Antispecismo e veganismo: rifondare il nostro rapporto con gli Animali a partire da una reciprocità di sguardi


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"You can't eat anything with a face" foto di Margherita Ciliberti
“You can’t eat anything with a face” foto di Margherita Ciliberti

Si pubblica una lettera di Rita Ciatti collaboratrice di Veganzetta.

Antispecismo e veganismo: rifondare il nostro rapporto con gli Animali a partire da una reciprocità di sguardi

Di recente ho scritto questa brevissima considerazione su Facebook:

Leggo stati di vegani che affermano tranquillamente di voler o poter mangiare uova, se non fecondate, di galline allevate libere, trattate bene ecc.. 
Questo succede perché evidentemente si fa fatica a comprendere cosa sia l’antispecismo.
Chi ha compreso l’antispecismo e lo ha fatto suo nel profondo semplicemente smette di pensare agli animali in quanto “produttori” di qualcosa, a prescindere dalle condizioni in cui siano allevati
”. 

Sono seguiti diversi commenti che, per quanto significativi e per quanto abbiano dato origine a un’interessante discussione, non mi sembra, tranne alcuni, che abbiano colto il punto di quanto volessi comunicare nella mia nota.

Probabilmente ho sbagliato io a tirare in ballo il termine “vegani”, in quanto tutto poi è stato ricondotto al solito discorso della coerenza e purezza vegani, come se antispecismo e veganismo fossero sovrapponibili o l’uno dovesse essere assimilato nell’altro e viceversa.

Non è così: non sempre antispecismo e veganismo coincidono e non soltanto perché esiste anche un veganismo inteso solamente come “dieta” e quindi riconducibile a un mero discorso di salute e benessere fisici (restando quindi una scelta che mira a un interesse egoistico), ma soprattutto perché l’antispecismo è un concetto, nelle sue tante teorizzazioni e sfaccettature, molto più complesso e, per quanto implichi il diventare vegani proprio come conseguenza logica, trascende il veganismo stesso e forse persino la lotta contro lo sfruttamento degli animali per arrivare a rivoluzionare completamente il rapporto che noi abbiamo o crediamo sia giusto avere con gli altri individui senzienti. In questa accezione la fine del loro sfruttamento, così come il diventare vegani, saranno semplicemente uno degli effetti di questo intendere una nuova possibile relazione, fatta di sguardi reciproci e di rapporti basati su un rispetto veramente paritario e non più soltanto compassionevole.

Che si debba smettere di sfruttare e uccidere gli altri animali è cosa giusta, ma non perché mossi da pietà e per gentile concessione (il motivo per cui non mi piace parlare di “diritti animali”, in quanto sono qualcosa che così come si concede, si toglie anche; preferisco invece di gran lunga “liberazione animale”), il che implicherebbe comunque uno sguardo ancora gerarchico e nel profondo discriminante, come se in fondo in fondo continuassimo a pensare che essi siano carenti di qualcosa, inferiori, in sintesi “disgraziati” e con “la sola colpa di essere nati diversi” (diversi da chi? Per stabilire una diversità, debbo prima presupporre una “normalità”, una “standardizzazione” che ancora una volta riflette la matrice antropocentrica assunta come parametro fondante di tutte le altre, appunto, diversità, che invece altro non sono che peculiarità); bensì perché li si riconosce come individui tali e pari a noi, facendo quindi subentrare un discorso di rispetto veramente paritario.

Per tornare al post che ha creato qualche fraintendimento, il motivo per cui non reputo giusto mangiare uova di galline – seppure adottate non certo per ragioni utilitaristiche, ma anzi, magari, come mi faceva notare qualcuno, riscattate e salvate da allevamenti – non c’entra nulla con un discorso di “igienismo vegano” o “purezza e coerenza vegane”, e nemmeno considera valido come conditio sine qua non il solo argomento della sofferenza, dolore, benessere fisico e psicologico (se non c’è sfruttamento, non è sbagliato mangiarle, obietta qualcuno), ma verteva sulla maniera inedita con cui dovremmo cominciare finalmente a intendere il nostro rapporto con gli altri animali. Perché nel momento in cui si capirà finalmente che gli animali sono individui unici tali e pari a noi, ogni altra considerazione o verrà a cadere o verrà da sé come conseguenza logica. Per arrivare ad assumere questo nuovo sguardo ne abbiamo di strada da fare e troppi sono i condizionamenti di cui a poco a poco dovremo liberarci. Non è nemmeno soltanto più una questione di semplice rispetto, ma anche proprio di riuscire a vedere veramente la singolarità di ogni individuo animale che vive (e produce uova, latte, miele) a prescindere da noi e non per noi. Tutto ciò implica uno sguardo davvero capace di cogliere la peculiarità del singolo individuo animale.

Anche noi che ci consideriamo antispecisti e animalisti continuiamo purtroppo, anche se mossi dalle migliori intenzioni, a preservare un atteggiamento di leggera dominanza. Sintomatico è il fatto che ci sentiamo in diritto di andare ad accarezzare la testolina di ogni cane o gatto che li vediamo, cane o gatto che qui userò come esempi paradigmatici della nostra maniera di considerare gli animali in genere, fatte salve le differenze di comportamenti adottati nei confronti di ogni specie. Ci sembra normale, un cane si accarezza. Un gatto si chiama facendogli “pssss, psss, micio micio”.

In realtà se veramente fossimo arrivati a comprendere quanto il rispetto dell’altro contempli l’astenerci da qualsiasi forzatura relazionale, non ci permetteremmo più di infastidire ogni animale solo per manifestare “quanto ci piacciano gli animali e quanto siamo buoni e generosi con loro”.

Forse andiamo a battere la mano sulla spalla a ogni persona che incontriamo? Forse accarezziamo la testolina di ogni bambino che vediamo? Forse infastidiamo, pretendendo che si diriga verso di noi per il nostro sollazzo e compiacimento, ogni ragazza o ragazzo che vediamo?

No. In realtà ci intratteniamo ed edifichiamo relazioni solo quando sussiste una reciprocità di intenti.

Questo significa che prima di allungare la mano sulla testa di un cane dovremmo prima assicurarci che anche egli stia manifestando lo stesso desiderio di fare la nostra conoscenza. Se si avvicina con fare giocoso, se ci annusa, se manifesta segni di voler socializzare. Prima di andare a disturbare un gatto che sonnecchia su un muretto, dovremmo fermarci un attimo e chiederci se magari non rischieremmo di spaventarlo o disturbarlo e solo per trarne un diletto personale (ovviamente escludo da questo discorso tutti i casi in cui un animale ha oggettivamente bisogno d’aiuto, ci sta cercando o chiedendo qualche cosa: qui mi pare ovvio che si ha il dovere di intervenire, insomma, così come faremmo con gli altri appartenenti alla nostra stessa specie). Reciprocità di sguardi: è questa la parola chiave. Io ti guardo e cerco il tuo sguardo, al di fuori di ogni atteggiamento voyeuristico. Altrimenti è ancora dominio, seppure velato, seppure al limite del simbolico. Quindi le uova che la gallina depone non sono “cosa” mia, non mi interessano. Se non è lei a porgermele, non ho alcun diritto di prenderle.

E ancora, a proposito del gioco, vale finché le regole sono stabilite da entrambi e sono regole uniche, ossia che valgono per me e per quello specifico animale con cui sto interagendo e magari rimettibili in discussione ogni volta, essendo ogni relazione peculiare poiché costituita da soggetti unici e non interscambiabili.

Quindi, preso atto di cosa veramente implichi nel profondo arrivare a considerare gli altri animali come individui a noi paritari, il problema del mangiare o meno le uova della gallina in giardino nemmeno dovrebbe porsi più. Perché semplicemente si smette, in quest’ottica antispecista, di considerarle in quanto “produttori” di qualcosa, così come non mi verrebbe mai in mente di prendere il latte avanzato di una donna che sta allattando (se non per nutrire altri neonati che potrebbero averne necessità; ma “necessità” non è “utilità” e nemmeno “capriccio” o “condizionamento culturale”, tantomeno “gusto”) perché semplicemente non lo si considero un “prodotto”.

Vorrei far capire che in questo discorso non c’entra nemmeno il disgusto o le abitudini alimentari, quanto proprio i condizionamenti culturali che da sempre hanno inficiato l’idea che abbiamo degli altri animali orientandola verso un atteggiamento soverchiamente utilitaristico, seppure in assenza di maltrattamento o di quel che si intende convenzionalmente per sfruttamento.

Ecco perché dico che l’antispecismo trascende il veganismo e persino la lotta contro lo sfruttamento degli animali.

Si potrebbe, paradossalmente, sostenere la liberazione degli animali e il veganismo e al contempo continuare a guardarli attraverso quella patina di antropocentrismo: ciò che io oggi definisco filosoficamente, in senso ampio, il vero nemico dell’antispecismo.
Mi rendo conto che ci sono problemi più urgenti da affrontare, che oggi la nostra lotta, in quanto attivisti, dovrebbe essere mirata soprattutto a combattere politicamente e, in senso ampio culturalmente, lo sfruttamento degli animali, ad abbattere gabbie reali, a recidere fili spinati, ma credo altresì che mutare radicalmente il concetto che abbiamo di intendere la nostra relazione con questi individui senzienti potrebbe essere d’aiuto per assimilare meglio tutto il resto, facendo diventare persino scontate tematiche su cui ancora si discute molto e in maniera ancora troppo antropocentrica, come quella del veganismo (di cui ancora troppo spesso se ne discutono le implicazioni salutari e non etiche, quindi usandola nelle sue argomentazioni indirette). Il veganismo è difatti una conseguenza logica della teoria antispecista, del farsi antispecisti e in quanto all’essere coerenti, verrà da sé nel momento in cui gli occhi dell’altro saranno specchio di noi: in una conquistata reciprocità di sguardi e relazionale.

Quando parlo di modificare e reimpostare il nostro rapporto con gli animali mi riferisco quindi a tante cose, non solo appunto al veganismo, ma anche all’uso comune di certe espressioni linguistiche che indicano uno stato di subalternità degli animali o ancora all’uso che dei loro corpi e dei loro nomi comuni si è sempre fatto nell’arte, nella letteratura, nel cinema: sempre indicati o in maniera troppo astratta (genericamente “animali”), o simbolica, in funzione di concetti antropocentrici. Un esempio per tutti: gli animali nell’Inferno della Divina Commedia rappresentano simbolicamente i vizi e le virtù dell’uomo e così nell’iconografia religiosa e classica.

In questo senso vorrei che l’antispecismo non si facesse sempre e solo coincidere con il veganismo, per quanto, ripeto ancora una volta, esso rappresenti la conseguenza logica di un mutato rapporto con gli altri animali e anche la prima forma di resistenza messa in atto contro un sistema che li considera solo risorse rinnovabili.

Rita Ciatti

 

Link breve di questa pagina: http://www.veganzetta.org/7JsJ5

8 Commenti

  1. Isemen ha scritto:

    Ti amo.
    Sono d’accordo con te fino all’anima.
    E anche se é un terreno spinoso ho stranamente sempre avuto l’accortezza di valutare con molta attenzione se un cane aveva voglia di essere avvicinato da me anche quando ero specista e onnivora.
    Sarà stato un presagio del mio futuro.
    Non sei sola per fortuna.

    28 marzo, 2014
    Rispondi
  2. Rita ha scritto:

    Grazie.
    Mi fa piacere che si sia capito il senso profondo di quello che ho voluto dire.

    28 marzo, 2014
    Rispondi
  3. Giovanni ha scritto:

    Chiarezza e concetti profondi, come sempre, complimenti Rita. Insomma, a quanto pare, esiste il veganismo che non è antispecista (quello scelto per motivi di moda, salute o fitness); esiste la cinofilia che non è antispecista (quella che chiede al cane performance, di qualsivoglia tipo, senza verificare la volontà di commpartecipare); esiste persino l’animalismo che non è antispecista (che libera gli animali dalla loro condizione subordinata antropocentrata).
    A un certo momento, però, quesi tre stati di atteggiamenti, possono anche migliorarsi e unirsi, come logica coorrelazione l’uno dell’altro, non è così?
    Il vegano etico, il cinofilo zooantropologico, l’animalista empatico.
    Ti piace come riassunto? :)

    29 marzo, 2014
    Rispondi
  4. Rita ha scritto:

    Ciao Giovanni, grazie per l’attenzione. :-)

    La logica conseguenza del diventare vegani e dell’acquisire una considerazione degli altri animali non subordinata e non più antropocentrica è (o dovrebbe essere, almeno) insita nell’antispecismo, ma purtroppo ci sono vegani salutisti che restano tali tutta la vita, cinofili che rimangono solo cinofili e via dicendo.

    Anche chi usa gli argomenti indiretti a mio avviso fa un bel po’ di confusione. Pure se la fa in buona fede.
    Ci si ricorre come se gli argomenti etici e diretti non fossero di per sé sufficienti. Si aggira quindi il fulcro del problema e tutto rimane, sostanzialmente, invariato.

    30 marzo, 2014
    Rispondi
  5. Ivana ha scritto:

    In linea di massima sono d’accordo con quanto scritto in questo articolo tranne che per una cosa. a mio avviso chi decide di non nutrirsi di alcun prodotto animale lo fa sempre per una scelta etica e non salutistica. Chi si ferma al vegetarismo può farlo spesso per motivi di salute ma la scelta vegan no, quella implica un modello di vita non cruento che abbraccia non solo il cibo ma l’abbigliamento, le azioni quotidiane, (i vegani non visitano zoo, circhi, acquari ecc). Essere vegan è motivo di grande orgoglio per chi lo è e di consapevolezza totale della violenza, dalla quale vuole chiamarsi fuori, inflitta agli altri animali.
    Ivana Ravanelli

    2 aprile, 2014
    Rispondi
    • Cereal Killer Cereal Killer ha scritto:

      Ciao Ivana,
      Grazie per il tuo commento. Le statistiche ufficiali (se si vuol dare loro credito) e soprattutto l’esperienza personale ti danno chiaramente torto.
      La maggior parte delle persone diventa vegana per motivi etici, ma la percentuale (soprattutto attualmente) di persone che diventa vegana per motivi salutistici o similari (e quindi egoistici) sta crescendo velocemente. Sempre più si sente dire che il veganismo fa bene alla salute, e molte persone che contraggono le cosiddette “malattie del benessere” diventano vegane nella speranza di guarire. Divenire quindi vegani non significa automaticamente divenire consapevoli e critici.

      3 aprile, 2014
      Rispondi
  6. Rita ha scritto:

    Ciao Ivana,
    ti ringrazio anche io per il tuo commento e mi piacerebbe davvero che fosse come dici tu, ma purtroppo anche solo la mia semplice esperienza mi dimostra il contrario. Peraltro il numero di persone che sceglie di adottare una dieta vegana per soli motivi salutistici è in significativo aumento.
    Vivo in una grande città, che è Roma, dove la parola vegan è ormai spammata ovunque, ma non accompagnata da una consapevolezza reale della questione animale. L’essere vegan per molte persone riguarda solo la dieta, ma non il resto.
    Inoltre, se anche riguardasse pure proprio la filosofia di vita a 360°, ancora, a mio avviso, ciò potrebbe significare non aver acquisito una capacità critica tale da attivare un’opposizione consapevole al sistema basato sullo sfruttamento del vivente.
    Si può essere vegani, anche etici, ma tolleranti delle scelte altrui, quindi non antispecisti, quindi non in lotta contro lo specismo. Ne conosco molti. Sì, proprio loro: “io sono vegan, ma lascio liberi gli altri di decidere come vivere, non dico agli altri cosa fare ecc..”. Non si attivano contro la violenza istituzionalizzata insomma, non ne partecipano, ma nemmeno si attivano.
    Non so se riesco a far capire cosa intendo.

    3 aprile, 2014
    Rispondi
  7. Paola Re ha scritto:

    Sono diventata vegetariana all’età di 3 o 4 anni circa, quando ho iniziato a capire che nel piatto c’era un CHI e non un CHE COSA. Sono rimasta vegetariana, per motivi etici, per circa 40 anni. Non ho mai approfondito più di tanto l’orrore che c’è dietro latte e uova e, quando l’ho fatto, grazie soprattutto ai video, sono diventata vegan, quindi sempre per motivi etici. E’ diventando vegan che, come scrive Ivana, ho approfondito altre cose come indumenti, medicinali, cosmetici. Agli spettacoli con animali non sono mai andata ma ho approfondito pure quelli. Credo che, come scrive Ivana, chi diventa vegan per motivi etici, è perché ha approfondito la conoscenza dell’inferno animale ma, purtroppo, è anche vero che ci sono parecchi vegan che lo fanno per motivi di salute. Io su questo non mi rompo la testa. Cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno. Se queste persone non comprendono l’antispecismo, peccato per loro, ma almeno non contribuiscono allo sterminio sistematico degli animali. Chi è antispecista sogna un mondo in cui tutti vedano gli animali coi suoi occhi ma ciò è davvero un sogno. E’ vero che essere vegan ed essere antispecista sono due cose diverse. Sarei serena se fossimo tutti vegan. Sarei felice se fossimi tutti antispecisti. Sarebbero felici anche gli animali ma credo che loro, come me, si accontentino di essere sereni.

    6 aprile, 2014
    Rispondi

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