Caccia e trappole linguistiche


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caccia cinghiale - Caccia e trappole linguistiche

Grazia Di Michele scrive un articolo interessante e ricco di spunti di riflessione su Huffingtonpost.it. L’articolo – a parte qualche ingenuità come il credere che il capo della Chiesa Cattolica, una delle istituzioni più antropocentriche nella nostra società, possa interessarsi in nome di San Francesco dei diritti fondamentali degli Animali, e l’utilizzo in un articolo che parla di trappole linguistiche del concetto di “arte venatoria” – affronta i vergognosi stravolgimenti concettuali, simbolici e linguistici operati dal mondo  venatorio, per occultare spudoratamente (e con successo) la tragica realtà dei massacri di Animali non umani causati della caccia. 

Fonte Huffingtonpost.it

Le trappole linguistiche dell’arte venatoria

Mi perdonerete se questa volta non parlo di musica, ma di un’altra ‘arte’, quella venatoria. La stagione della caccia, infatti, si è aperta anche quest’anno, con tutte le sue stonature. È stonato l’abbigliamento dei cacciatori, quell’assetto para-militaresco e quell’esibizione di armi e cartucce innaturale per una cultura che vorrebbe adoperarsi per rimuovere i simboli dell’aggressività, e per una pedagogia che è riuscita faticosamente a soppiantare – nei negozi per bambini – le armi giocattolo con attrezzi per le costruzioni, per l’agricoltura e per altre attività pacifiche. È stonato anche il bilancio degli incidenti, degli errori e delle tragiche distrazioni che caratterizzano questa ‘attività sportiva’, l’unica che comporta uccisioni e ferimenti tra i suoi praticanti e anche tra la persone incolpevoli (già a Cortona si è registrato il primo incidente, che è costato la vita proprio a un cacciatore). Ma ancora più distonico e stridente è il sistema di comunicazione che accompagna la caccia, un sistema che nella maggior parte dei casi, invece di chiarire e informare, sembra fatto apposta per confondere e per nascondere.

Le molte associazioni venatorie si presentano come amiche della natura e della fauna, e spesso già dalla loro dicitura tendono a dissimulare il senso vero di quello stare insieme. Sigle di organizzazioni di cacciatori come l’Associazione dei migratoristi italiani per la conservazione dell’ambiente, l’Associazione per la difesa e la promozione della cultura rurale, la Società amatori cani da caccia, l’Associazione italiana per la falconeria, l’Associazione italiana per la wilderness, e persino l’Ekoclub International strizzano l’occhio all’ambiente, promettono curiose alleanze con il mondo animale, funzionano insomma come splendidi “nascondigli” per i cacciatori.

Chiamati allo scoperto, chiamati a spiegare la ragione profonda del loro agire, i cacciatori difficilmente potranno confermare quegli enunciati un po’ ambigui o che vanno a caccia per amore della natura e per amore degli animali. Sgombrando il campo da quegli equivoci e levando di mezzo quelle formulazioni un po’ mistificatorie, le organizzazioni per la caccia dovrebbero forse chiamarsi ‘Associazione per il dominio dell’uomo sull’animale’, o ‘per i divertimenti venatori’, o ‘per la conservazione delle attività primitive’, o ‘per la libertà di sparo’. Non è il gusto del paradosso che mi fa immaginare sigle del genere, ma la presa d’atto delle argomentazioni effettive che i fautori della caccia portano nei dibattiti pubblici, delle motivazioni con le quali cercano ancora oggi la propria legittimazione. Se battaglia deve esserci – e sarebbe bene ci fosse anche nelle sedi legislative, e sotto l’egida di un Papa che si ispira a San Francesco – cominci allora dagli elementi di base: il linguaggio e il sistema simbolico. Bene sarebbe – a scanso di equivoci – che le foto di orsi, cinghiali, daini e selvaggina vivi e liberi figurassero solo nei siti delle organizzazioni animaliste, e che nei siti favorevoli alla caccia risultassero invece le immagini degli animali uccisi (quelli che vengono definiti in modo edulcorato oggetto di “prelievo venatorio”).

Neppure i cacciatori possono confutare che ogni animale difende, per un potente e disperato istinto, la propria libertà e la propria vita, e che mostrarne la foto accanto alla pubblicità di una carabina non richiama tanto la contemplazione della natura quanto piuttosto il senso di un macabro catalogo, di una natura offerta ‘a la carte’. Per la stessa ragione sarebbe auspicabile – sempre a scanso di equivoci – che fuori dai ristoranti rinomati per la carne non comparissero le sagome di bovini dall’aspetto felice e ben disposto, o che fuori dalle norcinerie non venissero affissi cartelloni con disegni di maialini complici e sorridenti, testimoni di un ‘patto’ che fa felici tutti, l’allevatore, il macellaio, il consumatore, e il maialino stesso. I cacciatori dicono che la caccia è una pratica che nasce con l’uomo; ma anche la comunicazione e la parola sono qualcosa che nasce con l’uomo. La civiltà è forse capire che questa pratica non serve più, e che la comunicazione va usata per svelare e non per nascondere l’essenza vera delle cose.

Grazia Di Michele

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/wLgWo

5 Commenti

  1. Good Bear ha scritto:

    Basterebbe scrivere della realtà così com’è (pane al pane…vino al vino!) e sarebbe già un grande passo avanti. La verità delle cose e dei fatti reali è innegabile. Il limite è culturale, è nel cervelloo di chi scrive. Purtroppo l’onestà di chi scrive non è di questi tempi ormai piegati alla cultura, se così si può chiamare, del dominio sui più deboli soprattutto dal punto di vista economico e di specie. La caccia è abominevole e anacronistica, e chi la pratica non ha un gran background culturale. Auspico la messa al bando delle armi, della pratica venatoria e, finalmente, che l’empatia, la tolleranza ed il rispetto per gli altri comincino a sostituire il pensiero unico e diffuso di prevaricazione che permea il sistema in cui viviamo.

    25 ottobre, 2014
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  2. Paola Re ha scritto:

    Non è solo un bene diffondere questi penseri, ma è un bene evidenziare che personaggi appartenenti a un mondo che pare estraneo all’antispecismo (quello della musica) esprimano posizioni così chiare nei confronti di certi orrori. Poiché Grazia Di Michele è una cantautrice, sa bene che cosa sia il linguaggio e ne fa un’analisi perfetta. Quello del linguaggio, sia esso visivo o verbale, è un problema enorme che spesso viene sottovalutato. Il linguaggio è parte integrante della cultura e non è mai casuale: veicola informazioni, idee, modi di pensare. Linguaggio e pensiero si influenzano reciprocamente perché da una parte il linguaggio è uno dei mezzi per esprimere il pensiero e dall’altra lo ridetermina: rivedere il linguaggio aiuta a generare il cambiamento. E’ una strada lunga e tribolata. Se si iniziasse coi bambini, si avrebbero buoni risultati nel giro di qualche decennio. Con gli adulti i risultati sono poco incoraggianti. Il problema è che sono gli adulti che insegnano ai bambini, quindi è difficile uscire da questo circolo vizioso. Inoltre, i poteri forti non hanno alcuna intenzione di uscirne perché il linguaggio è un’arma nelle loro mani. E la usano benissimo. Basta guardare la pubblicità e ne abbiamo da dire e ridire a oltranza.

    25 ottobre, 2014
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    • Roberto Contestabile ha scritto:

      Concordo perfettamente con te, cara Paola! Solo con un istruzione infantile totalmente antispecista fatta da antispecisti autentici si può ottenere una vera società etica, e per etica mi riferisco a tutto ciò che ci circonda. Il nostro vivere quotidiano è oggi troppo spesso contornato da messaggi e simboli sbagliati che purtroppo vengono erroneamente appresi dai più piccoli. Come giustamente affermi tu un macabro esempio ci viene offerto proprio dal marketing. Gli strateghi lo sanno molto bene, difatti più del 50% degli spot sono direttamente inviati ai bambini, anche quando i consumatori finali non sono loro ma il proprio genitore. Cercano di spingere emotivamente il figlio…per attuare indirettamente una forza di convincimento nel proprio padre, madre o parente che sia. Lo si nota nelle pubblicità di auto, cibo, assicurazioni, elettrodomestici…ecc. Ormai è tutta un ipnosi consumista.

      25 ottobre, 2014
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  3. Paola Re ha scritto:

    Gli spot pubblicitari sono uno dei peggiori disastri pedagogici presenti sulla piazza. E’ vero ciò che scrive Roberto: i bambini vengono usati anche per pubblicizzare prodotti per adulti: sono una vera propria esca. E chi è antispecista sa bene che un’esca è l’anticamera della morte. I bambini muoiono giorno dopo giorno narcotizzati da una pubblicità che fa uso di un linguaggio osceno insopportabile. Eppure nessun garante per i minori si è mai posto il problema di analizzare uno spot che pubblicizza cibo animale. Poiché sono d’accordo con ciò che scrive Grazia Di Michele, penso che in uno spot di cibo animale, bisogerebbe mostrare le immagini di un macello.

    26 ottobre, 2014
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  4. Yael ha scritto:

    L’argomento più patetico usato dai cacciatori è quello dell’’istinto innato della caccia’. Ma quale istinto innato?! L’istinto della caccia è quello di chi, quando sente l’odore della preda – viva – prova l’irresistibile voglia di affondarvi le zanne e leccarne il sangue; è quello di chi, quando vede una carcassa sventrata con le interiora che fuoriescono prova un irresistibile voglia di tuffarvi il naso, di succhiarne gli organi, di spaccarne le ossa; è quello di chi, già da cucciolo, ama talmente l’odore della carne cruda anche già un po’ andata, da rotolarvici dentro. Devo ancora incontrare il cucciolo d’uomo che quando vede un Pulcino prova l’istinto di azzannarlo, che quando vede il corpo sventrato di un Agnello corre a leccarne le budella, devo anche ancora vedere il cacciatore che quando sente l’odore del sangue della sua vittima dice: ”Mmm…che odorino!… Mi fa proprio venire l’acquolina in bocca!!” Forse sarà per questo che la pubblicità della carne non fa vedere carcasse squartate?… Forse perché, nonostante il nostro spiccatissimo istinto predatore non le troveremmo poi tanto appetitose?..

    26 ottobre, 2014
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