"Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali" Theodor Adorno

Dal n° 4 / 2011: Una vita liberata da ogni gabbia, anche del lavoro

Pubblicato da Cereal Killer il 30 novembre, 2012 09:18 PM

«Nessuno dovrebbe mai lavorare. Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo. Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva. Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine “gioco” includo anche i concetti di festa, creatività, socialità, convivialità, e forse anche arte» (1).

Tra le miriadi di definizioni (2) che sono state (e continuano ad essere) inventate per differenziare l’Animale Homo sapiens dagli altri Animali, c’è anche quella dell’Umano come animal laborans. Bisogna intendersi, certo, sul lavoro: anche procacciarsi il cibo per metà (o più) della giornata come fanno molti Animali (Umani inclusi) può essere considerato un lavoro nel senso fisico di dispendio di energia e in quanto tale è necessario per la sopravvivenza biologica del vivente. Il lavoro può essere un’attività gratificante, addirittura gioiosa, e anche in questo senso minimo è un elemento indispensabile della vita. Ma che significa farne un elemento strutturale dell’antropologia? «Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto quello che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono produrre i loro mezzi di sussistenza…  Producendo questi gli uomini producono indirettamente la loro vita materiale», Marx dixit ne L’Ideologia tedesca. Significa affermare che nel lavoro realizziamo pienamente la nostra essenza umana, trasformando la natura esterna in uno spazio di produzione e riproduzione della nostra vita singola e associata, e in tal modo trasformiamo la nostra stessa vita che, in un certo senso, diventa una vita “seconda”.

Ci si è inventati un’antropologia per sostenere che l’Umano prima della civilizzazione viveva nella scarsità e nella continua ricerca di cibo e che il lavoro organizzato l’ha liberato dalla schiavitù del bisogno. L’immagine che abbiamo delle società primitive è ideologica: Umani affamati alla spasmodica ricerca del cibo, sempre indigenti, sempre vicini alla morte per fame. La realtà, almeno a giudicare dalle ricerche etnografiche è tutt’altra. Marshall Sahlins ha parlato di società dell’abbondanza. Nelle economie primitive se si vuol continuare a parlare di economia di sussistenza, bisogna pur togliere a quella sussistenza l’alone di indigenza che normalmente la circonda. In realtà molte di queste popolazioni avevano ciò che gli bastava per vivere e di quello si accontentavano senza bisogno di accumulare eccedenze. E quando ci sono eccedenze non vengono accumulate per essere poi scambiate, ma vengono dilapidate nel potlach (3). Un esempio di Clastres illustra bene un’inversione nel modo di considerare il rapporto tra lavoro e prodotto, rispetto al nostro modo di pensare. Con un’ascia metallica si riesce a fare un lavoro forse 10 volte maggiore rispetto a quello che si può fare con un’ascia di pietra.
Quando gli Amerindiani scoprirono le asce metalliche portate dai bianchi le vollero, ma per un motivo assai diverso da quello ovvio per una mentalità accumulativa come la nostra: non volevano produrre di più nello stesso tempo, ma produrre altrettanto in un tempo molto più “breve”(4).

C’è un lavoro organizzato che può essere scelto e diretto collettivamente, ma nelle società gerarchiche e in massimo grado capitalistiche, il lavoro più che strumento di liberazione è strumento di oppressione. «Nessun pasto è gratis», diceva Milton Friedman, ideologo della destra ultraliberista americana, e uno dei massimi responsabili del disastro economico e finanziario globale in cui viviamo; dunque lavorate all’interno di quello che è diventato un campo di lavoro forzato globale. Altro che capitalismo e libertà. In questo, come in altri aspetti della costruzione del mondo gerarchico, antropocentrico e androcentrico in cui viviamo, gli altri Animali hanno fatto da modello per lo sfruttamento globale. Con la domesticazione, l’allevamento (da quello domestico a quello industriale in cui il corpo vivente tout court viene messo al lavoro per il profitto di alcuni Umani), con lo sfruttamento diretto e indiretto per compiti lavorativi (si pensi solo alla funzione che ha avuto il Cavallo fino a un secolo fa almeno nel mondo industrializzato e che continua ad avere in altri paesi del mondo); ma anche, a fianco a quelli, uno sfruttamento dell’immaginario dell’Animale che oggi ha assunto i caratteri di una dilagante pornografia animale. In tutti questi ed altri aspetti, l’altro Animale è stato inserito a forza in un processo lavorativo alienato e alienante che è ormai globale. Il processo del disciplinamento e dello sfruttamento dei corpi viventi non è avvenuto senza resistenza. Non tutti gli Animali, anzi pochissimi mammiferi, sono entrati a forza nel circuito produttivo economico umano (5).
Torna alla mente l’immagine fissa di un Asino che bendato e imbrigliato a un asso è costretto a girare tutto il giorno in tondo per muovere il meccanismo della macina. Ecco un esempio di un lavoro del tutto insensato per chi lo compie e di una crudeltà spensierata che fa urlare di rabbia. La nemesi, se di nemesi si può parlare, è che anche molti Umani nel mondo del lavoro industriale capitalistico per buona parte della loro giornata (e della loro vita) sono legati a un meccanismo insensato, girano a vuoto per avere una greppia piena di fieno, con la differenza, perché la differenza c’è, è che in buona parte del mondo industrializzato sono protetti da alcuni diritti e che hanno un tempo libero (ormai ampiamente colonizzato) in cui, sulla carta, possono fare ciò che vogliono, addirittura scambiare quel fieno con altri prodotti industriali per incrementare di qualche decimo di punto percentuale la loro felicità. Se gli altri Animali sono stati un modello in negativo, per produrre il mondo dello sfruttamento globale in cui viviamo, molti di loro sono stati però anche fin dai tempi più antichi, e ancor oggi in forme diverse direi più consumistiche, un modello per un modo di vivere contrapposto, un modo di vivere nel mondo, non più felice né infelice, ma libero dalla costrizione dello sfruttamento, almeno finché gli Umani non glielo impongono.

Forse ha ragione Bataille quando nel suo libro dedicato all’arte delle grotte di Lascaux (6), racconta di quelle straordinarie pitture rupestri come di un momento cruciale nella storia dell’umanità. Non si tratta tanto o soltanto, come spesso si dice, della magia per lo scopo della caccia. C’è nella bellezza di quelle immagini una forza, un fascino che è dell’Animale libero e potente. L’Umano di Lascaux non si rappresentava, se non raramente e in modo schematico, mentre rappresentava sempre la magnificenza dell’Animale. Ci fu un momento, dice Bataille, ben evidenziato dagli Umani di Lascaux in cui non l’Animale, ma l’esser umano stesso era oggetto di vergogna. Perché? Perché, dice Bataille, l’Umano aveva introdotto nel mondo il fastidioso ordine del lavoro e dell’utilità, la misura e il divieto.

E questo era l’origine della sua potenza, potenza di creare e trasformare, ma al tempo stesso ciò era qualcosa di miserabile rispetto al potere dell’inumano, animale e divino insieme. Non si tratta affatto, dovrebbe essere ovvio, di glorificare la libertà dell’Animale, in contrapposizione alla schiavitù dell’Animale Umano, sarebbe una sciocchezza. Ma forse quando guardiamo (o spiamo) degli Animali che si muovono in libertà (per quanto relativa), capita di provare vergogna per il mondo della costrizione e dello sfruttamento che abbiamo creato, e di rivivere per procura e per qualche breve istante, quella gioia di vivere che è al di là della felicità e dell’infelicità, il piacere dell’ozio e del gioco, dell’abbandono sensuale, di una vita finalmente liberata dalle gabbie, da tutte le gabbie, inclusa quella del lavoro.

Filippo Trasatti

Note:
1 Bob Black, L’abolizione del lavoro, reperibile in www.psicopolis.com/sportello/abolav/bblack.htm
2 Vedi a mo’ di esempio in Wikipedia la lista ovviamente incompleta delle definizioni distintive dell’Animale Umano:
en.wikipedia.org/wiki/List_of_alternative_names_of_the_human_species.
3 Forma estrema dell’economia del dono in cui si esibiscono ricchezza e prestigio.
4 Pierre Clastres, La società contro lo Stato, tr. it Feltrinelli, Milano 1977.
5 Cfr. Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, tr. it. L. Civalleri, Einaudi, Torino 1988,
6 George Bataille, Lascaux, La nascita dell’arte, trad. it. di E. Busetto, Mimesis, Milano 2007.

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