"Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali" Theodor Adorno

Religioni orientali e antispecismo

Pubblicato da Cereal Killer il 6 novembre, 2012 12:51 PM

Fonte: www.laboratorioantispecista.org/2012/03/14/religioni-orientali-e-antispecismo

In modo piuttosto inconsueto questo articolo si pone come obiettivo quello di rispondere ad un altro scritto: “Riflessioni su buddismo e antispecismo” di Eva Melodia reperibile sul sito Antispecismo.net; rispondere a questo ci permetterà anche di chiarire il nostro pensiero rispetto alle molte proposte di conciliazione di religione e antispecista che è possibile osservare in molte direzioni e che spesso, ma non sempre, si legano alla New-Age, quando non, addirittura, a tentativi di recupero delle religioni tradizionali. 

Nello scrivere queste righe non ci si soffermerà sulle enormi differenze che separano la formazioni buddhista di chi scrive (zen della scuola Soto soprattutto, ma anche molti inside nel Rinzai e Shingon) da quella di Eva Melodia chiarendo solo un punto: la Natura di Buddha, a cui lei fa spesso riferimento nel suo articolo, non è affatto intesa nel Buddhismo in modo così uniforme come lei crede e vedere questo aspetto e il riconoscimento di questa presenza in ogni essere senziente NON può essere la piattaforma di partenza per iniziare alcunché.

L’insistenza, di tipo panteista, sulla presenza di questa “cosa”chiamata natura di Buddha è invece più tipica di una sola scuola, quella Nichiren/Soka, e dai seguaci di Zen e, probabilmente, buddhismo tibetano, sarebbe visto come fumo negli occhi se non come una forzatura; entrare nel dettaglio della questione sarebbe davvero troppo complicato.

Ciò su cui  qui ci vogliamo soffermare è invece altro: la possibilità di riscontrare un pensiero antispecista, anche in nuce, non solo nel pensiero Buddhista ma anche in quello più genericamente orientale.

Di primo acchito la risposta alla nostra ricerca sembrerebbe facile e corrisponde a quella data da Eva Melodia, e cioè un sì entusiastico.

Basta in fondo leggere libri come “La Ghirlanda delle rinascite”, il “Bhagavad-Gita”o “Lo Shobogenzo”, così ricco di racconti moralizzanti su volpi e orsi/bodhisattva per ricavare la facile impressione di un anarchismo di fondo nel pensiero orientale e, dunque, un antispecismo diffuso; eppure è solo una impressione superficiale.

In primo luogo non sfuggirà al lettore più attento un aspetto che, essendo così apparente, rimane spesso invisibile ai più:le religioni orientali sono religioni anche più elitarie delle occidentali e prevedono comunque una gerarchia di meriti.

È vero che scuole come il Soto o il Nichiren prospettano la possibilità universale di salvezza e concedono tecniche che garantiscano anche al più povero dei contadini di inverare il Nirvana ma è al contempo vero che la gerarchia di meriti risulta oltremodo evidente quando si asserisce che solo colui che si attenga ad un training scrupoloso e dimentichi assolutamente se stesso può accedere allo stato del Risveglio.

In Oriente il concetto del Salvatore, del primus inter pares, che pur elevando uno uniforma comunque tutti gli altri, è molto poco diffuso e si può leggere tutta una vastissima gamma di scritti che narrano degli sforzi ossessivi di un individuo per raggiungere il Risveglio ( Bodhidharma, per fare un facile esempio, si dice inventasse il tea per non dormire mai e si strappasse le palpebre per impedire il sonno); concetti come una salvezza per tutti condizionata alla semplice accettazione di quel salvatore e, se non una prassi ferrea, almeno la contrizione per l’essersi allontanato dalla retta morale, sono inesistenti (se non forse nella sola Soka): chiunque voglia ottenere buon esito deve categoricamente piegarsi all’accettazione di un cammino in ogni caso iniziatico.

Ma chi si avvia a questo cammino non è chiunque bensì l’uomo piagato nell’animo da sofferenze e dubbi esistenziali (come del resto lo stesso Shakyamuni) e la stessa Natura del Buddha a cui Eva Melodia fa riferimento, non è che uno “specchietto per allodole” visibile solo a chi lo cerca, non una verità realmente rilevabile. I dubbi esistenziali però, e la metodologia messa in atto per raggiungere il Risveglio (che è estinzione della Trsna), sono però evidentemente affari prettamente umani che rispondono ad esigenze prettamente umane e che pongono l’uomo e le sue esigenze al centro di ogni considerazione, anche se in termini mai apertamente dichiarati. Difficilmente una gazzella si occuperà di questioni quali il Risveglio, la dannazione, il dolore e questo, in fondo, per un grado superiore di libertà mentale innata in lei.

I maestri sanno bene che il loro discorso è rivolto solo a uomini, tanto che ogni rituale è, in fin dei conti, INATTUABILE, da altri che da uomini.

Anche le pratiche quotidiane messe in atto e che, come dice Eva Melodia, spesso contemplano il veganismo, non sono che in apparenza espressione di un pensiero antispecista; il più delle volte infatti rispondono ad una volontà di educare alla rinuncia il fedele e sono spesso incoerenti (i monaci zen, vegetariani per statuto, vestono di seta).

Gandhi è molto esplicito quando parla della necessità dell’uomo di presentarsi come superiore alle fiere adottando un regime vegetariano e Dogen, nello Shobogenzo, lo è ancora più quando non si cura affatto dell’origine animale dei suoi abiti e anzi irride apertamente coloro che si fanno un problema di una tale questione.

Nel buddhismo infatti (ma lo stesso vale per taoismo e induismo) il problema del veganismo non può che essere marginale; come prassi costante infatti rappresenterebbe attaccamento e, dunque, gabbia che lega il praticante.

Il seguace non deve invece essere legato a nessuna parzialità, non deve vivere la vita come un problema ma “Mangiare quando ha fame, bere quando ha sete e dormire quando ha sonno”. Sembra addirittura che lo stesso Buddha NON fosse vegetariano (è dibattuto nel mondo orientale se la sua morte sia dovuta a carne di maiale guasta o a un fungo) e ciò sarebbe coerente con una regola di vita monastica che prescriveva di mangiare ciò che i fedeli mettevano nella ciotola come donazione.

Si è fin qui limitato il discorso allo specismo implicito nel Buddhismo e nel pensiero orientale più in generale; è però evidente che questo sia presente in forme macroscopiche che sono davvero impossibili da non vedere.

Si inizia coll’induismo che ritiene l’uomo sia un essere privilegiato, l’unico che può aspirare al Moksha, proprio per il suo stadio di sviluppo centrale tra il celeste e il ferino, per passare al Buddhismo che ritiene comunque il non risvegliato, colui che si abbandona alla più “basse” pulsioni un essere indegno simile ad un animale (tutti i demoni buddhisti sono bestie neanche tanto trasfigurate e Dogen ride spesso di coloro che pensano che una volpe possa anche soltanto essere presa in considerazione come essere Risvegliato) per giungere al taoismo che, col suo sistema di equilibri che assicurano la salute dell’adepto non fa che porre l’uomo al centro e fornirgli regole di comportamento che gli garantiscano una lunga vita. Al centro di tutto sta sempre dunque l’uomo e, seppure in termini meno evidenti che in Occidente, è sempre lui il signore delle bestie.

È normale che sia così.

Tutte le religioni presenti in Eurasia sono il frutto di civiltà urbane che hanno già da tempo cominciato un cammino di allontanamento dall’iniziale simbiosi con la natura.

Cristianesimo, Induismo, Buddhismo, Taoismo, sono il prodotto di popoli che praticano già l’agricoltura, che guardano già al solo umano e che considerano il resto dell’esistente come luogo utilizzabile e nascono proprio in risposta agli ordinamenti urbani, alla presunta impossibilità di sfuggire all’ingranaggio statale.

Perduto lo stato di bestia errante per un mondo di nessuno, incatenato in un pianeta di possessi privati, l’uomo ha inventato la religione per cercare una via di fuga ad una realtà che reputa claustrale e che ne opprime gli impulsi.

Nessuna religione può essere antispecista e può contribuire alla causa antispecista perché ogni religione è un discorso dell’uomo fatto sull’uomo in ambito umano.

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