"Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali" Theodor Adorno

Intervista a Melanie Joy

Pubblicato da Cereal Killer il 13 novembre, 2012 12:46 PM

Pubblichiamo l’intervista a Melanie Joy* (autrice del libro “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche” pubblicato da Edizioni Sonda) che attualmente è in tour in Italia per la presentazione del suo lavoro. Le date del tour:

16 novembre PADOVA,  17 novembre MILANO, 18 novembre PORDENONE: download locandina tour (pdf)

* Melanie Joy si è formata ad Harvard ed è psicologa e docente di psicologia e sociologia presso l’Università del Massachusetts (Boston), nonché apprezzata conferenziera.
Autrice di una serie di articoli di psicologia, sulla difesa degli animali e la giustizia sociale, pubblicati su numerosi periodici e riviste, è la principale ricercatrice sul carnismo, l’ideologia che giustifica il mangiare la carne degli animali.
È stata intervistata sul suo lavoro da riviste e radio, tra cui la BBC, NPR, PBS e l’ABC Australia. Tiene conferenze in giro per gli Stati Uniti e in tutto il mondo.

Per l’intervista oltre a Melanie Joy per la disponibilità, vogliamo ringraziare Edizioni Sonda per aver fatto da tramite con l’autrice, e Animalisti Friuli-Venezia Giulia che hanno curato la traduzione dall’inglese.


Cliccare l’immagine per scaricare il volantino

 D) La gente tende spesso ad essere riluttante ai cambiamenti, soprattutto quando i cambiamenti implicano un doversi mettere in discussione (mettendo anche in discussione il contesto sociale di appartenenza). Oltre a ciò ci troviamo a lottare contro un sistema che trae enormi profitti dallo sfruttamento animale: le industrie hanno a disposizione potenti mezzi per mistificare la realtà, uno di essi è la pubblicità. Come sociologa, psicologa e attivista per i diritti animali, quale pensi  sia la strategia migliore per superare questi ostacoli?

R) Carnismo è il termine che ho usato per descrivere il sistema invisibile di credenze, o ideologia, che condiziona le persone a cibarsi di alcuni animali. Credo sia fondamentale che gli attivisti vegan comprendano appieno il carnismo e la sua struttura, per poter lavorare alla trasformazione del sistema che permette l’esistenza dell’industria zootecnica. L’industria zootecnica non esisterebbe se non fosse per il carnismo.

Il carnismo è un’ideologia violenta invisibile, dominante, strutturata in modo che le persone umane prendano parte a pratiche disumane senza rendersi pienamente conto di ciò che stanno facendo.

Al fine di mantenere se stesso, il carnismo si avvale di una serie di meccanismi di difesa sociale e psicologica, compreso il rifiuto / invisibilità, la giustificazione e le distorsioni cognitive (si insegna alle persone a percepire gli animali da allevamento come oggetti, astrazioni, come appartenenti a categorie rigide). Queste difese bloccano la consapevolezza delle persone e l’empatia verso gli animali, tanto da metterle a proprio agio nel mangiarli.

Un punto centrale dell’attivismo vegan, a mio avviso, deve essere la destabilizzazione delle le difese del carnismo, perché il sistema non potrebbe continuare a esistere senza tali difese. E un modo essenziale per destabilizzare queste difese è renderle visibili, esse perdono gran parte del loro potere quando sono poste in evidenza.

D) Solitamente quando una persona sceglie di leggere il tuo libro “perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche” o di partecipare a una tua conferenza, significa che già è in atto un processo che la spinge a pensare che “c’è qualcosa di sbagliato nel mondo”. Sono però molte le persone che, inconsciamente o per scelta, non si pongono questo dilemma. Dovremmo sensibilizzarle una ad una o sono altre le strade utili da percorrere?

R) Io credo che il cambiamento debba essere sia individuale che sociale, credo che dobbiamo raggiungere le persone e allo stesso tempo sfidare le istituzioni sociali che sostengono il carnismo (questo duplice approccio caratterizza il lavoro che stiamo svolgendo con il  Carnism Awareness and Action Network).

Sia che ci impegniamo nell’attivismo mirato alla singola persona o in campagne istituzionali, può avere un senso da un punto di vista strategico concentrarci, in prima battuta, sui “frutti dell’albero più accessibili” – persone e istituzioni che hanno maggiore probabilità di essere ricettivi al nostro messaggio e alle nostre istanze.

D) Proviamo più facilmente empatia per chi ci è vicino e può ricambiarci. Maggiore è la distanza che ci separa da un individuo (indistintamente che si tratti di uomini o animali non umani), più è difficile provare empatia nei suoi confronti. Preso atto che ciò che spinge a considerare commestibili alcune specie anziché altre è frutto di una lunga serie di sovrastrutture, cosa spinge una persona a ritenere che “chiunque” vada rispettato, anche la creatura più lontana e sconosciuta?

R) Mentre è vero che tendiamo a provare empatia per coloro nei quali ci identifichiamo maggiormente- quelli che ci appaiono più “simili” a noi – ciò non significa che le persone pongano in automatico dei limiti alla propria empatia. Piuttosto, come suggerisce la mia ricerca, la gente impara a come non sentire la propria naturale empatia verso le specie che le è stato insegnato a classificare come commestibili. La maggior parte della gente sembra avere una naturale empatia verso gli animali non umani che, per fare un esempio, sanguinano proprio come noi.

Ma quella dei diritti degli animali, così come tutte le questioni morali, possiede sia una componente emotiva che razionale. Non occorre provare un legame emotivo profondo con qualcuno per arrivare a ritenere ingiusto fargli del male a nostro beneficio.

D) Anche se la maggior parte dei tuoi scritti è incentrata sui diritti animali, sei da lungo tempo anche attivista per i diritti civili e tieni corsi che analizzano sistemi di privilegio e oppressione, violenza domestica e traumi psicologici. Esiste una relazione tra sfruttamento umano sfruttamento animale?

R) Assolutamente. Trasformare il carnismo non significa semplicemente modificare dei comportamenti individuali e sociali, ma anche coltivare un cambiamento di coscienza che ci porti a non arrogarci più il diritto di esercitare il controllo su chi ha meno potere. Si tratta di coltivare un modo di pensare e di relazionarci con noi stessi, gli altri e il mondo, che rifletta valori fondamentali come la compassione, l’empatia, la reciprocità, l’autenticità e la giustizia. Questa prospettiva è esattamente ciò che è necessario a trasformare tutti i sistemi di oppressione, perché se l’esperienza di ogni gruppo di vittime è sempre unica nel suo genere, la mentalità che consente l’oppressione è la stessa.

D) Diritti animali e giustizia sociale: due movimenti separati o viaggiano insieme?

R) Sono movimenti separati e allo stesso tempo interconnessi. A tutt’oggi il movimento per i diritti animali non è ancora pienamente integrato nella mappa dei movimenti di giustizia sociale, ma in realtà i diritti animali sono, essi stessi, un tema di giustizia sociale, i cui princìpi sono in linea con quelli di altri temi di giustizia sociale. Uno degli obiettivi principali del mio lavoro sul carnismo è stato quello di dimostrare che mangiare animali non è semplicemente una questione di etica personale, bensì l’inevitabile risultato finale di un “ismo” (dottrina) profondamente radicato, oppressivo; mangiare animali è un tema che tocca la giustizia sociale. Penso che una delle cose più importanti che possiamo fare per il movimento vegan – e per la giustizia sociale in generale – sia  ottenere che il veganismo sia riconosciuto come vero movimento di giustizia sociale.

D) Che tipo di influenza ha il sistema economico sul carnismo?

R) Il sistema economico è, senza ombra di dubbio, un fattore importante che contribuisce al carnismo. Per fare un esempio, negli Stati Uniti l’industria zootecnica è un business da 125 miliardi dollari, sovvenzionato a mezzo di enormi sussidi (i finanziamenti all’industria della carne, delle uova e dei latticini sono una realtà comune anche ad altri paesi). In virtù di questo il costo degli alimenti di origine animale è basso e il carnismo diventa una strada facile da percorrere, la strada più facile di tutte.

Più è difficile mangiare animali, più le persone saranno stimolate a cercare delle alternative.

Come se non bastasse, il capitalismo radicale è organizzato tutto attorno alla mercificazione della vita, rafforzando la percezione degli animali d’allevamento come semplici unità di produzione. Tuttavia è importante evidenziare che il carnismo si estende al di là del capitalismo; per esempio esso persiste anche in sistemi comunisti e socialisti.

D) Tom Regan parla di tre categorie di sostenitori dei diritti degli animali: davinciani, damasceni e temporeggiatori.  A quale di queste tre categorie ti senti più vicina?

R) Mi definirei più una davinciana perché sono sempre stata molto sensibile alla sofferenza degli animali, sentendo un forte legame con tutti loro. Ero la bambina che salvava animali feriti, che li difendeva se avevano bisogno di protezione e li cercava come compagni di vita. Detto questo, essendo cresciuta in un radicato contesto carnivoro, perfino questa mia naturale empatia per gli animali non è stata sufficiente a vincere le mie difese carnistiche, motivandomi a diventare completamente vegan; lo sono diventata più avanti, da giovane.

D) Sei nata in una famiglia di carnivori e tu stessa lo sei stata. Un giorno qualcosa è cambiato: cosa ti ha motivata a diventare vegan?

R) E’ accaduto che sono stata veramente male per avere mangiato un hamburger contaminato; dopo questa esperienza ho smesso di mangiare carne e uova. Pochi anni dopo ho smesso anche di mangiare latticini. Non ho più mangiato carne perché ne ho iniziato a provare disgusto a causa della mia malattia, ma anche perché da tempo mi sentivo una “vegetariana intrappolata nel corpo di una carnivora”, interessata al vegetarismo ma non ancora pronta a mettere in atto questo cambiamento.

La malattia mi ha dato la motivazione di cui avevo bisogno per smettere di mangiare animali, e quando ho smesso di mangiarli mi sono informata a lungo sull’industria della carne; informazioni che erano sempre state a portata di mano, ma che prima non ero disposta a recepire veramente. Ciò che ho imparato mi ha spinta a voler fare tutto il possibile per cambiare il sistema che ha permesso questa brutalità.

D)I tuoi studi sono avvenuti in un ben preciso contesto sociale, ma le conclusioni che ne hai tratto possono valere per tutte le società oppure esistono eccezioni, totali o parziali?

R) Attraverso le mie ricerche ho scoperto che nelle culture carnivore di tutto il mondo le persone in genere hanno esperienze simili nel mangiare animali. Il tipo di specie consumato varia da cultura a cultura, ma la mentalità di base, che consente alle persone di mangiare animali, è incredibilmente ricorrente. Questo mio risultato è stato rafforzato dall’esperienza di aver parlato a platee e singoli individui in diversi paesi. Naturalmente il grado di difese carnistiche può differire da cultura a cultura.

D) Hai parlato di carnismo e presentato il tuo libro negli Stati Uniti e in altri paesi; esiste, secondo la tua esperienza, una cultura o una nazione in cui avverti maggiori possibilità di arrivare alla coscienza della gente?

R) Non ho ancora trovato un paese in particolare dove, rispetto ad altri paesi, avverto un maggiore impatto della consapevolezza sul carnismo.

Ad oggi le reazioni alla mia presentazione sono state assolutamente positive, in tutti i paesi che ho visitato. I paesi più piccoli sono riusciti ad ottenere l’attenzione dei media nazionali, un vantaggio eccezionale che ha diffuso maggiormente la consapevolezza.

D) Immaginiamo, per un attimo, il giorno in cui un grande leader politico si dovesse rendere conto di quanto il carnismo influenzi la nostra società, bollando lo sfruttamento animale come pratica inaccettabile. Credi che avrebbe una chance di cambiare il sistema o, piuttosto, la sua carriera politica sarebbe definitivamente compromessa?

R) Sono certa che verrà il giorno in cui i leader politici diventeranno consapevoli e attivi nella trasformazione del carnismo. Nondimeno, il veganismo è per molti versi un vero e proprio movimento popolare; il potere del movimento sta nelle sue radici, scaturisce dal basso verso l’alto, non in direzione contraria. Una rivoluzione vegan, come tutte le rivoluzioni consapevoli, sarà senza dubbio il risultato degli sforzi di molte persone che lavorano insieme, non avverrà per mano di un singolo individuo.

D) Molti sostengono che il movimento animalista abbia fatto notevoli progressi negli ultimi 25 anni. Qual è la tua opinione a riguardo? La nostra generazione può sperare di vedere il giorno della liberazione animale?

R) Non ci è dato sapere se vedremo la liberazione degli animali in questa generazione.

Posso però dire che ci sono molte prove del fatto che il movimento vegan sia in espansione e che continuerà ad acquisire forza. Negli Stati Uniti il numero di vegani e vegetariani è raddoppiato tra il 2008 e il 2011. Sempre più medici, nutrizionisti, celebrità e leader sono diventati vegan, sostenendo il cambiamento. E questa è una tendenza che sembra essere in corso in molti paesi di tutto il mondo. Credo che ci siano buone ragioni, per gli attivisti, di essere fiduciosi; penso che ci stiamo muovendo nella giusta direzione e che, un giorno, la liberazione animale sarà davvero una realtà.

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