Attivismo, veganismo e la realtà della tristezza


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Partire da sé è una pratica politica utile per riflettere sulle proprie azioni, ma soprattutto per ri-conoscere e nominare pratiche di attivismo quotidiano, che hanno pari dignità dell’attivismo “pubblico” (strix)

Da quando sono diventata vegana mi sono successe molte cose positive. Sono fisicamente in salute e finalmente vivo una vita in linea coi miei valori. Non vorrei MAI tornare ad una vita che preferisce l’ignoranza rispetto alla conoscenza, in modo particolare perché è a scapito della vita di un altro essere.

Ora che sono vegana non mi basterà più la condizione di comodo dello status quo rispetto alla difficile realtà della verità. Infatti, ora che sono vegana comprendo il bisogno di vivere non solo una vita di compassione e uguaglianza, ma di agire per il sostegno di altre vite con l’impegno dell’attivismo.

Nonostante sia certa del percorso scelto, ci sono degli effetti rilevanti e talvolta dolorosi. Per me, veganismo e attivismo si collegano alla prostrazione. Quando ho realizzato che ciò che accade agli Animali non umani è colpa degli Animali umani e quando ho accettato la responsabilità di intervenire per scongiurare l’ingiustizia che miete miliardi di morti ogni anno, ebbene ho capito per la prima volta dalla mia posizione privilegiata come ci si può sentire impotenti, inefficaci e tacitati.

Non so se sono l’unica, ma sto parlando di questo perché credo di non esserlo e sono convinta che il silenzio non paga. Come vegani e attivisti per i diritti Animali noi viviamo in un mondo che ci interroga spesso sui nostri stili di vita, sulle nostre motivazioni, sul nostro benessere fisico e sulla nostra salute mentale. Per tale ragione molti di noi temono di parlare degli aspetti negativi del nostro veganismo. Tuttavia voglio lavare i nostri panni sporchi. Primo perché non parlando di queste cose non le si elimina, e secondo perché non ne siamo responsabili. Non siamo malati e squilibrati se reagiamo con tristezza al fatto che molta gente uccide per salvare la propria condizione. Non siamo patologici, lo è il resto del mondo, ed è giusto provare dolore difronte a questa realtà.

Sappiamo che la decisione di non prendere parte ad abusi e omicidi è l’unica decisione logica da prendere. Ma sappiamo altresì che la maggior parte della gente insiste nella propria cecità e nella negazione delle ingiustizie perpetrate, per paura dei cambiamenti che dovrebbero affrontare. Inoltre, siamo pochi e dispersi tali da essere isolati. Familiari, colleghi e compagni non ci considerano come individui, ma i rappresentanti del veganismo e dell’attivismo. Ciò può portare all’idea che dobbiamo dimostrarci perfetti per promuovere al meglio il messaggio vegano. Penso che per tale ragione, trascuriamo di discutere delle difficoltà che incontriamo quali conseguenze delle nostre scelte necessarie e compassionevoli. Sembra che aderiamo ad un veganismo di tipo Stepford (modaiolo e salutista) per non scoraggiare altre persone che intendono aderire a uno stile di vita vegan.

Nello sforzo di dimostrare al mondo che le nostre scelte sono giuste, rifiutiamo di accettare o anche di ammettere gli aspetti negativi che ne derivano. Ma sapere che ci sono miliardi di Animali non umani abusati e ammazzati quotidianamente è un riconoscimento doloroso. È logico provare dolore con questa consapevolezza. Prima che diventassi vegana non mi preoccupavo molto dello stile di consumo. Ora ho quella che chiamo la “sindrome di Schindler”. Ogni centesimo che spendo diventa per me una vita, un Animale da salvare che avrei potuto aiutare, con un’offerta a Sea Sheperd avrei potuto aiutare le loro iniziative, o avrei potuto aiutare a diffondere le indagini sotto copertura. Prima di diventare un’attivista potevo dormire sonni tranquilli. Ora vado a dormire esausta, con varie sofferenze per ogni momento che avrebbe potuto essere migliore, preoccupata che il tempo che impiego per l’attivismo incida sul mio lavoro, preoccupata che il mio lavoro condizioni la mia dedizione all’attivismo, preoccupata che amici e familiari non riescano a capire perché talora scelgo l’attivismo invece che stare con loro, frustrata perché nonostante la dura lotta il movimento sembra guadagnare massa critica casuale ma non altri attivisti. Tutto questo sfocia in rabbia o tristezza o frustrazione, emozioni che raramente ho provato prima.

Credo che con il tempo imparerò a gestire e governare questi sentimenti. Spero che un giorno potrò comprendere il dolore che provo per poter intervenire al meglio per il cambiamento. Al contempo ho deciso di non nascondere questa esperienza. È un problema nella nostra società che probabilmente non sono la sola ad affrontare. Abbiamo bisogno di sapere che intraprendendo il percorso della compassione possiamo incontrare l’amarezza. Gli attivisti comprendono che non siamo dei super-umani, possiamo aiutarci a vicenda, per affrontare e realizzare che possiamo diventare super-tutori, super-promotori, super-sostenitori, super-portavoce e super-attivisti per gli Animali.

Sono sconfortata. In alcuni giorni il mio cuore è pesante e non ho energie da spendere. Ma non sono demoralizzata perché sono vegana e nemmeno perché sono un’attivista. Sono scoraggiata perché la maggior parte della gente sceglie di sfruttare gli Animali per alimentarsi, per moda, per divertirsi – e non sono per niente buone ragioni. Questo è il mio fardello, non il mio problema. Il problema sono loro, non io.

by Vegina http://vegina.net/2011/06/15/veganism_activism_depression/

Traduzione a cura di strix

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/lLyq7

2 Commenti

  1. Patrizia Lazzarin ha scritto:

    Sono una donna di 56 anni ed ho iniziato un cammino vegan solo da due anni……eppure dentro di me c’era fin da bambina questo seme ma, per motivi troppo lunghi da elencare esso non è mai sbocciato.
    Una parte del mondo sta lentamente cambiando, non ti abbattere, speri in risultati troppo veloci.
    Mantieniti invece salda sulle tue posizioni ma sii anche comprensiva con chi è ancora in cammino o con chi ancora non vede. Abbi fede!

    25 marzo, 2012
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  2. andrea ha scritto:

    Io non sono vegano, ma ho smesso di mangiare carne e bere latte per dire basta allo sfruttamento animale. Insegnamo il rispetto per gli animali, soprattutto nelle scuole dove i nostri bambini studiano su libri in cui la mucca viene associata ad una bistecca e alla bottiglia del latte; dove al maiale vengono associati salami e prosciutti, ecc.
    In tutto il mondo gli animali che danno reddito sono sfruttati e massacrati per soddisfare palti esigenti, o per arredare salotti importanti o perhè si dice possano curare malattie.
    Quanta ignoranza! E siamo nel 2016. Il medioevo dei tempi moderni!
    Un saluto!

    23 aprile, 2016
    Rispondi

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