Cinque principi


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v1 5principi - Cinque principiIl nuovo paradigma suggerito dall’antispecismo è la costruzione di una nuova società  umana non più verticale come l’attuale, ma orizzontale, dove empatia, giustizia, solidarietà , rispetto, assumono il loro significato più pieno ed inoltre allargato anche a coloro che attualmente non fanno parte della sfera dei “diritti umani”. Pensare ad un futuro dove ogni singolo atto può avere ricadute importanti se non nefaste per altri esseri senzienti o in generale viventi, potrebbe rimanere un puro esercizio di stile, se non si adottassero una serie di criteri pratici e comportamentali utili per allargare la sfera morale anche agli altri Animali.

Vorremmo incentivare l’avvio di un eventuale dibattito proponendo la soluzione elaborata dal filosofo americano Paul Taylor (P. W. Taylor, “Respect for Nature: A Theory of Environmental Ethics”, Princeton University Press, Princeton 1986) negli anni ’80; Taylor (ecocentrista radicale) fornisce una visione che considera un modus operandi fondato sulla species-impartiality (imparzialità  tra specie diverse o imparzialità  interspecifica), perché a suo avviso è necessario applicare nei rapporti tra specie una assoluta imparzialità  di vedute, ma anche “lo stesso valore inerente, perché nessuna è superiore ad un’altra”. Alcuni avrebbero da obiettare che non tutte le specie sono dotate di valore inerente uguale, che alcune di esse evolutivamente più avanzate possono a ragione aspirare a ruoli di primo piano rispetto a molte altre, ad ogni modo riteniamo che la base di partenza del discorso di Taylor non sia il punto di vista biologico, ma una considerazione morale che prefiguri un valore intrinseco dell’essere senziente a prescindere dal suo livello evolutivo. Ecco quindi che di fronte ad un interesse primario (come il diritto alla vita) di un Lombrico, l’interesse del tutto secondario (e crudele) di un Umano a infilzarlo con un amo per usarlo come esca per catturare ed uccidere altri esseri senzienti (ad esempio una Trota) è del tutto prevalente. Ciò a prescindere dal livello evolutivo, dalla coscienza di sé del primo soggetto, rispetto al secondo. I diritti a sussistere, a non soffrire, alla libertà , sono diritti preminenti e fondamentali nei confronti dei quali altri diritti divengono secondari anche se ad esigerli è una specie vivente maggiormente evoluta rispetto ad altre. Tornando a Taylor, egli ha formulato 5 principi base per avviare un confronto su di una giustizia interspecifica. Una sorta di prontuario da consultare per determinare i comportamenti da tenere per meglio gestire i rapporti con altre specie animali. I cinque principi proposti da Taylor, non hanno la capacità  di risolvere ogni problema che eventualmente potrebbe sorgere nei rapporti con altre specie, ma possono essere un ottimo punto di partenza per ulteriori evoluzioni teoriche utili all’individuazione di una soluzione.

Proponiamo di seguito tali principi cercando di analizzarli indipendentemente da considerazioni sulle posizioni di Taylor e sulla loro vicinanza o lontananza dalle nostre, ma puramente considerandoli per ciò che sono, e per l’eventuale l’utilità  che potrebbero avere.

Il primo dei cinque principi di Taylor è il “principio di autodifesa“: esso afferma che è legittimo, per tutti gli Animali (ivi compreso l’Umano) reagire se attaccati per proteggere la propria incolumità  qualora venisse messa a rischio. Tale principio giunge a prevedere anche l’eliminazione fisica dell’avversario. Un caso concreto potrebbe essere quello di un Umano che si trovasse – in una situazione di ipotetica società  liberata antispecista – di fronte all’attacco di un predatore, e non potesse trovare vie di salvezza se non l’autodifesa. Ciò però sarebbe anche applicato agli altri Animali, quindi un Toro avrebbe tutti i diritti a difendersi qualora attaccato da un Umano intenzionato a fargli del male. Tale principio difficilmente si potrebbe immaginare di poterlo applicare oggi, dato che il valore intrinseco conferito alla vita di un Umano è infinitamente maggiore rispetto a quello di un Toro.
Il secondo principio è quello “della proporzionalità ” che prevede la proporzionalità  tra gli interessi in gioco in un rapporto: tra di essi prevalgono gli interessi primari rispetto a quelli secondari, indipendentemente dalla specie di appartenenza. L’esempio fornito del Lombrico e del pescatore è calzante. Tale principio è attuabile anche nella società  umana antropocentrica, ed è ciò che in pratica gli animalisti radicali, gli antispecisti ed i vegani fanno. Di fronte ad interessi primari quali la salvaguardia dell’esistenza per un Vitello, si sceglie di non mangiarlo.
Terzo principio è quello “del minimo danno“: è senza dubbio il principio più controverso elaborato da Taylor, esso afferma che qualora non si possa fare a meno di attuare una scelta, essa debba essere attuata cercando di arrecare il minimo danno alle altre specie animali (e noi diremmo anche viventi).
Tale principio è in pratica ciò che l’ecologismo propone: riduzione dei danni all’ecosistema terrestre, diminuzione dello sfruttamento delle risorse, ecc… Un principio che se attuato al di fuori di logiche antispeciste potrebbe rivelarsi più un problema che una soluzione. La discrezionalità  di tale questione è palese, quindi a seconda dei rapporti di forza tra specie, il più forte (accade quotidianamente) potrebbe sentirsi in diritto di decidere l’intensità  del danno da arrecare e fornirne delle giustificazioni morali (esempio pratico: se non allevassimo gli Animali “da reddito”, essi si estinguerebbero; la nostra scelta di comodo secondo tale assurda visione diviene una sorta di tutela della vita altrui). Se però il terzo principio venisse applicato unitamente al primo ed al secondo, e seguendo un’ottica antispecista, potrebbe divenire un utile strumento di analisi dei problemi di rapporti interspecifici. Un esempio per tutti: essendo vegani ci si dovrebbe nutrire di alimenti vegetali che dovrebbero essere coltivati, le modalità  di coltivazione potrebbero seguire il terzo principio enunciato, quindi osservare pratiche adatte a non danneggiare (o a danneggiare il meno possibile) le altre specie animali come ad esempio gli Insetti che vivono sulle piante.
Quarto principio, o “principio della giustizia distributiva“: tale principio interverrebbe qualora i primi tre non fossero per validi motivi applicabili. Ponendo per assurdo che vi fossero parità  di interessi fondamentali tra la specie umana ed un’altra specie animale, il quarto principio impone che non vi sia un canale preferenziale per i diritti della specie umana, ma che si debba valutare il singolo caso in un’ottica molto più ampia secondo possibili benefici o danni per la globalità  del pianeta. Si dovrebbe quindi secondo un criterio di imparzialità , valutare se le esigenze dell’una o dell’altra specie in gioco coincidano con quelli dell’ecosistema terrestre, e in base a tale considerazione prendere una decisione. Il criterio è quello che la comunità  dei viventi terrestri dovrebbe sempre uscirne avvantaggiata. Un principio di chiara matrice utilitarista, ma che a ben vedere potrebbe in alcuni casi limite tornare utile.
Il baco del ragionamento sta evidentemente nel fatto che essendo parte in causa l’Umano non riuscirebbe mai ad essere del tutto imparziale. Quinto ed ultimo principio è quello “della giustizia restitutiva“: esso afferma che qualora fosse assolutamente inevitabile arrecare un danno ad un’altra specie per soddisfare un’esigenza primaria, tale specie ha diritto ad una sorta di risarcimento. Una specie di pedaggio alla natura offesa, un risarcimento per tutti coloro che hanno sofferto, che sono morti a causa nostra. Un risarcimento (nel caso della società  umana contemporanea) a posteriori ed assolutamente insufficiente, ma ipoteticamente utile nel contingente in una società  umana liberata e orizzontale. L’interesse umano, secondo Taylor, non dovrebbe mai essere posto in primo piano, ma sempre al livello dell’interesse delle altre specie chiamate in causa.
Ciò porrebbe numerosi limiti all’azione umana, limiti segnati da principi di solidarietà  e giustizia del tutto sconosciuti attualmente, di difficile attuazione, ma concettualmente validi. Solo prefigurando un nuovo stile di vita diverso e sostitutivo (non alternativo) all’attuale, si potrebbero considerare tali principi, che però potrebbero già  essere impiegati nella quotidianità  di tutti coloro che hanno intrapreso la via del veganismo e dell’antispecismo, per aiutare una crescita interiore.

Adriano Fragano

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/drjc6

2 Commenti

  1. Eva Melodia ha scritto:

    Forse non la vedo io, ma mi pare manchi un chiaro riferimento ad una manifestazione specista per eccellenza e cioè la sovrapopolazione.
    Continuare a crescere di numero riconoscendo ovviamente pari diritti alla vita a tutti, non può che comportare sempre più specismo.
    Gli uomini come tutti gli animali, anche in una economia di sussistenza, hanno bisogno di spazio… Più siamo più togliamo spazio ed entriamo in competizione con gli altri animali che infatti stanno scomparendo.
    Ritenere che le nostre nascite siano quasi obbligate (grazie ad una agri-cultura specista e religiosamente devota ai dogmi patriarcali), è evidentemente assurdo.
    Eppure, tra tutte le tematiche che si stanno affrontando quella della sovrapopolazione è ancora un tabù purtroppo, perchè nessuno ne parla, cercando soluzioni che permettano di continuare così magari riducendo i consumi, e criticando chiunque ne parli con atteggiamenti ridicoli.
    Per quanto mi riguarda questo è il primo vero effetto della forma mentis specista. Ma se lo dico al Papa, mi sa che si offende.

    25 agosto, 2007
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  2. Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

    Ciao Eva,

    L’articolo tratta di una serie di principi elaborati per tentare di stabilire un possibile rapporto Uomo-Animale che non preveda la preponderanza del primo sul secondo come è sempre avvenuto e come continua ad avvenire, un piccolo suggerimento, un aiuto per la costruzione di un concetto antispecista di relazione con in non umani. Il problema della sovrappopolazione umana è sotto gli occhi di tutti, lungi da me dall’evitarlo, non era contemplato nell’articolo: tutto qui.
    Sono chiaramente d’accordo conte quando dici che non possiamo continuare a crescere, anzi io direi che dovremmo diminuire sensibilmente la pressione demografica umana sulla Terra. In biologia esiste la capacità  portante, ossia un concetto che spiega come le popolazioni animali si auto limitino nella loro espansione in relazione alla disponibilità  di spazio e cibo, tale capacità  l’Uomo l’ha in tutta evidenza perduta occupando spazi e divorando risorse indispensabili per le altre specie viventi.
    Questo comunque è un argomento interessante che potrebbe essere trattato con maggior considerazione in un apposito articolo.

    Adriano

    29 agosto, 2007
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