Apolitica


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Da Veganzetta n° 6/ 2012

cardellino - Apolitica
illustrazione di Emy Guerra

Alcune parole hanno un significato più complesso di quello che può sembrare a prima vista. Secondo Roland Barthes, ad esempio, si devono considerare due livelli per creare il significato: quello denotativo che è il livello di base, descrittivo e costituisce il significato reale di un termine, e quello connotativo, costituito dai significati associati, che collega il termine a campi diversi della nostra cultura, rimanda cioè ad atteggiamenti o informazioni particolari. In pratica, nel linguaggio comune a ogni parola può essere attribuito sia un significato denotativo, sia uno o più significati connotativi.

Un artificio retorico usato nel mondo animalista per dimostrare il condizionamento profondamente antropocentrico imposto dalla nostra cultura consiste nel dire a un nostro interlocutore “tu sei un Animale”. La sua reazione (spesso si sente offeso) consente di dimostrargli come il significato spregiativo assunto dal termine Animale (livello connotativo) non sia altro che il frutto di un modo di pensarci del tutto innaturale, costruito (e pertanto culturale), che induce a considerarci in modo completamente separato rispetto alle altre individualità che appartengono al regno animale, cui in realtà apparteniamo. L’aspetto descrittivo, ossia il livello denotativo di quella frase, neutro di per sé, non passa semplicemente in secondo piano, ma viene celato dalla nostra cultura, e può essere recuperato solo grazie allo sforzo di un ragionamento ulteriore.  

Sforzo che molti attivisti non compiono quando si parla della questione animale come di una questione politica.

Se si legge un qualsiasi dizionario, la definizione del termine politica che se ne ricava è circa la seguente: la politica è l’arte o la scienza del governo e dell’amministrazione dello Stato, oppure, sotto un altro punto di vista, l’insieme delle decisioni e dei provvedimenti con cui chi governa amministra lo Stato nei vari settori e secondo diverse prospettive ideologiche. In altre parole è l’azione collettiva che persegue il bene comune.

Riteniamo che solo passando dal livello denotativo appena visto a quello connotativo (politica intesa come partitocrazia, spartizione del potere, corruzione, interesse personale ecc.) si possa affermare, come si sente spesso, che la questione animale non è una questione politica. Che sia solo l’afflato sentimentale con cui vediamo gli Animali e la loro condizione che ci porta a invocare che la politica non si interessi di loro (come se non lo avesse già fatto abbastanza e con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti).

Ma se solo compiamo quello sforzo di cui sopra, appare chiaramente come, al contrario, la questione animale sia prettamente politica e come l’Animale debba essere considerato un soggetto politico.

Cosa significa infatti dire che la questione animale è apolitica?

Le risposte principali che ci sono state date, sfumature a parte, si possono declinare nei seguenti due modi:

a)      che la politica non deve occuparsi degli Animali;

b)      che la questione animale deve essere trasversale ai diversi schieramenti politici.

Chi appoggia a) ritiene che la convivenza Umani/Animali e i rapporti che ne conseguono debbano basarsi esclusivamente su regole morali di rispetto e di riconoscimento dei loro diritti fondamentali: a non essere uccisi, torturati o imprigionati senza una giusta causa. Ora questi sono anche i principi fondamentali più unanimemente riconosciuti nei rapporti tra Umani; eppure tutti hanno trovato una codificazione in norme di diritto positivo. Tuttavia si vorrebbe che ciò che è stato ritenuto insufficiente (la morale) a guidare i rapporti tra Umani, lo sia nei confronti degli Animali. In base a cosa si ritiene che, solo nel campo della convivenza con gli Animali, sia sufficiente una presa di coscienza individuale che ne riconosca i diritti fondamentali per garantire loro la cessazione di ogni sfruttamento?

Che lo si voglia o meno, qualsiasi sia l’obiettivo (protezionista, abolizionista o liberazionista) che un attivista animalista si propone, la sua attuazione dovrà sempre passare attraverso la ratifica di un provvedimento legislativo. Che questo avvenga in maniera diretta tramite la presentazione di una proposta di legge popolare o in via indiretta attraverso il parlamento che si fa interprete e accoglie le istanze animaliste, poco importa: ogni richiesta, ogni attività esercitata per arrivare a tale risultato è una richiesta, un’attività politica (1).

Più complesso risulta rispondere a b) in quanto, in questo caso, non si tratta più semplicemente di disvelare il livello denotativo del termine politica (che è già insito nel fatto che il termine apolitica viene declinato nel senso di una trasversalità della questione che investe tutti i soggetti che fanno politica) ma di entrare nel merito della questione.

Affinché il concetto di trasversalità abbia un senso, esso deve essere inteso non solo come il fatto che ciascun soggetto politico debba prendere in considerazione la questione animale, (2) ma che le soluzioni adottate siano le stesse, pressoché identiche da parte di tutti.

Nel campo dei rapporti umani il riconoscimento dei diritti fondamentali ha portato tuttavia a delle scelte applicative diverse. Prendiamo per esempio il diritto alla vita; c’è chi è favorevole alla pena di morte e chi no, chi è favorevole all’aborto e chi no, e così via. Per quanto importante, il riconoscimento morale di un diritto a un soggetto non è di per sé sufficiente: è la sua declinazione pratica che conta.

Ciò premesso, la domanda da porsi diventa la seguente: qual è l’obiettivo che come attivisti perseguiamo?

Non avere ben chiara la meta (o non averla per niente) rende difficile il cammino, è fonte di confusione, come testimonia il fatto che la trasversalità è invocata soprattutto da coloro che affermano che ogni attività, da chiunque provenga, che si traduca in un qualche miglioramento delle condizioni di vita degli Animali va bene, deve essere appoggiata.

A questo proposito, da qualche tempo si può trovare nel web l’immagine di tre liberatori ripresi di spalle con in braccio un Coniglio ciascuno. Sullo sfondo campeggia la scritta ALF.
Tralasciando gli insulti, si legge: “… e se queste creature le avessero salvate dei fascisti? Le riportereste indietro?”.

Il gioco è sottile, l’impatto emotivo ben congegnato ma, a tacer d’altro (3), in realtà dimostra solo una cosa: l’assenza di una visione allargata, a lungo termine, la mancanza di un obiettivo che non sia quello di affrontare la situazione emergenziale (4) (per usare un eufemismo) in cui gli Animali si trovano. Bisogna uscire da questo ricatto morale. Il punto non è scegliere (dilemma che comunque tormenta chiunque sia veramente interessato alla questione animale) se impegnarsi a lenire gli effetti della tragica situazione in cui versano gli Animali oggi, oppure adoperarsi per cercare una soluzione “definitiva”. Questo è un falso problema. Quello reale è che senza trovare una vera cura si finirà solo per mitigare i sintomi di questa malattia che continuerà, nel frattempo, a mietere ogni anno i suoi miliardi di vittime.

Cercare la cura significa pensare come possa essere strutturata una società in cui gli Animali non siano più sfruttati e uccisi. Il modello occidentale attuale è in grado di accogliere la liberazione animale? E lo sono i modelli ideali di società che ciascun soggetto politico propone?

Aristotele ha definito l’Umano come un animale politico. Il confine dell’Umano e il confine della polis coincidono: così come oltre all’Umano non esiste altro soggetto degno di considerazione morale, chi non appartiene alla polis non ha cittadinanza politica, è schiavo o materia prima. La questione animale impone di rivedere i confini dell’Umano e della polis, confini che devono essere ripensati partendo dal riconoscimento che al di fuori di essi vi è un soggetto e non oggetto.

Fino ad oggi si è considerato politico solo ciò che riguarda questioni umane: il pensiero antispecista, rompendo una tradizione secolare che concepisce l’Umano come negazione del non umano, comporta la necessità di ripensare anche questa visione della politica.

Riconoscere nell’Animale un soggetto è il primo passo che ci permette di uscire da quella visione puramente strumentale/funzionale con cui finora l’abbiamo concepito. Se lo si riconosce come un interlocutore, si può quindi recuperare un rapporto con colui che è stato considerato l’Altro per eccellenza e rompere così quel meccanismo di esclusione gerarchizzante che ha finora caratterizzato il nostro modo di agire e di pensare.

Riconoscere la dignità politica della questione animale significa anche prendere atto della specificità del problema del loro sfruttamento, del fatto che pur potendosi collocare a fianco di altre istanze emancipazioniste, ha delle peculiarità proprie e una portata innovativa dirompente.

Parlare di trasversalità della questione animale ha senso solo se si considera quest’ultima in un’ottica protezionista. Per il resto, l’unica cosa che accomuna gli attuali soggetti politici è l’incapacità di comprendere con i loro schemi culturali5 il pensiero antispecista e, di conseguenza, darne attuazione.

Luca Carli

Note:

1) Questo modo di argomentare ovviamente non riguarda la parte antisistemica caratteristica dell’antispecismo, che non riconoscendo lo Stato come interlocutore si muove al di fuori dell’arco costituzionale mediante un proprio percorso politico.
2) Se ci si limita a intendere la trasversalità in questo modo non si aggiunge niente di nuovo: ogni questione politica è di per sé trasversale nel senso che ogni soggetto politico deve prenderla in considerazione. Ciò che in realtà differenzia i singoli soggetti sono le diverse soluzioni che si danno ai singoli problemi.
3) Anche il più bieco degli individui può compiere una “buona azione”, il che non lo esime da critiche per quanto riguarda tutto il resto.
4) Le situazioni d’emergenza nella realtà sono come i casi da scialuppa di salvataggio in filosofia: la giustizia di una condotta o di una pratica non può essere garantita dalla generalizzazione di un giudizio che si esprime in un caso eccezionale.
5) Si parla di schemi culturali e non di principi di valori, perché non è scopo dell’articolo esaminare tale questione.

 

 

 

 

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