Linguaggio e principi

formica

Nota introduttiva

Il testo che è possibile leggere in questo sito internet vuole essere un piccolo accenno al progetto che stiamo tentando di portare avanti tramite la Veganzetta di reinterpretazione del linguaggio corrente. Tale attività gradualmente permetterà l’introduzione di interventi sempre più radicali a livello linguistico.

Gli esempi pratici di quanto affermato sono innumerevoli. Ciò che noi siamo abituati a chiamare allevamento intensivo, non è altro (dal punto di vista degli Animali) che un campo di concentramento, e noi vogliamo chiamarlo per ciò che è in realtà.

PRECISAZIONI SU ALCUNI TERMINI UTILIZZATI:

Umano/i”: non s‘intende utilizzare il sostantivo maschile “uomo” in quanto termine carico di significati filosofici e culturali che volutamente pongono la specie umana al di sopra delle altre specie animali, e che hanno un preciso riferimento a una visione patriarcale e maschilista della società umana.

Animale/i“: utilizziamo tale sostantivo per facilitare la leggibilità del testo. Il termine “Animali” in realtà è da intendersi sostitutivo di “Animali non Umani”, o “altri Animali”, o “Non Umani”, in sintesi tutte le specie animali diverse dalla specie animale umana. Riconosciamo a tale termine una valenza assolutamente positiva della Animalità e utilizziamo la “A” maiuscola per sottolineare la dignità intrinseca e pari a quella umana di ogni Animale diverso dall’Animale Umano. “Cane, Maiale, ecc” : utilizziamo tali sostantivi con l’iniziale maiuscola per conferire pari dignità tra le diverse specie animali, in relazione a quella Umana.

Lager per Animali“: qualsiasi luogo (in particolar modo i macelli e gli allevamenti) in cui gli Animali vengono sfruttati, imprigionati ed uccisi per il soddisfacimento di interessi umani.

Persona vegana etica“: che si astiene per scelta etica da tutte quelle attività e pratiche che possano provocare danno, sfruttamento o morte degli Animali (pertanto anche umani) e che ha una presenza nella società di tipo radicale, attiva e con valenza educativa e di pubblica denuncia.


 DEFINIZIONI FONDAMENTALI

(testi e principi derivanti da Proposte per un Manifesto Antispecista e adottati da Veganzetta)

Definizione di antispecismo

L’antispecismo è il movimento filosofico, politico e culturale che lotta contro lo specismo, l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio veicolata dalla società umana. Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane, e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, così l’antispecismo respinge la discriminazione basata sulla specie (definita specismo) e sostiene che l’appartenenza biologica alla specie umana non giustifica moralmente o eticamente il diritto di disporre della vita, della libertà e del lavoro di un essere senziente di un’altra specie. Gli antispecisti lottano affinché le esigenze primarie degli Animali siano considerate fondamentali tanto quanto quelle degli Umani, cercando di destrutturare e ricostruire la società umana in base a criteri sensiocentrici ed ecocentrici che non causino sofferenze evitabili, alle specie viventi e al pianeta. L’approccio antispecista ritiene (considerando tutte le dovute differenze e peculiarità):

1) che le capacità di sentire (di provare piacere e dolore), di interagire con l’esterno, di manifestare una volontà, di intrattenere rapporti sociali, non siano prerogative esclusive della specie umana (in base a questi criteri l’antispecismo può essere considerato anche una filosofia individualista, sensiocentrica e painista (1));

2) che l’esistenza di tali capacità negli Animali comporti un cambiamento essenziale del loro status etico, facendoli divenire “persone non umane”, o conferendo loro uno status equivalente qualora il concetto di persona non risultasse pienamente utilizzabile, opportuno o condivisibile;

3) che da ciò debba conseguire una trasformazione profonda dei rapporti tra persone umane e persone non umane, che prefiguri un radicale ripensamento e un conseguente cambiamento della società umana per l’ottenimento della liberazione animale.

Considerazioni

L’antispecismo è un movimento filosofico, politico e culturale, pertanto chi abbraccia la visione antispecista si adopera per la sua diffusione nella società. L’antispecista si propone di assumere atteggiamenti e comportamenti tali da poter influenzare la società umana (visione politica dell’antispecismo), e quindi si attiva tramite iniziative culturali, sociali e personali per il raggiungimento di uno scopo ultimo: la creazione di una nuova società umana più giusta, solidale, orizzontale, libera e compassionevole che potremmo definire aspecista (senza distinzioni e discriminazioni di specie) o, meglio ancora, società umana libera. L’attivista antispecista non può quindi considerarsi apolitico, anzi rivendica un suo ruolo politico nella società, in quanto l’azione politica è uno degli esercizi fondamentali dell’antispecismo utili al cambiamento socioculturale.

L’antispecismo si oppone allo specismo inteso come pensiero unico dominante nell’attuale società umana concepita come verticale e gerarchica, basata sulla legge del “diritto” del più forte e sulla repressione del più debole, orientata alla difesa dell’interesse personale e del patrimonio, a discapito dei diritti, dell’uguaglianza e della solidarietà nei confronti dei più deboli tra gli Animali e gli Umani. L’antispecismo, pertanto, non è un movimento che intende semplicemente riformare la società umana, ma si prefigge come obiettivo quello di cambiarla radicalmente, eliminandone le spinte discriminatorie, liberticide, violente nei confronti dei più deboli, antidemocratiche, autoritarie e antropocentriche. In una sola parola: rivoluzionandola attraverso l’abbattimento dell’ideologia del dominio che la contraddistingue.

Come l’antirazzismo rifiuta la discriminazione arbitraria basata sulla presunzione dell’esistenza di razze umane, e l’antisessismo respinge la discriminazione basata sul sesso, l’antispecismo respinge quella basata sul concetto di specie. Le radici culturali, morali, filosofiche e politiche dell’antispecismo sono una naturale evoluzione delle lotte sociali per l’affrancamento dei più deboli tra gli Umani e il riconoscimento dei loro diritti fondamentali (pur presentando singolarità molto importanti che lo distinguono da qualsiasi altra lotta sociale, politica e culturale). L’antispecista, pertanto, non solo si batte per l’eliminazione delle discriminazioni dovute alle fittizie e strumentali barriere di specie innalzate dall’Umano per sottrarsi ai suoi doveri nei confronti della natura e delle altre specie, ma assume come elementi base il riconoscimento dei pieni diritti dell’Umano a prescindere da sesso, orientamento sessuale, condizioni fisiche e mentali, ceto, etnia, nazionalità etc. L’antispecismo deve essere considerato quindi una naturale evoluzione (e non una derivazione) del pensiero antirazzista, antisessista, antimilitarista e, pertanto, si trova in assoluta antitesi con visioni xenofobe, discriminatorie e, più in generale, con il fascismo, l’autoritarismo, e i totalitarismi di qualunque orientamento politico o natura, in quanto fautori dell’ideologia del dominio, dell’oppressione e della repressione. L’ottica antispecista pur essendo mutuata anche da quella della lotta per i diritti civili umani, presenta peculiarità e caratteristiche diverse e sostanziali: essa, infatti, non prevede concessioni ad altri (allargamento della sfera dei diritti, o della sfera morale, della polis), ma richiama al controllo delle attività proprie e della propria specie sulla base di principi di equità, giustizia e solidarietà nei riguardi degli altri Animali (ripensamento delle attività della specie umana in base ai doveri nei confronti delle altre specie viventi non più considerate inferiori, ma semplicemente altre: persone non umane, e pertanto popolazioni di persone non umane). L’apertura all’altro, il riconoscimento dell’alterità comporta quindi che l’azione antispecista si ponga come obiettivo in primis quello della tutela degli interessi degli Animali (in quanto soggetti privati di diritti elementari e naturali e di status privilegiati) e, nel contempo, il pieno riconoscimento dei diritti dei più deboli e svantaggiati tra gli Umani. L’attivista antispecista è moralmente tenuto a impegnarsi nel quotidiano contro ogni tipo di ingiustizia e di prevaricazione nei confronti dei più deboli o svantaggiati, siano essi Umani o Animali. Le attenzioni verso gli Umani, verso l’ambiente e la Terra sono da considerarsi parte integrante della lotta per la liberazione degli Animali, e viceversa. L’antispecismo quindi non può essere considerato abolizionista: non si avanzano richieste di modifiche di leggi, norme e regolamenti, bensì si aspira alla liberazione animale nella sua accezione più ampia del termine.

L’attivista antispecista pone molta importanza alla pratica personale e alla coerenza; conseguenza diretta di ciò è il tentativo di applicare i principi antispecisti alla propria vita quotidiana, soprattutto attraverso la pratica del veganismo etico, del consumo critico (inteso come metodo utile all’allontanamento definitivo dal consumismo), del boicottaggio, riciclo, riuso e riutilizzo di merci beni e servizi, nonché di tutte le altre pratiche utili al raggiungimento del minor impatto possibile sulle altre specie animali, sulla propria e sull’ambiente.

La pratica del veganismo etico è da considerarsi come un fondamentale mezzo per il raggiungimento del fine ultimo dell’antispecismo: una nuova società umana liberata e aspecista capace di rispettare e di vivere in armonia con le altre specie viventi. La pratica vegana etica quindi non è né un fine, né uno stile di vita da seguire, bensì una filosofia di vita che interessa e permea ogni attività quotidiana di chi la adotta, giungendo a modificare ogni rapporto sociale. Il raggiungimento di una società umana liberata sarà ottenibile solo attraverso la lotta per la liberazione. Ogni visione riformista, conservatrice, gerarchica, reazionaria, repressiva o tesa alla tutela della conservazione dello stato di fatto attuale della società umana basata sui privilegi dell’antropocentrismo, è da ritenersi aliena e antitetica alla visione antispecista. Ogni dottrina, filosofia, politica, religione, ideologia fondata sullo specismo e l’antropocentrismo è rifiutata e combattuta dalla nuova visione antispecista.

Il termine vegan, contrazione del vocabolo veg(etari)an che a sua volta deriva dal latino vegetus (vivo) fu coniato in Inghilterra da Donald Watson che, insieme a un gruppo di vegan, fondò la Vegan Society a Londra nel novembre del 1944. Il termine sta a indicare coloro che cercano di escludere tutte le forme di sfruttamento e crudeltà sugli Animali. In altre parole, chi è vegan non solo non mangia né carne né pesce, ma neppure latticini, uova e miele; non indossa capi in pelle, lana, seta o pelliccia; non compra Animali, non partecipa ad attività che contribuiscono a sfruttare gli Animali, respinge tutte le pratiche umane che prevedono sfruttamento, tortura e/o uccisione di Animali quali zoo, circhi, vivisezione, caccia, pesca, feste e corse con Animali, etc.

Altre definizioni utili

Antropocentrismo

L’antropocentrismo (termine che deriva dal greco , anthropos, “essere umano”, , kentron, “centro”) è la tendenza – che può essere derivazione di una teoria, di una religione o di una semplice opinione – a considerare l’Umano, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell’Universo. Una centralità che può essere intesa secondo diversi accenti e sfumature: dalla semplice superiorità rispetto al resto del mondo animale alla preminenza ontologica su tutta la realtà.

Specismo

Lo specismo è una filosofia antropocentrica nella concezione degli Animali. Il termine fu usato per la prima volta dallo psicologo inglese Richard Ryder nel 1970 per riferirsi alla convinzione che gli Umani godano di uno status morale superiore (e quindi di maggiori diritti) rispetto agli altri Animali. L’intento di Ryder consisteva nell’evidenziare le analogie fra lo specismo e il razzismo, dimostrando che le argomentazioni filosofiche per condannare queste due posizioni sono affini. Il termine specismo viene usato comunemente nella letteratura sui diritti animali (per esempio nelle opere di Peter Singer e Tom Regan). Fra le varie giustificazioni addotte a difesa dello specismo le più comuni vertono sui seguenti fondamenti:

la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie (legge della giungla, catena alimentare etc.);

la concezione di diritto attribuibile soltanto a un Umano raziocinante;

la non consapevolezza di tutti gli Animali della propria esistenza.

In modo del tutto arbitrario, però, lo status morale superiore umano viene esteso anche agli Umani che rientrerebbero in alcune delle categorie sopra citate (o, al contrario, agli Umani che mancano degli attributi di volta in volta strumentalmente utilizzati per giustificare, in positivo, quel particolare status) ma tutelati in quanto appartenenti alla specie umana (per esempio neonati, handicappati mentali, malati in coma). Per i motivi di cui sopra, gli antispecisti ritengono che la morale comune, le istituzioni locali, nazionali, internazionali e sovranazionali, siano contraddistinte da una filosofia specista.

Su specismo e lotta antispecista

È un’idea profondamente radicata che l’Umano possa disporre a proprio piacimento di ogni altro essere vivente. Da tempo, però, è in atto una lotta affinché gli interessi primari degli Umani e degli Animali vengano posti sullo stesso piano in nome di un ideale di uguaglianza (2) tra le specie.

Coloro che si oppongono alle teorie e alle pratiche che riconoscono esclusivamente gli interessi dell’Umano, definiscono specismo l’atteggiamento di pregiudiziale negazione o disattenzione degli interessi degli altri Animali (3). Le persone che lottano per l’abbattimento del pregiudizio antropocentrico e per un mondo in cui i rapporti tra le specie possano essere liberi e ispirati a principi di uguaglianza e solidarietà si definiscono perciò antispecisti. Il concetto di “specismo”, elaborato esplicitamente verso la fine degli anni Sessanta nell’ambito della filosofia morale anglosassone, è però il risultato di una lunga storia: ha alle spalle generazioni di animalisti che hanno cercato, a partire da tradizioni e impostazioni diverse, di denunciare la violenza della specie umana verso gli Animali. Schematizzando il più possibile, possiamo dire che nella storia occidentale (4) si sono succedute le seguenti modalità di “difesa” dell’Animale:

1) un sentimento di amore e rispetto di singoli individui (per es. Porfirio, Leonardo, Schweitzer) per gli Animali;

2) un movimento zoofilo/protezionista che, a partire dall’Ottocento, ha coltivato un interesse morale nei confronti degli Animali come “estensione” dei diritti umani (ad es. la Society for the Prevention of Cruelty to Animals, o Henry Stephens Sault che coniò il termine Animal Rights e si occupò di antivivisezionismo e vegetarismo etico);

3) un movimento liberazionista che dagli anni Settanta ha teorizzato (Richard Ryder, Peter Singer, Tom Regan) e messo in pratica (A.L.F. – Animal Liberation Front) una visione di radicale liberazione dell’Animale dal dominio umano staccandosi definitivamente da concetti legati alla zoofilia e al protezionismo animalista.

La lotta antispecista, che non condanna l’Umano come essere intrinsecamente e del tutto “malvagio” e “innaturale” (cioè negativo, da cancellare etc.), muove da due presupposti: che la società umana non sia (A) per natura e (B) necessariamente una società gerarchica e oppressiva del vivente. Il presupposto (A) ci spinge quindi a cercare di comprendere quando e come la società umana diventa specista e ciò può essere fatto tramite un’analisi storica dei rapporti tra società umana e natura. Il presupposto (B) ci permette di sostenere la possibilità di un cambiamento futuro della società umana ed elaborare una prassi in grado di porre in essere tale cambiamento.

Lo specismo non va inteso riduttivamente come visione discriminatoria, poiché esso è anche e soprattutto una prassi di dominio. In tal senso è importante definire il concetto di dominio per comprendere, come si diceva in precedenza, quando la società umana diventa, di fatto, specista. Definiamo sfruttamento il controllo (totale o parziale) del ciclo biologico di un altro essere vivente tale che questi perda la propria autonomia e venga così ridotto a risorsa. Laddove lo sfruttamento si esercita su un altro essere senziente come negazione di ogni possibilità di rapporto e come riduzione (o cancellazione) dell’identità dell’altro, parliamo di dominio. Da questo punto di vista, vanno considerate “materialmente” speciste, le società umane che praticano l’addomesticamento della vita non umana in ogni sua forma e, pertanto, tutta la storia della civiltà, fondata sull’allevamento e l’agricoltura. Ma anche lo specismo come visione discriminatoria – o ideologia – sorge con la civiltà, con la costruzione di religioni antropocentriche e spiritualiste (5), in cui l’Umano è posto come signore della natura in una posizione di privilegio ontologico e assiologico.

La storia della civiltà ci mostra, infatti, come lo specismo non sia solo una forma di discriminazione “analoga” al sessismo e al razzismo. Benché lo specismo non sia stato l’unica causa di tali sviluppi sociali, è certo però che senza lo sfruttamento materiale della natura non sarebbe stato possibile creare il differenziale di ricchezza sociale ed economica che è alla base delle società classiste, sessiste e belliciste e, dunque, dell’intera civiltà. Così com’è certo che, senza la riduzione dell’Animale a natura “inferiore”, non sarebbe stato possibile realizzare i meccanismi ideologici che riducono la donna, lo straniero o il “diverso” a esseri privi di “spirito”, dunque mera “natura”, quasi “animali”.

Le oppressioni di specie, di genere, di classe e razziali appaiono così strutturalmente connesse: la società umana stessa è tenuta insieme e definita da tali rapporti di esclusione e sfruttamento dell’altro e questo altro è regolarmente l’oggetto di una prassi di sfruttamento di cui solo alcuni beneficiano. Si comprende dunque come la lotta contro lo sfruttamento animale miri a eliminare il tassello fondamentale su cui è costruita tutta la civiltà del dominio. Non è perciò un caso il fatto che il movimento di liberazione animale in tutto il mondo abbia cominciato a maturare una consapevolezza che lo spinge ad allargare sempre più il campo etico in cui s’inscrive l’originario dibattito storico sullo specismo (benché esso abbia trovato qui le armi logiche per diffondere le proprie idee e difendersi dalle obiezioni più comuni).

La cultura anarchica si è avvicinata per prima al concetto di specismo, intendendolo non come un termine tecnico da impiegarsi in schermaglie filosofiche bensì come concetto critico che mira a un cambiamento radicale delle società umane nella loro interezza (6). Tale consapevolezza non è però patrimonio esclusivo di alcune frange del movimento anarchico o di qualsiasi altro movimento sociale, politico o culturale anche se rivoluzionario, e in essi non deve essere identificato. L’antispecismo si pone come movimento filosofico e politico assolutamente indipendente, slegato da logiche, pratiche e politiche pregresse, che rifiuta fermamente l’uso della violenza contro ogni vivente (Umano compreso) come metodo di lotta, e che è capace di ispirare una prassi di trasformazione radicale dell’esistente: un movimento che, nel momento in cui rivoluziona i rapporti interspecifici, non può non trasformare anche i rapporti intraspecifici.

Rapporti tra individui

Una nuova società umana liberata potrà sussistere solo se saremo capaci di concepire un nuovo tipo di rapporto (individuale), finalmente paritario e solidale, con le altre società di senzienti e, più in generale, di viventi. Saranno quindi necessari nuovi strumenti per regolare i complessi e continui rapporti tra individui (siano essi Umani o no); per tale motivo si propone l’adozione di cinque principi utili alla creazione di nuovi criteri comportamentali basati su una reale e ampia imparzialità, intra e interspecifica, derivante da concetti di rispetto, solidarietà, empatia e compassione. Concetti, questi, da applicarsi tanto nei rapporti Umano Animale quanto in quelli tra Umani. I cinque principi sono mutuati da una proposta del filosofo Paul W. Taylor e, se interpretati in chiave antispecista, potrebbero divenire un semplice ed efficace modello relazionale anche nell’immediato:

1) principio di autodifesa: è legittimo reagire solo ed esclusivamente se attaccati per proteggere la propria incolumità. Un atto di violenza può quindi essere concepito solo come estrema soluzione per difendere la propria vita;

2) principio della proporzionalità: in qualsiasi rapporto intra e interspecifico prevalgono sempre e solo gli interessi fondamentali (7) sugli interessi non fondamentali a prescindere dalla specie animale di appartenenza;

3) principio del minimo danno: qualora non si possa evitare in alcun modo di fare una scelta, essa deve attuarsi cercando il minimo impatto sull’altro soggetto e in generale sulle altre specie animali;

4) principio della giustizia distributiva: da utilizzare qualora i primi tre principi non fossero assolutamente applicabili. In caso di parità d’importanza di interessi tra individui o tra specie coinvolte, si deve agire per il bene della comunità di viventi terrestre, per la collettività, in modo imparziale e altruistico. Quindi, in caso di uguale peso degli interessi di una parte prevale il bene comune;

5) principio della giustizia restitutiva: qualora fosse assolutamente inevitabile arrecare un danno a un individuo o a un’altra specie per soddisfare un’esigenza fondamentale, tale individuo o specie ha diritto a un risarcimento in modo da riparare al danno arrecato.

note

(1) “Painismo” termine che Richard Ryder coniò nel 1990, argomentando che qualsiasi essere vivente che è in grado di provare dolore, ha rilevanza morale. Il “painismo” può essere visto come una terza via rispetto alla posizione utilitarista di Peter Singer, e alla concezione deontologica dei diritti animali di Tom Regan. Il “painismo” combina la visione utilitarista secondo la quale uno status morale deriva dalla capacità di provare dolore, con l’opposizione morale – derivante dal concetto di diritto – all’utilizzo degli Animali per un nostro fine. Sostanzialmente il concetto di “painismo” di Ryder nasce come contrapposizione alla visione utilitaristica del rapporto tra Umano e Animale. Per maggiori informazioni e approfondimenti si suggerisce la lettura di:

Richard D. Ryder, Painism: a modern morality, Londra, Open Gate Press, 2001

(2) Il concetto di uguaglianza è qui lasciato volutamente in senso generico, essendo profondamente diverso il significato e la giustificazione che i protagonisti di questa lotta danno a tale concetto (uguaglianza “di interessi”, uguaglianza “giuridica”, uguaglianza “politica” etc.).

(3) Essi denunciano altresì uno specismo di secondo livello che consiste nel concedere ad alcuni Animali il privilegio di entrare in parte o in toto nell’ambito della considerazione morale umana. È il caso, per esempio, degli Animali “da compagnia”, il cui benessere è salvaguardato indirettamente perché considerato moralmente rilevante dai loro affidatari Umani e delle Scimmie antropomorfe, che si vedono talvolta riconosciuto uno status morale in virtù della somiglianza psichica con la specie umana.

(4) Il pensiero orientale ha conosciuto filosofie e religioni (lo Jainismo per esempio) che non ammettevano né predicavano una differenza assiologica radicale tra l’Umano e gli Animali, muovendosi anzi in un orizzonte di compassione verso questi ultimi. Per tale motivo, tali tradizioni vengono oggi in parte riprese da alcuni antispecisti occidentali come possibili riferimenti di pensiero aspecista.

(5) Per quanto indubbiamente caratterizzate anch’esse da crudeltà sia in senso inter che intraspecifico, non è possibile caratterizzare come società inequivocabilmente speciste, né in senso materiale né ideologico, le società di raccolta e caccia con la loro visione animistica del vivente. E’ possibile comunque considerare che lo fossero potenzialmente.

(6) Il fine dell’azione antispecista non può essere l’isolazionismo o l’estinzionismo umani, ma il ripristino e lo sviluppo di rapporti tra le specie fondati sulla reciproca autonomia e libertà.

(7) Per interessi fondamentali si intendono quegli interessi la cui realizzazione è da ritenersi indispensabile per il mantenimento in vita di un organismo vivente, quindi da intendersi come valori primari e irrinunciabili. Per interessi non fondamentali s’intendono quegli interessi che sono necessari per il soddisfacimento di determinati sistemi di valori, o per esigenze speciespecifiche che non sono da considerarsi vitali e non intaccano l’esistenza dell’individuo o della specie.

 

 

 

Copertina Proposte per un Manifesto antispecista

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