismo non si pongono neppure approssimativamente il problema di agire sul piano dell’immagine lasciando con ciò campo libero ad ogni sorta di aberrazioni da parte della comunicazione “di sistema”. Ma cosa significa “agire sul piano dell’immagine”? Significa tanto per cominciare darsi una compiuta strategia di comunicazione, e non semplicemente “dare l’esempio” ovvero trasmettere il “messaggio” da individuo a individuo (anche questo naturalmente, ma non più che come esercizio atto a sviluppare un preciso atteggiamento mentale, quello del comunicatore) bensì elaborare un articolato progetto di lavoro pubblicitario (non facciamoci spaventare da questa parola) quanto meno a medio termine che abbia come target la collettività  nel suo insieme.

I livelli sui quali operare e i soggetti da coinvolgere sono molteplici e si intrecciano a vicenda. I mass media innanzi tutto, che rappresentano l’elemento più costantemente critico, dovrebbero essere oggetto di attenzioni specifiche, professionali e costanti; il che vuol dire non limitarsi a periodici e sempre inefficaci comunicati stampa, ma agire da comunicatori in primis nei confronti dei comunicatori stessi, con l’obiettivo di dissolvere un po’ di quella fitta nebbia e di quell’esplicito pregiudizio che aleggiano fra i giornalisti.
Un secondo tipo di interventi, quelli rivolti direttamente alla collettività , potrebbe attuarsi con la produzione e diffusione di pubblicazioni, campagne pubblicitarie tramite manifesti, materiali multimediali ecc. Si dirà  che questi materiali esistono già . Sì, esistono, ma sono spesso poco mirati a infiltrarsi nel modello culturale del “signor Rossi”. E quanto alla veste, sono confezionati e distribuiti secondo modalità  che sanno troppo di spontaneismo quando non di semiclandestinità , e anche questo fa tanto “immagine” (in negativo, s’intende).
Un terzo target è quello degli interventi diretti sul territorio, in occasione di fiere, feste e altri eventi potenzialmente interessanti.
Da progettare anche contatti diretti col mondo della scuola, oggi lasciato totalmente a se stesso e sede a sua volta di penetrante disinformazione.
E sempre, sempre porsi con un messaggio propositivo e non solo di contestazione.

Né va tralasciata la necessità  di inserire queste azioni all’interno di un progetto unitario, ideato e gestito con precisione, coordinamento e professionalità  poiché se si andasse avanti in uno solo di questi settori, i progressi farebbero presto a essere riassorbiti dal prevalere dei messaggi di segno opposto che giungono al “signor Rossi” da tutti gli altri.
E non va dimenticato infine quello che è indispensabile fare al proprio interno per la formazione delle professionalità  necessarie e, prima di ciò, di quella mentalità  da comunicatore che oggi è del tutto assente e senza la quale ogni ragionamento su questo tema (compreso questo articolo) è destinato a cadere inesorabilmente nel vuoto. Ed è proprio di un vuoto, di una tabula rasa assoluta che dobbiamo oggi lamentare la presenza nel mondo vegano in Italia. Perché l’atteggiamento della persona vegana (o pacifista, o femminista, o militante per i diritti umani, ecc.) verso il mondo esterno è all’inizio e alla fine di tutto. Siamo noi a non essere presenti sul territorio, siamo noi a non incontrare la gente, siamo noi a dire corbellerie quelle poche volte che riusciamo ad aver accesso ai mass media.
Ebbene, come per ogni obiettivo nella vita, serve una forte motivazione: bisogna credere in quello che si fa, essere orgogliosi del proprio ruolo ed uniti e, infine, avere molta voglia di raccontarlo agli altri. Anche e soprattutto a quelli che normalmente non ne vogliono sapere. Ma non basta: per evitare insuccessi, gaffe, spreco di energie in direzioni sbagliate, occorre imporsi un metodo, ovvero avere un approccio progettuale al problema, sostenerlo con una razionale organizzazione e infine avere una buona conoscenza preliminare dei meccanismi del mondo esterno, condizione indispensabile per progettare un’efficace interfaccia con esso. Nulla di tutto ciò oggi esiste, e i risultati si vedono.

Filippo Schillaci.

* Dall’articolo Il cacciatore-gestore… e comunicatore, presente sul sito web dell’Associazione Cacciatori Trentini (www.cacciatoritrentini.it)

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/2nkie

2 Commenti

  1. Mio nome ha scritto:

    Personalmente trovare questo tipo di articolo su Veganzetta mi stupisce. Il fatto di condividere parole dette da un cacciatore è sì motivo di riflessione, ma perché viene da chiedersi quanto sia giusto questo tipo di riflessione. Non ritengo possibile mettersi sul piano di comunicazioni di sistema e mass media, è una battaglia che non vale la pena combattere, né ha senso farlo. L’antispecismo è sempre stata una controcultura che non vede giustizia in questo tipo di società e mira a minarla dalle fondamenta. Prenderne parte e accettarne i dogmi significa aver perso in partenza.
    Non metto in discussione che, soprattutto per associazioni oltre che per singoli individui, sia importante, al fine di una maggior diffusione dell’antispecismo, saper comunicare efficacemente; ciò non ha però a che vedere col “rifarsi la facciata”. Il mio timore è che si tenda, come vedo accadere in alcune associazioni, ad allinearsi al pensiero comune e, invece che prenderne le distanze, si confluisca verso di esso.

    31 dicembre, 2017
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    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Come potrai ben vedere dalla data l’articolo di Filippo Schillaci risale a ben 10 anni fa. Nel testo Schillaci evidenzia una serie di errori di comunicazione che il mondo vegano faceva (e fa tutt’ora) nel comunicare la propria identità alla massa. L’autore con questo testo non voleva affatto affermare che sia necessario “rifarsi” una facciata o allinearsi al pensiero mainstream, al contrario suggeriva di procedere in modo efficace, indipendente e intelligente mediante una comunicazione utile a far capire esattamente cosa significhi essere vegan, senza lasciare ai mass media il campo libero per dire ciò che volevano. Dopo 10 anni il disastro dal punto di vista della comunicazione del mondo vegano è sotto gli occhi di tutti. Possiamo quindi ben dire che l’articolo di Schillaci è stato premonitore dello sfacelo odierno. L’esempio della comunicazione dei cacciatori è sintomatico: loro addirittura entrano nelle scuole con il benestare del corpo docente per fare proselitismo e trovare nuove leve, spacciandosi per “amanti” della Natura e protettori della biodiversità: una menzogna assoluta che però sta funzionando. Questo dovrebbe farci pensare – e molto – su come stiamo agendo per divulgare il pensiero vegano (ridotto ormai a pura e semplice moda consumistica) e antispecista.
      Ultima precisazione: non si capisce a quali associazioni che si allineano al “pensiero comune” alludi, in ogni caso ci sono molte associazioni e gruppi che si definiscono antispecisti ma che non lo sono mai stati o hanno smesso di esserlo da tempo: anche questo è un effetto della cattiva comunicazione dei principi antispecisti.

      3 gennaio, 2018
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